FOLCO QUILICI.
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SESTO CONTINENTE E ALTRE AVVENTURE.
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1965. Leonardo da Vinci Editore, BARI.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
          Fondazione Ezio Galiano onlus
             http:\\www.galiano.it
      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Presentazione.
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Nel 1952 Folco Quilici partecip ad una importante spedizione italiana che, per la prima volta, condusse un'esplorazione subacquea in un mare tropicale,
il Mar Rosso dal nord al sud, sino alle isole Dalhack. Cos nacque "Sesto Continente", il libro e il lungometraggio che resero celebre l'autore. Il libro
che viene oggi riproposto  l'emozionante racconto delle avventure vissute da scienziati, sportivi, giornalisti e documentaristi, a bordo della motonave
"Formica" in un mare favoloso ma anche popolato da squali, barracuda, pesci velenosi.
ALL'INSEGNA DELL'ORIZZONTE
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Fotografie di Giorgio Ravelli e dell'Autore.
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INDICE.
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Parte prima.
Sul Formica tra una burrasca e l'altra.
I fari del Mar Rosso.
La morte del pesce spada.
Le raje suicide.
Le prime cacce.
Una cernia di un quintale.
T per un pescecane.
Il diavolo del mare.
 tempo d'amore.
Curaro come ricostituente.
La danza delle mantas.
I fantasmi del 1941.
Una incredibile avventura.
Come dormono le tartarughe?
I colori del mare profondo.
I giganti del mare.
Osservazioni sugli squali.
Bucher contro il diavolo.
Parte seconda.
Il comandante del Maria Gabriella.
Che fatica per non lavorare!
La morte delle gorgonie.
Lo squalo azzurro.
Omm el Kurush.
Pescatori di bottoni.
Suakin, la citt morta.
Mala, mala kebr.
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FINE INDICE.
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L'autore  particolarmente grato:
- alla Ditta MARES - di Rapallo - per la consulenza subacquea e le attrezzature da immersione e le armi speciali fornite
- alla FERRANIA per le pellicole in nero e a colori usate sopra e sott'acqua
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Dalla grande avventura in Mar Rosso della Spedizione Sesto Continente son passati ormai tredici anni; fu infatti nel dicembre
1952 che la piccola motonave Formica part da Napoli per le Isole Dahlak - di fronte all'Eritrea - con undici uomini a bordo, scienziati, sportivi e documentaristi.
A ripensarci, ora, mi sembra quasi miracoloso che quella prima spedizione scientifica italiana di esplorazione subacquea sia riuscita ad ottenere i risultati di raccolta e di ricerca che erano nei suoi scopi.
Sembra ieri, ma in quegli anni eravamo ancora molto indietro nel campo subacqueo; specialmente in Italia, attrezzature per immersione,
autorespiratori, fucili, mezzi di raccolta, esperienze umane dirette nell'habitat di un mare tropicale, tutto era ancora molto sperimentale,
approssimativo.
Noi del gruppo di documentazione - che avevamo l'incarico
di filmare e fotografare la cronaca della spedizione per narrarla poi in articoli, in libri e nei film - eravamo attrezzati con apparecchiature
autonome di respirazione subacquea, gli stessi apparecchi ad ossigeno a ciclo chiuso usati dalla marina durante la guerra, con tutti i rischi che essi comportano e - in pi - i rischi che le attrezzature vecchie possono causare sott'acqua, cessando di colpo di funzionare. Eravamo - in fondo - fortunati, perch gli uomini del gruppo sportivo diretto dal campione del mondo Bucher e quelli del gruppo scientifico diretto dal professor Baschieri dell'Universit
di Roma lavoravano invece quasi esclusivamente in apnea,
cio con la forza e la resistenza dei loro polmoni.
Il che fu certamente una bella fatica se si considera la durata della Spedizione (un anno e mezzo) e le ore di immersioni (circa diecimila
fra tutti e dodici i membri dei tre gruppi).
Da allora ad oggi, vale a dire dal 1952 al 1965 il mio rapporto con gli uomini del mondo sommerso, sportivi o scienziati o esploratori,
 passato dal ruolo di protagonista, che ebbi nei lavori di
Sesto Continente, a quello di testimone indiretto. Il mio lavoro, la mia professione,  il cinema, e solo di tanto in tanto per riprese necessarie a qualche mio film o a qualche documentario, ritorno sott'acqua
e ridivento un uomo anfibio.
 come immaginare un viaggiatore di un paese lontano che durante quindici anni ritorni in una nostra citt a intervalli, per visite saltuarie: resterebbe sorpreso nel vedere il continuo sviluppo delle costruzioni, del costume, e della motorizzazione; lo stesso mi accade quando torno a contatto del mondo subacqueo; ogni volta mi sorprendo nel costatare le novit che in poco tempo si presentano
sulla scena. All'epoca di Sesto Continente, inizi lo sviluppo su vasta scala dell'interesse per lo sport e la esplorazione sottomarina;
a quel tempo il nostro campione, Bucher, stabil il record mondiale
di immersione a corpo libero raggiungendo la profondit di 39
metri, ritenuta addirittura impossibile da molti fisiologi (data l'eccessiva
pressione sul corpo umano, quasi quattro atmosfere). Oggi il siciliano Maiorca scende pi profondo, stabilisce ufficialmente nuovi record ogni estate, scendendo ormai molto oltre quota meno 50
e puntando, chiss, a un record a meno 60.
Ma, campioni a parte, vi .una sorprendente diffusione delle immersioni coi respiratori ad aria compressa; un tempo erano operazioni
da iniziati, oggi decine di migliaia di subacquei li usano benissimo,
parlano e mettono in pratica le complicate tabelle di decompressione
come uno scherzo; e si vedono ragazzine diciottenni, fino a ieri interessate al mare solo per la possibilit di esibirsi in due pezzi sulla spiaggia, andarsene a spasso a venti, trenta metri di fondo con due bombole sulla schiena.
I fucili poi sono passati dai primitivi sistemi a elastico o a molla, agli ultimi modelli a gas, aria compressa, reazione e spinta idraulica e non parliamo delle novit pi curiose (i
progetti di scooters subacquei per motorizzare anche le
passeggiate sottomarine).
Non entriamo, insomma, nei dettagli, ma consideriamo quel che accade nel mondo sommerso e osserviamolo nel suo aspetto generale.
A me il fenomeno subacqueo  sempre apparso da un angolo del tutto personale; e non solo per quanto ho detto, e cio che il mio lavoro mi permette solo saltuari contatti con il mondo sommerso,
ma perch proprio questo mio lavoro, anzi l'oggetto stesso del mio lavoro, la macchina da ripresa, mi ha sempre dato solo una visione disegnata nel quadro preciso di un mirino e, in quel rettangolo
luminoso al quale l'occhio  appoggiato, tutte le sensazioni
provenienti dalla realt esterna che si sta filmando, giungono prive di ogni diretta emozione, mediate dall'ottica dell'obiettivo. Ci si sente gi spettatori e mai protagonisti di un'avventura, anche se si  immersi di persona.
E cos anche il mio giudizio  quello di uno spettatore, pur essendo stato, invece, testimone diretto. E dico questo perch, forse, la mia esperienza personale sul mondo subacqueo, la conclusione di questo discorso fatto a quindici anni di distanza dalla esperienza di Sesto Continente  in parte viziata all'origine da quel che  stata, come sub, la mia condizione particolare; io non sono, sott'acqua, n un esploratore, n uno scienziato idrobiologo, n - tantomeno -
uno sportivo. Vado sott'acqua perch mi piace andar sott'acqua; e penso che la maggior parte degli appassionati sub sia spinta da questa mia stessa elementare ragione; non c' nella passione sempre pi diffusa
per l'immersione una ragione n scientifica, n sportiva, ma sotto c' soprattutto il desiderio di evasione da un mondo che ci piace sempre meno, ci angoscia, ci opprime.  qualcosa di simile, forse, allo spirito ottocentesco delle passeggiate in campagna o delle escursioni in montagna
(dove sono ora la quiete dell'una e dell'altra?) alla ricerca di un nuovo mondo, dove sia possibile, magari solo per poche ore, il rifiuto dell'altro, quello quotidiano.
Pensando a tutto questo ho deciso di ripubblicare i miei due libri che narrarono la storia della prima Spedizione Subacquea Nazionale
in Mar Rosso, Sesto Continente e Mala Kebir. Penso che, se certe tecniche e certe attrezzature speciali sono di molto cambiate
da allora, lo spirito d'avventura, il senso di scoperta (e in un certo senso - anche il sapore ottocentesco di una passeggiata in campagna) e l'entusiasmo che ci accendono le grandi, stupende meraviglie
del mondo del mare, sono rimaste identiche. Molte nuove generazioni
di subacquei hanno sentito parlare dell'impresa sottomarina
di Sesto Continente ma non hanno mai visto n il film (ormai scomparso dagli schermi, e proiettato solo di tanto in tanto in qualche festival o cineclub) n letto i due libri, (da tempo esauriti). Questa riedizione  offerta, quindi, proprio a loro.
 un racconto che mi sembra di aver vissuto e narrato ieri, invece  gi un ricordo di tempi lontani; mi son quasi sorpreso vedendo
certe date apparire sul calendario e darmi un'idea di quanto gi lontano sia il giorno in cui inizi l'avventura di Sesto Continente.
Quella spedizione nel Mar Rosso fu ideata da Bruno Vailati nel 1952; Francesco Baschieri ne fu il dirigente scientifico e Bucher
l'uomo di punta del gruppo sportivo; con loro c'erano Gianni Roghi,
giornalista, Luigi Stuart Tovini, assistente di Baschieri, Giorgio Ravelli, fotografo, Masino Manunza, operatore cinematografico, Priscilla
Hastings, disegnatrice, Silverio Zecca, sportivo, Alberto Grazioli,
medico, e Enza Bucher; e c'ero io, come realizzatore del libro e del film della Spedizione.

PARTE PRIMA.

Il problema principale della Spedizione - prima della sua partenza
- fu quello economico.
La Spedizione era patrocinata dal Gloggher Club di Milano, allora
massimo sodalizio dello sport subacqueo italiano, il quale ci aiut
con un proprio contributo e con il ricavato di un Festival del documentario internazionale subacqueo organizzato con successo, durante
l'estate del 1952 nei principali centri balneari.
Il Comitato Olimpico Nazionale Italiano, per mezzo della Federazione
Pesca Sportiva, contribu a sua volta con fondi, altri ne aveva promessi il Consiglio Nazionale delle Ricerche, mentre una quantit di Enti, Istituti e Ditte ci fornirono gratuitamente parte delle attrezzature,
compresi alcuni strumenti scientifici forniti dall'Universit di Roma al Prof. Baschieri.
Ditte subacquee ci fornirono tutto il complesso fabbisogno di autorespiratori, pinne e maschere. Particolarmente, la Mares, di Rapallo, (gi a quel tempo all'avanguardia per certi tipi di armi speciali)
ci forn i primi modelli di fucili a propulsione che avremmo poi sperimentato con successo su tanti squali e cernie giganti.
Senza questi aiuti non si sarebbe neppure pensato di poter organizzare
una Spedizione; ma Vailati dovette faticare non poco prima di ottenerli.
La costruzione di tutte quelle apparecchiature speciali, (impianti
di illuminazione subacquea, custodia per le riprese cinematografiche
sottomarine con particolari accorgimenti in vista dei lavori da compiere, gli arpioni al curaro, e quelli ad espansione gassosa, il flash subacqueo ecc. ecc.), fin per essere progettata e realizzata completamente da Giorgio Ravelli, il quale, per quanto lavorasse da mane a sera doveva procedere con calma, provando e riprovando i delicati strumenti che prendevano forma sotto le sue mani: in Mar Rosso essi avrebbero dovuto funzionare alla perfezione, per mesi e mesi.
Infine - pi importante di tutti - c'era il problema della nave che ci avrebbe dovuto portare in Africa e funzionare per noi da semovente base galleggiante. Promesse e rifiuti di navigli della Marina Militare si alternavano al congestionato telefono del nostro capo, unitamente a proposte di armatori privati.
Finalmente salt fuori il Formica, a Porto S. Stefano. 


Capitolo 1.
Sul Formica tra una burrasca e l'altra. 

Formica: il nome non poteva essere pi adatto per un battello cos piccolo (135
tonnellate, largo 7 mt. lungo 28 mt., con un motore capace di sviluppare la folle velocit di sette miglia all'ora); era, per, comodo, pulito, snello, con un buon equipaggio.
Potevamo dirci a posto, ma quanto tempo, quanta fatica, quante corse, quanti timori!
E finalmente il 26 dicembre 1952 siamo tutti a Napoli intorno alla nostra nave finalmente pronta a salpare.
Visitiamo l'imbarcazione da cima a fondo, osserviamo la piccola
sala macchine e la timoniera dove si svolger il nostro primo lavoro: l'equipaggio (per ragioni economiche)  ridotto al minimo e dovremo al pi presto sbrogliarcela ai turni di timone, di guardia e di macchina durante tutta la navigazione sino a Massaua.
Il materiale sulla stiva  diviso in sportivo, cinematografico,
scientifico e alimentare; scendendo dal boccaporto centrale,
sar facile trovare quanto ci potr occorrere. Giornalisti e fotografi,
fino al momento della partenza, sgusciano da tutti i buchi, s'arrampicano
sul ponte, sparano lampi nei momenti pi cruciali, facendo tremare Baschieri, il quale teme di veder volare in frantumi i suoi fragili e preziosi acquari.
Alle sei del mattino del 27 dicembre, il Formica lancia un breve e acuto fischio di saluto a Napoli e incomincia a farci udire il monotono brontolio del motore che ci accompagner come una fedele colonna sonora nei prossimi mesi.
La gioia che finalmente gustiamo nel contemplare la terra allontanarsi
dietro di noi mentre la prua punta decisa verso l'avventura svanisce in una nuova difficolt: le condizioni atmosferiche.
Il Mediterraneo dal giorno di Natale cominci ad essere agitato da burrasche invernali assai poco indicate per la stazza del Formica;
il mare infuriatissimo lo trovammo subito fuori del porto di Napoli, e ci costrinse, poche ore dopo la partenza a cercar rifugio nel porticciolo
di Capri. L, peggiorando le condizioni meteorologiche, mentre
continuava a tirare un forte vento contrario dovemmo restare
una intera settimana. Al settimo giorno il barometro era sceso maledettamente,
ed il vento calava di ora in ora: verso le otto di sera era quasi cessato e la furia del mare andava scemando a vista d'occhio.
Grande incertezza: approfittare dell'assenza del vento contrario, che forse per molto tempo non si sarebbe pi presentata, oppure, resi prudenti dalle nere previsioni del barometro, non correre rischi e restare ancora al riparo?
La lunga sosta ci aveva esasperati, e all'unanimit decidemmo di partire.
Tutto il viaggio sino a Port-Said fu un alternarsi di giornate buone e cattive, con grande prevalenza di giornate cattive naturalmente.
Le cose andavano cos: partivamo non appena il tempo migliorava;
dopo un giorno o due al massimo di navigazione, il cielo si annuvolava, il mare ingrossava e diventava sempre pi violaceo, seguivano quarantott'ore o poco meno d'inferno, e il Formica, in bala delle onde come il classico fuscello, doveva correre a rintanarsi
nel primo porticciolo che s'incontrava. In pieno 1952, con gli aerei che gi attraversavano in un batter d'occhio l'Atlantico, e i transatlantici che solcavano gli Oceani con assoluta indifferenza, pu sembrare anacronistico parlare con accento cos emotivo di una semplice
traversata da Napoli a Port-Said. Tuttavia se si tiene conto che in quegli stessi giorni del dicembre 1952 navi di grosso tonnellaggio
rimanevano alla fonda per lo stato del mare, il transatlantico Champollion naufragava davanti alle coste libanesi, e una Liberty americana si spaccava in due davanti a Livorno, risulter evidente come anche questo aspetto della nostra Spedizione meriti di essere narrato.
Fra una burrasca e l'altra puntammo sulla Grecia, attraversammo
il Canale di Corinto e ci dirigemmo verso Creta; e questa parte del viaggio fu compiuta di spinta, con un uragano in poppa che ci trascin di parecchie miglia fuori rotta.
Ancora mare e mare per quattro giorni, poi finalmente la costa egiziana.
Il blu Mediterraneo si fece giallo per le acque del Nilo. Poi, finalmente ecco l'imboccatura del Canale, la sosta, il riparo, il permesso
di transito, e la divertente navigazione nella sottile linea d'acqua,
incrociando navi gigantesche.
Era quasi sera quando entrammo nel Mar Rosso; e dalla partenza
dall'Italia eran gi passati quasi quindici giorni.

Capitolo 2.
I fari del Mar Rosso.

Nel Golfo di Suez numerose navi illuminate attendono il loro turno per entrare nel Canale. Ciascuna ha, a prua, un faro che, girando, illumina una lunga striscia di mare, entro la quale appaiono migliaia di gabbiani, addormentati sul pelo delle onde; all'inaspettata luce si levano di scatto con enorme stridore e volano via.
L'indomani, lasciamo Suez e puntiamo al Sud. La temperatura comincia
a salire, cosicch decidiamo di fare una tappa, con tuffo sott'acqua,
per conoscere direttamente l'aspetto sottomarino del Mar Rosso. Scegliamo l'isola di Shadwan, posta poche decine di miglia dopo la fine del lunghissimo golfo di Suez, proprio a sentinella del mare aperto.
 un'isola grande ed alta, contornata da una corona di secche
madreporiche, che in piani regolari di stratificazioni coralline, larghi quattro o cinquecento metri, lunghi anche parecchi chilometri,
salgono a picco sin quasi alla superficie, tre o quattro metri dal pelo dell'acqua. Sopra e attorno a secche come queste compiremo gran parte del nostro lavoro, in quanto soprattutto l ha sede la vita subacquea dei mari tropicali. Esse sono praticamente invisibili: se un battello ci finisce sopra, ha pochi minuti di vita perch le onde in quattro o cinque violenti colpi lo sfasciano completamente, sbattendolo
sul piano di madrepora durissima e tagliente.
Basta vedere una carta nautica del Mar Rosso per capire la ragione per cui questo mare viene considerato uno dei pi pericolosi
del mondo per la navigazione: esso  letteralmente cosparso di tali insidie, che si incontrano ad ogni pi sospinto; e non solo vicino alle isole ma anche in mezzo al mare, dove la profondit scende
a sette, ottocento metri. Come castelli pieni di merli, guglie, torri e pinnacoli, le secche madreporiche s'innalzano da questi fondi abissali
sino a pochi metri dalla superficie, ad insidiare la navigazione.
Per questa ragione, di notte il Mar Rosso  punteggiato da fari che lanciano i loro fasci di luce o i loro segnali di pericolo alle centinaia
di navi che fanno questa rotta; l'affollatissima rotta che unisce
oriente ed occidente.
Anche sull'isola di Shadwan c' un faro. Cominciamo a vederlo nelle ultime ore della notte, e ci ancoriamo sotto di esso verso le nove e mezzo del mattino.
L'isola sembra sorta da una distrazione della Natura; successivamente
avremmo visto assai di peggio in fatto di aridit e squallore,
ma di fronte a questo primo spettacolo rimanemmo esterrefatti.
In mezzo ad un mare stupendo si eleva un'isola grande due volte Capri, formata unicamente di coni di sabbia rossa; una distesa immensa la cui unica variet  nelle dimensioni dei coni. Quando si dice non un filo d'erba, non si pensa possa esservi al mondo un luogo dove veramente non cresce un filo d'erba; nelle pi ghiacciate
regioni del Nord, nei pi assolati deserti, qualche specie di vegetale a un certo punto salta fuori. Gli astronomi ci hanno detto che persino su Marte, il rosso pianeta coperto di sabbie infuocate, forse esistono muschi e licheni, c' una vegetazione. A Shadwan, no.
A Shadwan non c' letteralmente un filo d'erba.
Quando, indossata l'attrezzatura per le immersioni, scendiamo in acqua dal Formica e ci accostiamo nuotando alla corona del banco madreporico, abbiamo ancora davanti agli occhi quella tremenda
visione di aridit: l'incontro con la barriera corallina  cos ancor pi emozionante poich facciamo la sua conoscenza con il ricordo vivo di ci che abbiamo visto or ora. Lo spettacolo della barriera subacquea, inimmaginabile e favolosa, sembra offerto apposta
dalla Natura per riscattare quello datoci alla superficie di
Shadwan. Dall'azzurro impenetrabile della profondit marina, che subito precipita verso fondali altissimi, si erge di taglio una parete che, salendo via via verso la superficie, sfuma dal blu cupo a mille altri colori. Su di essa, che non si presenta liscia, ma costituita da un groviglio di punte, di anfratti, di gomiti e di rientranze (un po' come la base di certe vecchissime enormi querce), esplode una vita di una violenza quasi aggressiva, di un rigoglio e di una fantasia senza pari.
Ciascuno di noi  sceso sott'acqua, ha cominciato a far suo quel mondo, nuotando tra decine e decine di pesci di forme,
dimensioni e colori diversi; tra altissime braccia di corallo ora rosso, ora viola, ora giallo; tra formazioni madreporiche dalle architetture rococ,
anch'esse dei pi svariati colori.
Vaghiamo lungo questa parte strapiombante e ci spostiamo in su e in gi, additandoci i pesci-balestra(1), i pesci-pappagallo(2), i pesci-chiodo(3), e gli altri abitanti della giungla subacquea, che ci guizzano intorno scrutandoci, sempre intenti a rosicchiare madrepora
e coralli.
(Dal fatto che coralli e madrepora, qui profusi in s gran numero,
siano il naturale nutrimento di tanti pesci, dipende l'enorme ricchezza
di questi mari. Milioni di piccoli esseri vivono mangiando questo
ben di Dio accatastato sui banchi madreporici in quantit illimitata;
milioni di piccoli pesci che rappresentano a loro volta il pasto quotidiano di altri milioni di pesci pi grandi e questi di pesci ancora maggiori: una catena perenne di vita e di morte originata e determinata
dal sole, che, rendendo caldissima l'acqua del mare e tale conservandola
per dodici mesi su dodici, fa s che la vita subacquea vi si sviluppi rigogliosissima come in una serra).
Continuiamo per quasi due ore a muoverci lentamente, sospesi
- alpinisti del Sesto Continente, privi di corde, chiodi e scarponi!
- lungo la parete di questa montagna; ogni tanto appaiono branchi interminabili di pesci fusiformi, celesti, lunghi quanto una mano, saettanti verso un punto sconosciuto del mare aperto; intorno vagano,
lente, pronte a scomparire al minimo sospetto in inaccessibili tane a chiss quali profondit, cernie di color rosso-cupo, punteggiate
di viola, con due grossi occhi a palla che ci scrutano curiosissimi.
L'unico rumore che rompe periodicamente l'assoluto silenzio della giungla di corallo,  quello della massa di bolle d'aria che scarichiamo
dal respiratore ad aria compressa e che, confondendosi, rincorrendosi,
e frantumandosi fra le punte, i buchi, i canali e i nodi di madrepore, traforati come pizzi preziosi, salgono rapide e gorgoglianti
verso la superficie.
Abbiamo cos fatto la conoscenza della giungla di corallo, legati alla superficie da un'argentea catena di bollicine d'aria, sospesi tra una parete cromaticamente favolosa ed insondabili abissi marini.

Note.
1. Famiglia: Balistidae.
2. Famiglia: Scaridae.
3. Famiglia: Balistidae.

Capitolo 3.
La morte del pesce spada.

Impieghiamo ancora dieci giorni per scendere lungo la costa sino alle Dahlak.
In un mare liscio come l'olio, davanti alla prua del Formica -
due giorni dopo aver lasciato Shadwan -  apparsa, non pi lontano di un centinaio di metri, una gran schiuma bianca; Baschieri, Stuart, il Capitano ed io stesso, (al mio turno al timone) ci siamo messi in allarme. La carta nautica non segna, qui, secche, ma non tutte queste insidie sono segnate; i nostri occhi si volgono verso il punto in cui l'azzurro cupo del mare  diventato improvvisamente bianco, intenti ad osservare se il fenomeno si ripete: in tal caso l'ipotesi di trovarsi davanti ad un frangente verrebbe avvalorata; la schiuma, infatti, sarebbe prodotta dall'onda che si rompe sull'orlo superiore del banco madreporico, semiaffiorante alla superfcie.
Dieci secondi dopo, ecco di nuovo sollevarsi la candida cresta, molto pi a destra questa volta, e chiaramente si distingue qualcosa che si agita, una gran coda e delle pinne.
- Uno squalo, uno squalo!
L'urlo improvviso fa correre tutti a prua, mentre rapidamente si prepara un arpione. L'acqua  rotta ancora da violenti colpi di pinna, poi un gocciolante corpo dalla spada lucente saetta fuori d'acqua
per un paio di metri e ripiomba fra le onde fragorosamente.
Una forma triangolare emerge in quel punto, l'acqua ribolle ancora, pinne e coda appaiono e scompaiono insieme a dorsi nerastri. Infine rimane dritta in acqua, simile a una bandierina di metallo, una lunga pinna nera, immobile. Intorno ad essa l'acqua si va intorbidendo per una vasta e oleosa macchia di sangue che si spande alla superficie.
Arrivati sul posto, troviamo soltanto, galleggianti sull'acqua, i resti di un grande pesce che, mentre il Formica si ferma, viene identificato per quello di un pesce-spada. Segni di enormi morsi appaiono
su tutto il corpo, dal quale esce a fiotti il sangue. Il clamore e le grida tacciono di colpo: nello spazio di pochi secondi abbiamo
assistito ad una drammatica battaglia tra un pesce-spada ed uno o pi squali; con tutta probabilit pi d'uno perch difficilmente lo squalo isolato pu aver ragione di un pesce-spada, il pesce pi veloce che si conosca, e difficilmente in poco pi di un minuto pu divorarlo quasi per intero. Un branco di squali  - molto probabilmente - salito
dagli abissi del mare, ha circondato la succulenta preda e, dopo una violentissima lotta - quegli schizzi di schiuma che si vedevano da mezzo miglio - l'ha sopraffatta. Un duello mortale come forse ogni giorno ne avvengono a migliaia fra i mostri marini; ma che a ben pochi, per,  stato dato di assistervi, sia pure da lontano! Stavamo
per dare un colpo di arpione al moncone del pesce-spada per portarlo a bordo ed osservarlo da vicino, quando un'ombra  apparsa
lentissima da sotto la chiglia della nave.  uno dei vincitori che viene a vedere che fine sta facendo la sua colazione. Un pescecane
(un mako si stabil pi tardi) di grandi dimensioni, almeno quattro
metri, tranquillo, imponente, maestoso, che passa a tre palmi sotto il pelo dell'acqua, scrutando con i piccoli occhi maligni la carcassa del pesce-spada accostata alla nave. Un grido parte da tutti noi di meraviglia, di stupore, di paura, e anche di entusiasmo. Lo squalo, intimorito dall'insospettato clamore, in un baleno, con un colpo di coda, sprofonda sott'acqua. Nell'ipotesi che torni, tutti ci precipitiamo alle macchine fotografiche, ma non s' fatto in tempo ad arrivare alle cabine che da poppa uno dei marinai urla: - Eccolo, eccolo di nuovo! -. Avanza, lento e in superficie, leggermente inclinato;
 accanto alla preda, l'addenta con una rapidit e una forza incredibile, aprendo uno squarcio sanguinolento da far venire i brividi.
Bruno, affacciato alla murata con l'arpione in mano, lo scaglia con violenza verso lo squalo, colpendolo in pieno: il bestione, ferito, trafitto da una fiocina d'acciaio spinta da un'asta di legno durissimo lungo due metri, grossa sette centimetri, passato letteralmente da parte a parte, rimane paralizzato per una frazione di secondo, mentre
tutti tratteniamo il fiato. Lo squalo gira lentamente su se stesso;
poi, voltatosi quasi completamente a pancia all'aria, lancia un ultimo
segno di sfida verso il nemico sconosciuto che lo sovrasta e che l'ha colpito: apre e chiude la bocca due volte, con maestosa lentezza. Un guizzo violento, l'acqua schizza da tutte le parti, si vede l'asta ondeggiare,
tutto diventa bianco e rosso, la schiuma copre ogni cosa: con un colpo secco, l'asta si spezza. Il nostro squalo scompare nell'abisso
marino, lontano dagli occhi degli uomini, per morire in silenzio, come si conviene ad un Re.
Abbiamo fatto conoscenza con i banchi madreporici e gli squali: una conoscenza superficiale, rapida, ma non per questo meno emozionante.
Prima di arrivare alle Dahlak, a Massaua, un'altra sosta ci ha permesso di allargare il cerchio delle nostre conoscenze subacquee marrossine, anche questa volta in maniera piuttosto movimentata, e con un finale doloroso per Baschieri.
 stato a Cosseir, un porticciolo sperduto sulla costa assolata e deserta dell'Alto Egitto, dove ci siamo fermati nella speranza di trovare un po' d'acqua. Il caldo ci ha portato a consumarne rapidamente
la scorta e Port Sudan  ancora lontano.
Di buon mattino, salimmo in plancia; eravamo a una decina di miglia dalla costa, una distanza dalla quale  pi che onesto pretendere
che una costa si veda. Invece non si vedeva affatto. - Sar dietro quella nebbiolina - disse uno di noi, - la nebbiolina se ne andr - aggiunse un altro.
La nebbiolina infatti, dieci minuti dopo, aveva delicatamente alzato il sipario sulla famosa costa, che tuttavia continuava a rimanere
invisibile.
Tutti eravamo con il collo teso e gli occhi fissi sbarrati (ormai mancavano solo quattro miglia), ma nessuno vedeva niente. Poich gli ultimi turni al timone li avevamo fatti Giorgio ed io, qualcuno os perfino dire che probabilmente c'eravamo addormentati alla ruota andando di qualche centinaio di miglia fuori rotta. Per nostra fortuna,
a far tacere i maligni, la costa apparve quasi di colpo: lo credo che non si vedeva! era talmente bassa che non si capiva bene dove cominciasse la terraferma e dove finisse il mare; e le case di Cosseir sembravano quasi galleggianti. Non solo il modo in cui ci era apparsa, ma Cosseir stessa era irreale.
- Forse  un miraggio - disse Gigi. - Ci siamo presi un colpo di sole...
La riva, il molo, le case, le barche stavano davanti a noi appoggiate
sull'acqua ed assolutamente prive di personaggi: tutto era
immobile e l'ncora sferragliando piomb in acqua con un colpo sordo che fu inghiottito dal silenzio pi assoluto.
Poich non si vedeva nemmeno il motoscafo della Polizia e della Finanza (incredibile!), a terra quindi non si poteva andare, decidemmo di scendere sott'acqua a dare un'occhiata a una secca madreporica che s'intravedeva a poca distanza da noi, sotto il cristallino
specchio delle acque.
Non fu solo un tuffo che ci permise di conoscere nuovi pesci tropicali, ma fu anche un'occasione per rifornire la cucina di bordo di viveri freschi. Cominci Zecca, colpendo uno stupendo esemplare di tonno locale (pi piccolo di quello mediterraneo, ma striato da venature violacee) e tutti, presto, seguimmo il suo esempio.
Attorno al medesimo banco madreporico eravamo scesi in apnea; la cosa buffa era che eravamo immersi non propriamente in acqua, ma in... un nugolo di sardine: ce n'erano a milioni, in squadriglie
guizzanti che incrociavano in tutte le direzioni, velocissime, inseguite appunto da quei tonnetti uno dei quali era stato colpito da Zecca. Quando uno di questi capitava entro il branco, le sardine pareva impazzissero e molte correvano via a tale velocit sopra il pelo dell'acqua, producendo una specie di crepitio continuo. (Giustizia
della Natura: un giorno, al Sud, avremmo visto gli odierni inseguitori, i tonnetti, pazzi di paura, inseguiti dal capodoglio dalle paurose fauci spalancate).
Sul fondo di sabbia poco distante dalla secca, erano sparsi quattro o cinque fusti di benzina, caduti in mare chiss quando.
Senza fermare troppo l'attenzione, notai che da uno dei fusti usciva una specie di corda nera, lunga un paio di metri: quando mi accorsi che da un secondo fusto e poi da un terzo usciva la medesima corda, incuriosito scesi a vedere di che si trattasse. Arrivato sul fondo, dall'interno
del fusto ecco vedo uscire saettante - con mio immenso stupore - un bel trigone, battendo velocissimo le ali e tirandosi dietro una corda che non finiva mai. Ripeto l'esperimento con gli altri fusti di benzina e... ogni fusto vuoto ospita un trigone! In pochi istanti intorno a me, seccatissimi, ne volteggiano ben quattro. Mi acquatto a sedere sul fondo, e di li a pochi minuti i quattro alati bestioni rientrano tranquilli nei fusti a continuare il pisolino interrotto.
Nel frattempo, Vailati aveva catturato una murena, un bel
colpo dal punto di vista naturalistico perch era il primo esemplare che vedevamo di murena bianca. La murena, che  ovunque marrone con chiazze gialle, o nerastra, in questo esemplare catturato nel Mar Rosso settentrionale, appariva letteralmente bianca. Sapemmo poi che in quella zona di murene simili ce ne sono parecchie. La cosa interessava particolarmente Baschieri, il quale udendo le urla di quelli che vicini a Vailati esprimevano la loro meraviglia per tale cattura, arriv rapidamente in barchetta e, senza frapporre indugi, malgrado le flebili proteste di chi pensava alla colazione, ficc la murena bianca in un vaso di vetro pieno di formalina borbottando che si trattava della murena geometrica(1) e guai a chi la toccava!
Tutti si rimettono a pescare e non passano dieci minuti che si presenta un altro esemplare per il vaso di formalina di Baschieri: viene catturato il pesce-bauletto(2), uno dei pi curiosi pesci che io abbia mai visto.
 una specie di scatola durissima, rettangolare, qualcosa di simile a quei cofanetti che si tengono sul cassettone con dentro i gemelli per i polsini, qualche anello e altri ammennicoli del genere.
Ed  solido, corazzato, liscio, di modo che prendendolo in mano non si ha l'impressione di un pesce (di solito molle, non rigido) ma di un barattolo di latta. Sott'acqua, poi, la sua goffaggine  davvero singolare: per muoversi pu usare soltanto due piccole pinne (insufficienti
a permettergli di spostarsi rapidamente) che escono da due opercoli posti molto in avanti. Si muove perci con estrema lentezza,
tutto storto. Davanti, proprio come una scatola, il pesce-bauletto
 piatto, e cos anche dietro; sulla faccia anteriore una piccola bocca tonda e due occhietti microscopici, su quella posteriore si stacca
dal corpo, rigido, una specie di snodo (come quello dei paralumi)
su cui  applicata una buffa codina. Tra tutti questi guai, il
pesce-baule fruisce per di un vantaggio non indifferente; e
cio che a nessun pesce verr mai in mente di mangiarlo... 
un boccone un po' troppo duro, di difficile digestione.
Anche questo pezzo raro fin nel capace vaso del nostro naturalista, e tutti dicemmo: - Non c' due senza tre, vedrai che bell'esemplare ti capiter adesso per chiudere la giornata in bellezza!
Non ci fu due senza tre, e Baschieri alleg alla raccolta un terzo pezzo eccezionale - ma la giornata fin tutt'altro che in bellezza.
C' un pesce stupendo, nei mari tropicali, lo Pterois-Volitans
che  tra i pi velenosi che si conoscano. (Un arabo ci raccont
un giorno di essere stato punto da un piccolo Plerois e d'aver tanto sofferto in quattro giorni, che quando gli mettevano sul piede enormemente enfiato un ferro rovente per medicare la ferita il dolore era minore, e che subito dopo essere stato punto i suoi amici lo avevano legato a terra. Sembrava come impazzito, tanto da far temere che si buttasse in mare...).
Purtroppo fu proprio Cecco Baschieri - lui che durante tutto il viaggio ci aveva spiegato come  lo Pterois-Volitans (che poi battezzammo pesce-cobra) e ci aveva in proposito fatto conferenze di mezz'ora sui pericoli della sua puntura! - ad essere punto quel giorno, a Cosseir.
Se non fosse immediatamente entrato in funzione il pronto soccorso,
che Grazioli (il quale stava pescando con noi) aveva portato con s nella barca, Cecco avrebbe sofferto mille volte di pi, e se il
pesce-cobra incontrato non fosse stato di misura assai ridotta, le conseguenze sarebbero forse state molto gravi.
A scoprirlo fui, incidentalmente, io. Di solito.non lo si vede, perch oltre ad essere raro, ha la virt di mimetizzarsi alla perfezione.
Avevo visto un rametto di corallo dalla forma bizzarra, e lo fissavo da parecchi minuti, pensando come fotografarlo cos in ombra,
quando mi accorsi che una parte di esso si muoveva impercettibilmente:
al che (ancora rabbrividisco, dopo aver assistito alle sofferenze di Baschieri!) allungai il piede e con la pinna diedi un piccolo
colpo al corallo. Una parte di questo, con mio grande stupore, si mosse, avanz ed usc dall'ombra. Come ho detto, era un esemplare piuttosto piccolo (dieci centimetri) al confronto di altri anche di 30-
40 cm. incontrati in seguito: avanzava maestoso, lento, agitando otto incantevoli pinne, quattro per parte, lunghe e sottili, simili a piume di struzzo, tanto sono lievi e fluttuanti. Altre pinne anch'esse lunghe e leggere si aprivano a ventaglio sulla coda, come la ruota di un tacchino. Sulla schiena, in stridente contrasto, si ergeva una fila di punte, dritte come frecce, estremamente acuminate. Uno spettacolo da lasciar senza respiro! Dimenticai di colpo la paura per tener d'occhio il pesce dal quale non osavo allontanarmi. Ogni tanto, con
la testa fuori dal pelo dell'acqua chiamavo a gran voce Baschieri, il quale alla fine giunse e (forse anche lui colpito dallo spettacolo davvero meraviglioso e dalla eccezionalit della preda che gli si parava dinanzi) fu non estremamente prudente. Dopo averlo arpionato magistralmente
con una fiocina a punta d'ago (speciale per queste catture di esemplari delicati), non s'accorse in tempo che il pesce-cobra, dibattendosi nervosamente, scivolava lungo di essa e, prima che egli potesse staccare la mano dall'arpione, gli finiva proprio sulle dita.
In conclusione fu necessario praticare immediatamente un'incisione, succhiare il sangue dalla ferita, fare un'iniezione, trasportare sul Formica
il povero Baschieri.
Quei momenti, cos movimentati, ci avevano impedito di accorgerci
che Cosseir si era finalmente svegliata dal suo letargo. Era venuto a bordo - seguito da un codazzo di militari - un gentilissimo
capitano egiziano, il quale volle subito portarci a terra, nel suo ufficio (una specie di castelletto merlato in pietra, davanti al quale facevano bella mostra quattro cannoni catturati a Napoleone
ci disse lui stesso). L ci disset con una serie di ghiacciatissime CocaCola,
facendoci mille domande sulla nostra Spedizione: noi un po'
in italiano, un po' in inglese, un po' in francese, rispondevamo bevendo
senza ritegno. Poco dopo ci mostr tutta una collezione di conchiglie,
di enormi aragoste imbalsamate e di piccioni, vivissimi questi,
alcuni stupendi ed addomesticati che lo seguivano a passo di danza.
Alle nostre richieste venne incontro con la massima cortesia, e ci fu cos possibile rifornire d'acqua in breve tempo i serbatoi del Formica.
Dopo ventiquattr'ore salpiamo le ancore e riprendiamo a scendere
verso Sud. Davanti alle Suakin Islands c'imbattiamo in una ennesima burrasca, non cos forte come l'ultima, ma sufficiente per costringerci a cercar rifugio a Porto Sudan.
Sfuggendo al maltempo, il Formica imbocca il canale che mena al porto attraverso un dedalo di isolette e scogliere e passa accanto al grande faro di Snganab, una costruzione in ferro che sembra la parodia della Torre Eiffel.
Centinaia di uccelli marini volteggiano sopra e intorno al faro;
sono i maestosi falchi di mare, i comuni gabbiani ed altri uccelli pescatori che di punto in bianco chiudono le ali e si
tuffano sott'acqua, scompaiono sotto le onde e ricompaiono un minuto e mezzo dopo con un pesce stretto nel becco.
Oltre agli uccelli marini ed al faro di Snganab, a Porto Sudan, facciamo conoscenza con Procopio, un greco dalla circonferenza incredibile,
dai modi gentili, e dalla cucina squisita. Da lui - dopo aver acquistato una dozzina di cartoline raffiguranti i Fuzzy-Wuzzy, i pi bei guerrieri dell'Africa, in alta uniforme, con scudi, penne e lance
- gustiamo le pi prelibate specialit greco-libanesi-turche-arabe nel corso di una cena memorabile.
E l'indomani, di nuovo in viaggio; le ultime quarantott'ore ci paiono interminabili ed i turni al timone vere torture cinesi; questo
viaggio non finisce mai. Siamo proprio all'estremo quando una bianca cittadina appare davanti ai nostri occhi, protesa verso il mare su una vasta isola ed unita alla terraferma mediante una lunga diga.
Due imbarcazioni arabe dalla candida vela triangolare che pare quasi toccare l'acqua tanto  inclinata (i famosi sambuchi) appaiono al nostro fianco e ci guidano verso terra.
Alle nove e mezza del 27 gennaio il formica attracca al molo di Massaua. Il viaggio pu considerarsi terminato. Le isole Dahlak sono ora davanti a noi.
Note.
1. Famiglia: Muraenidae.
2. Famiglia: Ostracionidae.


Capitolo 4.
Le raje suicide.

La nostra odissea  durata un mese, e non si pu dire davvero che sia stata una pacifica crociera con tante peripezie trascorse. Non c' quindi da meravigliarsi se a bordo siamo tutti un po' stravolti, stanchi e desiderosi di scendere a terra. Ma per scendere a terra occorre che le autorit eritree si decidano a rilasciarci almeno il visto di transito.
Questa sar la prima difficolt da affrontare per la nostra permanenza
a Massaua... Successivamente le autorit dovranno concederci
il permesso di lavoro nell'Arcipelago delle Dahlak per i mesi in cui ci tratterremo; nel deprecato caso di un rifiuto, il Formica si sposter a Cmaran, un'isola britannica di fronte allo Yemen, circondata
da un altro interessante arcipelago: ma  un'ipotesi che speriamo
non s'avveri, perch la possibilit di far scalo a Massaua favorirebbe
molto i nostri lavori. Intanto, in attesa di questi documenti, possiamo lavorare senza dar nell'occhio nei pressi del porto o della citt.
Non sposteremo il Formica n ci serviremo dei nostri fuoribordo;
con le attrezzature pi semplici - maschera, pinne, fucili e macchina fotografica - ce ne andremo ad un verde isolotto a poche miglia a sud di Massaua, noleggiando le barchette adibite, l nel porto, ai servizi pubblici. E questo proprio sotto il naso delle guardie!
L'isolotto dove andiamo di nascosto si chiama Shek-Said dal nome di un Santone. Quando il fondale si apre davanti ai nostri occhi, delusione generale. La colpa  dell'acqua, assai torbida, a causa del plancton. Che cos' il plancton?  Baschieri a spiegarcelo esattamente,
nei nostri lenti spostamenti in barca a remi dal porto a
Shek-Said; il plancton (la parola significa in greco vado vagando)  composto di animaletti microscopici o alghe unicellulari (a seconda che si tratta di plancton animale o vegetale) che formano una vera e propria
densa nebbia sospesa in acqua, e vanno vagando per il mare, sospinti dalla corrente e dalle onde, in enormi
quantit; pi il mare stesso  ricco di plancton pi  ricco di pesci, perch il plancton  il maggior alimento di tutti gli abitanti del mare, dalle acciughe alle balene... (Va detto inoltre che se, pescando una considerevole quantit
di plancton ricco di gamberetti, avannotti e infusori, un'abile massaia
riuscisse a farne polpette ne risulterebbe un cibo oltrech squisito
anche di un elevatissimo potere nutritivo).
Nel Mar Rosso fummo sempre circondati dal plancton, che disturb
moltissimo i nostri lavori fotografici e cinematografici; ma a Shek-Said, il fenomeno raggiunse il suo culmine. Non c' voluto poi molto ad abituarci e a dimenticare la limpidezza cristallina dei nostri mari, dei fondali sardi e di Ponza, di quelli stessi dell'alto Mar Rosso, di Shadwan, di Cosseir... Tuttavia nei nostri primi giorni in queste acque, il fenomeno ci fa una certa impressione.
Quel che ben presto ci consola  il fatto che per l'equazione
plancton uguale pesce si ha che molto plancton significa
molto pesce: in questo fondale, di pesce ce n' in variet e quantit
tali che solo alcune nostre foto possono darne l'idea.
Con l'andare del tempo e per il fatto che alle Dahlak il fenomeno
 assai meno pronunciato, ci adattiamo ben presto alla foscha
creata dal plancton; ma alla prima immersione le cose vanno piuttosto male... Vailati, Bucher e Gigi, che per primi si tuffano in quel mare sconosciuto e torbido, sconsigliati da tutti (a Massaua si ha un vero e proprio terrore dei pescecani), in fondo hanno paura, e non c' affatto da vergognarsi a dirlo.
Tutti noi comprendiamo il loro stato d'animo l'indomani, al momento di tuffarci nelle medesime acque: sulle prime  davvero impressionante quel trovarsi a vagare sotto i mari con un raggio di visibilit di tre metri al massimo, sapendosi nel regno di temutissimi
squali, e di altri pesci pericolosi. Sensazione di pericolo da ogni parte, impossibilit di difendersi da eventuali attacchi di pesci pericolosi,
dato che non si pu vedere se essi vengono malintenzionati contro di noi.
Le prime ore di lavoro sono veramente opprimenti.
Quando comprendiamo di aver scelto un punto dove l'acqua  particolarmente torbida, quando ci rendiamo conto che l'ora non  delle pi indicate e che alle Dahlak la situazione sar diversa, tiriamo un sospiro di sollievo. Dopo un paio di giorni i nostri nervi sono distesi, e vediamo assai meglio, giacch oltre ad esserci assuefatti alla
perenne torbidezza, scegliamo luoghi ed ore in cui questa  minima.

(Didascalia)
L'autore di questo volume al lavoro.
(Fine Didascalia)

(Didascalia)
Bruno Vailati, Capo della
Spedizione Subacquea Nazionale
e Francesco Baschieri Salvadori, Dirigente Scientifico della stessa.
(Fine didascalia)
(Didascalia)
Enza Bucher, Campionessa italiana di caccia subacquea al tempo della Spedizione
Subacquea Nazionale e il suo inseparabile amico, il gabbiano domestico Gregory mascotte dell'impresa.
(Fine Didascalia)

(Didascalia)
Lo stupore di un piccolo dancalo davanti a un componente della nostra Spedizione pronto per l'immersione.
(Fine didascalia)
(Didascalia)
Momenti di lavoro della Spedizione:
il Gruppo sportivo cattura una grande testuggine mentre
l'operatore del Gruppo di Documentazione,
Manunza, filma una roccia madreporica con la sua speciale cinepresa subacquea.
(Fine didascalia)

(Didascalia)
Per conto del Gruppo Scientifico un altro membro della
Spedizione raccoglie pesci tropicali catturati con il tramaglio.
(Fine didascalia)
(Didascalia)
Il Gruppo Scientifico della Spedizione al lavoro: Priscilla Hastings dipinge tavole a colori dei pesci raccolti; Francesco Baschieri, Stuart-Tovini e Priscilla Hastings preparano l'inventario di quanto  stato collezionato dopo una intensa giornata di lavoro.
(Fine didascalia)
(Didascalia)
All'estremo sud del Mar Rosso, quasi a Bab el Mandeb, incontriamo un gruppo di giganteschi capodogli che balzano fra le onde rincorrendo branchi di tonnetti.
(Fine didascalia)

(Didascalia)
I gabbiani e le sule volano a pelo d'acqua per afferrare al volo i piccoli pesci che guizzano alla superfice per sfuggire i capodogli.
(Fine didascalia

(Didascalia)
Due catture di diversa dimensione: una gigantesca cernia tropicale e il curioso pesce-palla.
(Fine didascalia)

(Didascalia)
Nelle pagine seguenti, il curioso pesce-proboscide
che per mangiare allunga smisuratamente le labbra.
(Fine didascalia)
(Didascalia)
Ravelli osserva uno squalo-nutrice
catturato da pescatori yemeniti sulle scogliere di Shumma; nelle stesse acque Baschieri ha catturato un piccolo esemplare di squalo-
bruno.
(Fine didascalia)

(Didascalia)
Nella pagina seguente: ritorno da una battuta di caccia a Dissei; la foresta sull'acqua delle mangrovie di Sheck-Said e
un suo abitante ancora implume.
(Fine didascalia)

(Didascalia)
Isola di Dur-Ghella: il nostro accampamento
a terra: Baschieri e Roghi hanno catturato un airone; il primo piano di un varano, lucertola gigante delle rocce.
(Fine didascalia)
(Didascalia)
La mascella di uno squalo tigre pescato
da un gruppo di yemeniti che intervistiamo
sul loro sambuco.
(Fine didascalia)

(Didascalia)
A bordo del Formica Quilici dirige la ripresa
di uno squalo-bruno catturato da Bucher, su indicazione dei pescatori yemeniti dello stesso sambuco.
(Fine Didascalia)
(Didascalia)
Il granchio delle sabbie delle Isole Dahlak  un impertinente cleptomane: lo attirano particolarmente gli oggetti dal metallo brillante come ad esempio una nostra penna stilografica che egli cerca di trascinare nella tana; pi serio, un suo cugino, il granchio azzurro attende sul fondo corallino che una preda passi vicina alle sue lunghe chele.
(Fine didascalia)

Per di pi notiamo che oltre i dieci metri di profondit la visibilit  molto migliore.
Cominciamo a tener nota degli spettacoli curiosi che ci offrono questi fondali.
Baschieri, al terzo tuffo a Shek-Said, ha visto un grosso pesce-pappagallo
che se ne stava immobile, inerte, col muso all'aria e la bocca aperta: due pesciolini azzurri, minuscoli, si davano un gran da fare per nettarla minuziosamente di tutti i detriti. Un altro giorno, Bucher e io, vagando sul fondo in cerca di soggetti da pescare e fotografare, ci imbattiamo in una grossa murena di un sinistro colore tra il bruno e il violetto, che come al solito sporge dalla tana per tutta la lunghezza
della testa e se ne sta immobile con la sua enorme bocca spalancata.
All'interno di questa, tra la cancellata formata dai sottili ed acuminatissimi denti, un pesciolino, allegrissimo, sta facendo pulizia.
Abbiamo cos conosciuto i primi esemplari di pesci-parassiti della
fauna subacquea tropicale.
Durante quelle stesse, prime immersioni, abbiamo fotografato una enorme conchiglia.
 la tridacna, sulla quale son fiorite tante leggende: se ne sta semiaperta come una tagliola sul fondo del mare. Dotato di un muscolo fortissimo, il suo corpo interno sporge dai due bordi seghettati con due labbra carnose dai violenti colori.
Se qualche pericolo si avvicina, la tridacna si chiude di scatto: da qui le leggende secondo le quali il povero pescatore di perle
o l'incauto palombaro rimangono in trappola ed affogano, imprigionati
dalla forza invincibile della conchiglia.
In effetti cose del genere non accadono mai; noi abbiamo introdotto
fulmineamente la mano anche nelle pi grosse tridacne ed una volta imprigionati abbiamo costatato che, se  vero che non si riesce sempre a togliere l'arto preso nella conchiglia,  altrettanto vero che con un po' di forza si riesce a strappar via completamente questa dal fondo ed a risalire; una volta alla superficie si apre la tridacna con l'aiuto di un paletto di ferro e si libera la mano.
Con gli occhi socchiusi, sdraiati sulla candida sabbia del
litorale di Shek-Said, tra una immersione e l'altra abbiamo poi spostato la nostra attenzione alla sabbia di queste spiagge, che, ad osservarla bene, da vicino,  un po' diversa dalle altre, cos bianca, impalpabile: uno studioso francese l'ha chiamata sabbia corallina. Secondo una sua teoria, i produttori di queste spiagge sono i pesci-pappagallo.
Ve ne sono a decine ogni due o tre metri della barriera corallina, e si possono considerare i pi diffusi in questo mare; servendosi del becco
durissimo che hanno al posto dei denti, divorano quantit spropositate
di madrepora. Poi la espellono, microscopicamente triturata, in nuvolette di sabbia bianca che va a depositarsi sul fondo; non  quindi
assurdo chiedersi se, nel corso dei secoli, non siano stati essi a creare le spiagge coralline, anzich il mare con la sua opera di erosione.
Vedremo pi avanti come incontrando un'altra variet di pesci-
pappagallo di grandi dimensioni, ancor pi vorace di madrepora, ci sentiremo senz'altro di suffragare tale ipotesi.
Giorno per giorno continuiamo ad arricchire l'album dei nostri incontri subacquei; a una settimana dal nostro primo tuffo a
Shek-Said, abbiamo l'occasione di una prima, importante osservazione sulla vita privata degli abitanti di questo mare, visti nel loro habitat naturale.
A proposito delle razze per esempio: l'incredibile comportamento
di taluni esemplari, al momento della cattura. Vi sono cio delle razze che, vistesi perdute, si suicidano!
La prima volta  accaduto proprio qui a Shek-Said: Gigi Stuart centra una razza piuttosto bella e la riporta alla superficie, tozzo disco dibattentesi all'estremit della freccia. Improvvisamente vediamo la coda appuntita dell'animale infiggersi profondamente nel suo stesso fianco. Un episodio senza dubbio singolare, ma nulla pi. Invece qualche giorno dopo, Gigi Stuart e Gianni Roghi catturano un altro esemplare di razza, e la scena si ripete tale e quale. Con un terzo esemplare, preso anche questo da Gigi, al ripetersi identico del comportamento
dell'animale non possiamo fare a meno di ritenere volontario
l'atto suicida. La razza, insomma, vistasi perduta sceglie la morte deliberatamente...
Razze, madrepore, boghe, pappagalli, mangrovie, aironi: ogni giorno sull'isoletta, o intorno ad essa, si scopre qualcosa di nuovo.
Lavorando entusiasticamente da mane a sera, ogni giorno ci sentiamo
pi a nostro agio nei fondali tropicali del Sesto Continente.
Unica sosta al nostro lavoro in mare fu quando andammo ad Archico, in dodici sull'unico taxi di Massaua; una sgangheratissima automobile (ex regalo di Mussolini ad un famoso ras etiopico) il cui autista - un tipo ameno che viaggia tenendosi al fianco due o tre sbarre di ghiaccio per non morire di caldo - pu considerarsi per questo un inventore dell'aria condizionata modello taxi africano.
Archico  un tipico villaggio africano al centro della baia, di Massaua, che da lui prende nome. Lungo il mare, improvvisamente, la costa polverosa e riarsa si addolcisce per la presenza di una verdissima
fascia formata da migliaia di palme secolari, sotto le quali sorgono le abitazioni del centro abitato.
La prima cosa che si nota  un vecchio forte turco, poi ci son capanne, confusione, tavoli dei caff i cui unici avventori sono milioni di mosche, cammelli dalla faccia ebete che lanciano ogni tanto dei ruggiti da far venire la pelle d'oca, innumerevoli frotte di ragazzini.
Ed  proprio tra mosche, cammelli e ragazzini che Vailati, sfoggiando
la sua profonda conoscenza dell'arabo, si mette alla ricerca di ci che rappresenta lo scopo di questa nostra puntata: un nacuda.
Un nacuda  un uomo che per anni ed anni, sin da bambino, ha navigato sui sambuchi da pesca, un uomo che conosce a menadito i fondali insidiosi della zona ove ha lavorato, un vecchio marinaio insomma, indispensabile a chi voglia percorrere, fuori delle consuete rotte obbligate delle grandi navi, itinerari a piacere negli arcipelaghi del Mar Rosso.
I nacuda in questi luoghi sono considerati capi o comunque uomini superiori alla media; giustamente, in effetti, poich l'aver molto navigato e la conoscenza di genti e luoghi nuovi ha certamente acuito la loro naturale scaltrezza e intelligenza.
La figura del nacuda , in queste localit, circondata da un alone di mistero e di timoroso rispetto. Un nacuda, tale Ato Joseph, avendo stretto amicizia con un francese, fu insieme a lui protagonista
di una vicenda clamorosa svoltasi a Pietroburgo all'inizio del secolo; dopo avere per lunghi anni navigato insieme, pare trafficando
in schiavi, i due organizzarono una colossale truffa.
Acquistati a basso prezzo esotici regali e sottratti alcuni fogli di carta intestata del Governo d'Abissinia, partirono alla volta della lontana
Russia. Col giunti, Ato Joseph si present come ambasciatore
straordinario del Negus presso lo Zar presentando regali e credenziali:
per evidenti ragioni di distanza nessuno and a fondo della cosa e l'arabo, insieme all'amico che lo consigliava, visse munificamente
per un paio d'anni alla Corte di Pietroburgo. Un giorno, dopo aver stipato le valigie di oggetti i pi svariati ottenuti in dono per Menelik, i due compari annunciarono che rientravano in patria per un periodo di riposo. Soltanto molto tempo dopo le due Corti vennero
a sapere la verit, e vani furono i tentativi di rintracciare il sedicente ambasciatore...
La nostra Spedizione, invece, ebbe a che fare con un nacuda ben diverso; un uomo di una onest eccezionale, grande conoscitore di tutto il Mar Rosso. Con un suo pilota dncalo, di nome Asgodom, rest con noi cinque mesi, e ci fu di aiuto inestimabile.
Abbiamo un pilota, un nacuda espertissimo, ma la cosa non ci serve proprio a nulla:  gi trascorsa una settimana ma ancora non abbiamo i famosi lasciapassare per le Dahlak! e non ci rimane, cos, che continuare a lavorare a Shek-Said.
Eccomi alla mia prima avventura. Lasciati gli apparecchi fotografici
a Giorgio, sono di turno oggi con il Nucleo Scientifico che raccoglie materiale al largo.
Mi hanno dato un martello e seduto sul fondo sto rompendo alla base una enorme madrepora per tentare di portarla alla superficie.
Dopo qualche minuto di lavoro ho la sensazione che qualcuno
mi stia guardando. Mi giro e vedo a cinquanta centimetri da me, all'altezza del petto ma di fianco, un enorme barracuda(2). Dico enorme e non esagero, perch mai pi nei mesi successivi ne abbiamo visto uno simile.
Sottile e lungo (circa due metri), con l'alta coda immobile ed un occhio dilatato che mi fissa, ecco il famoso e terribile corsaro dei mari tropicali, il pesce temuto dagli indigeni ben pi dei pescecani!
La sua bocca  socchiusa: la sua lunghezza e il fatto che si intravede
tutta la fila dei grossi denti triangolari, contribuisce a dare al pesce un aspetto che ricorda stranamente quello del coccodrillo.
Il cuore mi batte a precipizio mentre lancio uno sguardo verso la superficie. Mi muovo bruscamente e il pesce con un colpo di coda si allontana di circa un metro.
Saetto verso il pelo delle onde, esco a bomba, mi levo il boccaglio
ed urlo con quanto fiato ho in gola:
- Un barracuda, un barracuda di due metri!
E torno sotto. La posizione peggiore per un uomo in mare -
quando ci sia d'attorno un pesce pericoloso -  quella a fior d'acqua.
Infatti appena rimetto la testa sotto vedo il barracuda salire a sua volta dal fondo. Nuoto a candela in gi (il fondo qui  piuttosto basso, sette o otto metri), e mi fermo tra i coralli. Il barracuda mi segue.
Avranno gli amici udito il grido di richiamo? Sono ripiombato a fondo con tale velocit che non ho avuto modo di accertarmene.
Il pesce, come vedemmo poi fare anche ai pescecani pi coraggiosi,
comincia a girarmi intorno, ogni volta pi vicino. Non ho con me nulla che possa spaventarlo, il martello  troppo piccolo... La madrepora, perbacco! Stacco un grosso ramo con un colpo di pinna, lo impugno e lo brandisco contro il pesce agitandoglielo davanti agli occhi. La soluzione funziona: il barracuda allarga i suoi cerchi e poco dopo svanisce alla mia vista confuso nel plancton.
Ed ecco Cecco Baschieri e Gianni Roghi. Hanno due fucili, nuotano alla superficie. Risalgo verso di loro ancora una volta velocissimo,
mi metto sotto la loro protezione, al centro.
- Ma dov'? - mi chiede un po' incredulo Baschieri (questo  il primo incontro del genere e certamente Cecco crede che io per l'emozione abbia esagerato la grandezza dell'esemplare visto).
- Qui sotto, scendiamo - rispondo.
Ci tuffiamo.
Vaghiamo una ventina di secondi affiancati, poi... Eccolo!
Con un'occhiata Cecco e Gianni mi chiedono scusa del loro scetticismo.
Si fan subito sotto puntando i fucili, ma l'animale, pur senza fuggire, si porta fuori tiro.
Scompare. Ogni ricerca risulta vana.
Alla superficie parliamo concitatamente; Gigi Stuart passa nei dintorni, lo chiamiamo a gran voce.
 lui, ora, ad essere scettico.
- Facciamo un metro! - ridacchia quando gli diciamo delle dimensioni. Poi si immerge. Passano venti secondi ed eccolo che rischizza fuori come un fulmine.
- Perbacco! - urla. - Gli ho sparato, gli ho sparato!
Alza il fucile fuori dell'acqua:  stroncato a met, una molla penzola inerte. Il barracuda era sotto i suoi piedi mentre egli parlava con noi. Scendendo l'ha trovato a tiro, gli ha sparato. Una frazione di secondo, uno strappo bruciante, Gigi tiene il calcio del fucile con le due mani e non se lo fa strappare. Un secondo schianto e un colpo secco. Il fucile s' rotto! Spezzata la canna anteriore, nettamente;
il pesce fugge come un fulmine con l'arpione nel corpo, trascinandosi
dietro sagola e canna.
Alla sera raccontiamo l'episodio agli altri, a bordo, eguale scetticismo
nei loro occhi. Ma la fortuna ci assiste; in citt sappiamo che un pescatore ha preso con la rete un enorme barracuda. Ci precipitiamo
da lui e ci racconta che l'ha trovato a pancia all'aria con l'arpione nel corpo, morto, a diverse miglia da Shek-Said.  il nostro!
Il pescatore ora lo ha portato alla fabbrica della farina di pesce.
Ai cancelli dell'edificio pi maleodorante del Medio Oriente verso le undici di notte siamo in una dozzina di uomini chiassosi.
Un guardiano indigeno, impressionato, ci apre il cancello, ci facciamo
indicare il frigorifero e troviamo, senza testa purtroppo, il bestione
di oggi.
Confrontata finalmente alla presenza di tutti la sua lunghezza, le polemiche tacciono.
Allibito, l'indigeno con il barracuda in braccio ci guarda scomparire
nella notte...
Il Pesce-chitarra(3)  un bell'esemplare di selace, della stessa famiglia
dei pescecani e delle razze, che per la forma della testa  considerato
un anello intermedio tra le due specie.
Avanza tra curioso e incerto verso Vailati che, all'ultimo giorno delle nostre immersioni a Shek-Said, dopo tutte le fatiche per i permessi,
si  immerso con noi. Bruno, il cui pregio maggiore come sportivo
 senza dubbio la incredibile irruenza e velocit che contraddistingue
le sue azioni di caccia, lo ha puntato, gli  piombato sopra, e lo ha preso in pieno. Una bellissima cattura, di grande interesse
soprattutto per gli scienziati. Una cattura che ha concluso degnamente
il nostro periodo di lavoro e di caccia a Shek-Said; ora -
infatti - lasceremo queste acque: i permessi di lavoro per le Dahlak ci sono stati finalmente accordati.

Le prime cacce Dissei, 7 febbraio 1953.
Il Formica, a Massaua, ha fatto il pieno di nafta in serata e dopo una riunione generale in plancia presieduta da Vailati, consultate le carte nautiche delle Dahlak, abbiamo scelto per la prima uscita l'isola di Dissei, a Sud, nel Golfo di Zula.
Verso le nove e mezza una terra lunga, montagnosa, a gobbe di serpente, sulla quale spuntano i rinsecchiti alberi africani ad ombrello
 davanti a noi. Giriamo attorno alla punta Est, e il Formica getta le ancore in una piccola baia sulla quale si affacciano le capanne del paese. Siamo tutti indaffaratissimi a caricar sulle lancie i materiali,
e non ci occupiamo molto del panorama.
Parte la prima barca, quella di Baschieri col gruppo scientifico, che punta verso la secca che si estende al nord; Bucher e i suoi sono invece diretti a uno scoglio che il nacuda ci descrive come una specie
di club di pescecani.
Per ultimi partiamo noi, Vailati, Manunza, Ravelli ed io.
Dopo mezz'ora di cammino, trovata una zona discretamente limpida, saltiamo in acqua per un giro di orientamento, tenendoci vicini alla barca, che adesso, spento il motore, va a remi.
Il panorama si presenta piuttosto singolare; una grande foresta rosso-bruna si inabissa sotto i nostri occhi, salendo dal fondo (di circa venti metri) in folte macchie che creano misteriose zone d'ombra.
Da questa vera e propria giungla subacquea salgono ciuffi d'alghe
pi lunghi degli altri, sottili, fluttuanti, ai quali sono appesi grossi
semi simili a bacche di cipresso. La foresta  popolata da miriadi di pesci neri con una pallina bianca, minuscoli; e in lontananza passano,
argentei e velocissimi, i sauri in branchi. Le alghe sono leggermente
urticanti cosicch, quando torniamo ad immergerci con gli autorespiratori, Vailati e io indossiamo una tuta protettiva.
Eccoci sul fondo: due uomini di gomma nera avanzano nel groviglio rossastro che li avviluppa, muovendosi a fatica. Due esploratori
del Sesto Continente scesi in una delle sue foreste con uno scopo preciso: prendere dei campioni di alghe, rametti di arbusti, pianticelle di tipi diversi. Li leghiamo a dei tappi di sughero facendoli
cos salire in superficie dove vengono raccolti dalle barche. Questa
nostra prima immersione alle Dahlak  anche la prima immersione
in linea diretta con i nostri progetti dimostrativi a proposito del Sesto Continente. Pu darsi che, infatti, in un prossimo futuro si giunga a coltivare le alghe per sfruttarne quelle propriet (anche
nutritive) che secondo recenti studi esse possiedono in elevata misura, creando cos una vera e propria agricoltura sottomarina.
Per ora limitiamoci a prevedere tale possibilit e a portare il nostro contributo raccogliendo dei saggi di prova. Qui come altrove, intendiamo agire da pionieri del Sesto Continente, non vogliamo avere la pretesa di divenirne i colonizzatori e gli sfruttatori.
Ecco, il lavoro di questa giornata  finito. Faticosamente usciamo
dal groviglio vegetale e avanziamo lungo il bordo di questa lussureggiante
foresta subacquea.
Nel frattempo gli altri due gruppi hanno qualche avventura con degli squali. Gli uomini del gruppo Bucher, giunti alla scogliera, sono scesi in acqua, un'acqua cos torbida che anche se ci fossero state delle balene non avrebbero potuto vederle. Nel momento in cui Bucher decideva di cambiar zona, un piccolo pescecane di un metro e mezzo  passato a poca distanza del campione, che lo ha puntato e gli ha sparato. Per quanto piccolo, l'animale appena issato
fuor d'acqua ha subito dimostrato la sua forza, mordendo e staccando
un pezzo del paiuolo di legno della barca. Intanto un chilometro
pi a nord Gigi Stuart sparava ad un pescecanetto, ma, al contrario di Bucher, lui si trovava in pochissima acqua, due metri al massimo. Quando lo squalo, colpito in un punto non vitale, ha iniziato la sua danza epilettica, s' incastrato con la sgola in una grande madrepora. L ha cominciato a sbatacchiare colpi di coda e a perder sangue suscitando un maremoto. Abbracciato al fucile, Stuart per qualche istante s' tenuto ben saldo, ma poi i colpi si sono fatti cos violenti da non permettergli pi di dominare la situazione:
da lontano, lo si vedeva, in mezzo ad una gran schiuma, affiorare,
immergersi, uscire dall'acqua ora con un piede ora con una mano.
Finalmente, mentre Roghi e Cecco Baschieri nuotano all'impazzata per portargli aiuto, il pescecane, con uno strappo finale fa letteralmente esplodere il cespuglio madreporico, rompe la sgola, e se ne va a morire per i fatti suoi.
La giornata  al colmo: il sole, semicoperto dalle nuvole, non picchia troppo forte, ci lascia anzi lavorare in una luce diffusa e tiepida,
quasi confortante. A una trentina di chilometri da noi, sulle coste della Dancalia, c' il deserto, dove, invece, il sole batte in pieno;
per il riverbero, l'orizzonte  abbacinante.
Al pomeriggio, di nuovo tutti al lavoro.
Undici uomini sono sott'acqua; chi fotografa, chi caccia, chi raccoglie madrepore, chi osserva un granchiolino, chi vaga con la macchina cinematografica, chi studia le mosse di un pescecane.
 la Spedizione, finalmente al lavoro cos come Vailati la immaginava,
intenta a svolgere le sue attivit sul fondo del mare come tanta altra gente fa nell'aria libera: undici esseri umani facilmente divenuti anfibi, tra cui due donne, a cinque, venti, otto, trenta, due, sedici metri di profondit, tranquillamente intenti ai pi svariati lavori. L'immagine di un pomeriggio che sar l'immagine di cento altri nostri pomeriggi e mattinate, di giorni e giorni di lavoro. Di lavoro nel Sesto Continente.
Scendevo verso il fondo seguendo la costa a strapiombo del banco che bordeggia il lato nord di Dissei sul quale stiamo lavorando, quando lo squalo mi appare. Ora avanziamo l'uno verso l'altro, ambedue
cauti, senza dare, n lui n io, colpi di pinna troppo bruschi.
Forse si fa coraggio perch non impugno come gli altri, il fucile con l'affilata punta dell'arpione; comunque, mi si avvicina. Quando
stiamo alla distanza di due metri, l'amico, con molta dignit, si gira e comincia ad allontanarsi. Io mi agguanto ad una sporgenza sul fondo per vedere che cosa succede. Finito lo stretto giro, torna verso di me, sempre un po' diagonale, come per tenermi d'occhio.
L'occhio  forse la cosa pi impressionante del pescecane, giallo-
verdastro come quello dei gatti, fosforescente, con una sottile linea nera che lo taglia.
 proprio un occhietto poco simpatico quello che continua a fissarmi. Curiosissimo, vuol forse individuare che razza di pesce sono; vorrebbe continuare ad avanzare, ma ha paura, e si frena. Quasi immobile davanti a me, non sa come comportarsi.
Di scatto si raccoglie su se stesso si stende come una frusta, sfrecciando sopra di me compie un'ampia curva e velocemente scompare
alla mia vista. La situazione, che s'era fatta imbarazzante per tutti e due, lui l'ha risolta in modo sbrigativo!
Verso sera, nell'aria immobile (c' una bonaccia tremenda) le voci e i rumori delle barche lontane ci giungono nitidi, a folate.
Seguiamo benissimo, da bordo della barca, la colonna sonora della cattura di una raia lunghissima che violentemente dibattendosi rifiuta di esser portata a galla. Abbiamo udito le grida concitate e gli ordini, mentre Bucher emergeva e si tuffava tre o quattro volte durante
l'avvicinamento e la cattura, poi gli urli e le grida di meraviglia
quando il bestione  stato tirato fuori proprio al calar della sera.
La raia  un perfetto disco-volante, come lo si vede nei disegni delle riviste fantascientifiche. Tondo, piatto di sotto e sopra a semisfera,
con due palle nerastre per occhi.  perfettamente gialla ed ha sul groppone centinaia di piccoli aculei incastrati sulla pelle durissima.
Bucher l'ha colpita mentre svolazzava sul fondo di sabbia. (Il fucile ha perforato la pelle solo perch munito di molle surcompresse).
Ma a colpirla non  bastato: la raia pesava una cinquantina di chili, una cinquantina di chili messi di piatto, cio durissimi a recuperare.
In aiuto a Bucher  dovuto scendere un altro sub il quale, mentre la raia si dibatteva freneticamente, l'ha colpita a sua volta, dopo di che  stata portata alla superficie senza troppa difficolt.
Subito dopo il tramonto torno sott'acqua per cinematografare con una lampada una immensa foglia di corallo che sporge dalla parete madreporica. Chiamo Giorgio in aiuto, scelgo il punto da dove fare la ripresa e lo mostro all'amico perch giri lui mentre io compio l'azione: Giorgio si tuffa e si mette in posizione con la lampada, proprio vicino ad una fessura che s'apre nella roccia.
Appena sono accanto al corallo mi giro verso di lui per vedere se  pronto, vedo la lampada sola, appoggiata al fondo; alzando la testa scorgo Giorgio il quale, simile a un razzo, punta verso la superficie. Salgo anch'io, per vedere che  successo.
- Una murena, una murena enorme, me la son trovata vicino al viso...
- Ma dove?
- L, l sotto.  sbucata dalla fenditura.
Mentre Giorgio prende il fucile, io mi immergo di nuovo, per controllo. In effetti la murena c', e anche grossa! La testa, un po'
dondolante, sbuca tra le madrepore con aria superba, la bocca si apre e si chiude; mi punta addosso i due perfidi occhietti. Penso alla paura che deve aver avuto Giorgio vedendosela accanto all'improvviso: in quella oscurit piena di incognite. Ora sta anche lui tornando sul fondo con il fucile in pugno. Il colpo dev'essere perfetto perch se la murena fosse ferita solo superficialmente rischieremmo di passare brutti guai.
E lo , infatti, perfetto: immediatamente, con l'asta d'acciaio conficcata dietro la testa, la murena si ritrae nella sua tana; Giorgio abbandona il fucile, afferra l'asta dall'estremit posteriore e tira. Ma non riesce ad estrarre la preda, ed allora punta i piedi sul fondo, torna
ad afferrare l'asta tra le gambe e tira ancor pi forte, come se dovesse sollevare un enorme peso. Quello che accade ha dell'incredibile:
non solo impegnando tutte le sue forze Giorgio non riesce ad estrarre la murena, ma  la murena che lentamente tira l'asta dentro la tana, e palmo a palmo piega Giorgio. Io, che sto girando la stupenda scena, pianto tutto per afferrare l'asta (l'ultimo pezzetto che rimane fuori!) e tiro insieme a Giorgio. Stiamo per strappare la preda dalla tana. Aumentiamo lo sforzo, ecco ci siamo... un colpo sordo, e di colpo veniamo proiettati all'indietro. L'arpione avvitato all'asta, sebbene sia di tipo speciale, d'acciaio blindato, si  spezzato.
Risaliamo a galla, ed ansando ci sdraiamo sul fondo della barca.
Accidenti alle murene! Ci mancava solo di trovarne di quelle giganti!

Dissei, 8 febbraio 1953.
Con la faccia al sole siamo immobili, nella tranquilla ora della siesta. All'improvviso ci scuotono delle urla che nulla hanno di umano:
 Zecca. Era l'unico di noi ancora in acqua a pescare.
- Venite, venite! Una murena, enorme, l'ho presa, correte!
Remiamo velocissimi verso di lui, che s'immerge pi volte mentre l'acqua ogni tanto appare come sferzata da un violento colpo di scudiscio.
A bordo, oltre Zecca, piomba una murena enorme, del peso, poi verificato di tredici chili, colpita magistralmente.
Mentre raccontiamo che anche noi ne avevamo visto una simile
(il solito racconto a cui non crede nessuno) ci viene un dubbio, e appena Zecca con il coltello finisce di ammazzare la bestiaccia, trafiggendole
in pi punti la testa, andiamo a darle un'occhiata... e nel collo troviamo conficcato il nostro arpione:
- Caspita, e questo da dove viene? - chiede il buon Zecca allungando il collo interrogativamente.
- Da qui - fa Giorgio mostrandogli la punta della nostra asta, mancante appunto del pezzo ritrovato in maniera cos straordinaria.
E tutti e tre ci precipitiamo a fotografare il bellissimo esemplare
catturato con azione, sia pure involontariamente, collegiale.
L'esperienza ci avrebbe poi insegnato che esiste un ottimo e assai meno faticoso sistema per catturare mostri di quella forza: una volta colpita la murena, anzich cercare di strapparla dalla sua tana tirando la freccia e suscitando cos una violenta reazione (si tratta di un animale fortissimo la cui energia aumenta considerevolmente
quando  in pericolo) bisogna lasciarla sola. Con l'arpione in corpo, dentro la tana la murena si esaurisce e si dissangua nello sforzo di vincere con tutti i mezzi quello che crede il suo avversario;
contorcendosi ed addentando, cio, la freccia per ucciderla. Tornando
sul luogo dopo qualche tempo, la cattura della bestia, sfinita dall'inutile lotta, diventa un gioco.
Naturalmente, cos come amiamo il mare nel quale ci immergiamo,
amiamo i suoi abitanti - i pi grandi come i pi minuscoli - e se queste pagine risultano una somma di racconti di cacce  perch lo scopo principale scientifico della nostra Spedizione  la raccolta di due vaste collezioni d'animali marini tropicali da destinare ai Musei di Roma e Milano.
Hemingway ci ha parlato in Verdi colline d'Africa dell'amore del cacciatore per la preda alla quale fa la posta; e un famoso torero
- Manolete - disse un giorno che l'amico che egli sentiva d'avere nell'arena durante la corrida era il toro; cos vorrei poter dire anch'io di noi tutti in caccia in questi fondali; abbiamo i fucili in mano, siamo pronti a colpire, a catturare, a lottare. Ma questo non muta minimamente il muto rapporto d'amore, di stupefazione, di curiosit che  all'origine della vocazione subacquea di ciascuno di noi.

Dahlak Chebir, 9 febbraio 1953.
Lasciamo Dissei diretti all'isola pi grande dell'arcipelago.
Dahlak Chebir, la Grande Dahlak, come si dice in arabo, da queste parti,  un'isola estesa quanto mezza Corsica.
Al termine del viaggio, durante circa tre ore, ci appare una lunga riga rosso-bruna che galleggia sul pelo del mare.  la costa dell'isola.
Ci infiliamo in un canale piuttosto largo, dove il formica si ancorer. La formazione vulcanica dell'isola ci appare sin d'ora in tutta la sua drammatica realt: le coste del canale sono costituite da enormi massi nerastri e rossastri corrosi dalle acque, che precipitano
a strapiombo nel mare. All'altezza del livello delle onde sono erosi profondamente s che la costa pare un lungo ciclopico balcone.
Bruno Vailati  sceso in acqua nel canale, ad un paio di miglia dal nostro ancoraggio, verso le undici del mattino. Era solo e dopo aver avvicinato un grosso dentice, gli ha sparato. Il pesce, subito, ha cominciato a dibattersi furiosamente, perdendo fiotti di sangue, e dopo pochi secondi, velocissimo,  apparso un grosso squalo lungo un paio di metri. Cercava di agguantare il dentice ferito. Alle grida di Vailati, entra in acqua anche Giorgio Ravelli, mentre altri pescecani
sopraggiungono e in pochi istanti quel breve tratto di mare ne  gremito. Non pescecani enormi, ma nemmeno piccoli: esemplari
di due, di tre metri, in gran numero: una ventina almeno.
Vailati punta il fucile, e Giorgio scatta fotografie. Gli squali, veloci, andatura a zig zag, sbucano dal buio profondo dell'alto fondale
e incrociano sopra, sotto, a destra, a sinistra, in tutte le direzioni.
L'immersione dura gi da parecchi minuti, quando dal fucile di Vailati  saettato il primo colpo di arpione che un uomo subacqueo abbia fatto partire contro uno squalo, catturandolo.
Intendiamoci: non il primo in senso assoluto. Gi la Spedizione stessa aveva avuto dei primi contatti di questo genere con i pescecani;
Vailati stesso aveva gi catturato il pesce-chitarra e Bucher un piccolo squalo. E non solo la Spedizione: in giro per i mari del mondo contro piccoli squali o contro squali provatamente innocui sono stati sparati da tempo colpi di fucile subacqueo.
Ma questo  il primo, nel vero senso della parola, in quanto si tratta di un pescecane di taglia piuttosto grossa, sui tre metri,
di specie antropofaga (squalo-bruno) catturato in mezzo ad altri pescecani, da un solo sub in condizioni ambientali precarie; acqua torbida, cio, discreta profondit e forte corrente.
L'azione si  svolta cos.
Ricaricato il fucile dopo aver liberato l'arpione dal dentice, Vailati s' immerso. Un pescecane tra gli altri avanza snodandosi, Bruno devia sul suo fianco non puntandogli direttamente l'arpione addosso, quello avanza ancora un po', poi curva per fuggire. Vailati si gira di scatto, il braccio si tende... Un rumore metallico e subito dopo il tonfo sordo della gran coda che d un colpo fortissimo in acqua per fuggire. Colpito! Colpito in pieno!
 l'istante pi emozionante. Come reagir? Come reagiranno i suoi compagni?
Vailati attende che lo squalo (l'acqua si  subito arrossata)
si rivolti furioso:  un istante tremendo! Invece fugge. E non fugge sfoggiando la forza enorme che gli darebbe la coda, ma tirando debolmente.
Il colpo  stato perfetto (altezza delle fessure branchiali, direzione
cuore-fegato), ma qualsiasi altro pesce avrebbe reagito in modo pi violento. Vailati, appena sparato, d la mano a Giorgio, che, nel caso che il pescecane tiri molto, aumenter cos il frenaggio.
Ma non ce n' bisogno. Dopo pochi metri il Re del mare, vinto, s'accascia
e non reagisce pi.
 il momento del recupero, del trasporto della preda alla superficie.
Rimane per l'interrogativo degli altri squali che continuano a gironzolare l intorno.
Attaccheranno il pescecane moribondo per divorarlo, come si dice che facciano? O attaccheranno l'uomo che ha assalito un componente
del loro branco?
Nulla di tutto questo. Continuano a gironzolare sino a che, quasi impauriti da quel che  successo, se ne vanno. Vailati, felice ed orgoglioso,
emerge sano e salvo e pu issare a bordo la sua eccezionale preda.
Alla luce delle osservazioni che ci siamo proposti di fare sullo squalo, (non solo da un punto di vista strettamente scientifico, ma anche in rapporto al pericolo che esso potrebbe rappresentare per il lavoro degli uomini anfibi nel Sesto Continente), il colpo di Vailati ha una grande importanza: se  vero, come andiamo assodando, che lo squalo non assale l'uomo, l'aver scoperto che non reagisce con
violenza nemmeno se viene disturbato, assalito ed addirittura colpito, dimostra che il famigerato e temutissimo pescecane, non rappresenta in realt alcun pericolo per l'uomo immerso.
L'azione sportiva di oggi, poi,  avvenuta in particolari circostanze
che aumentano l'importanza delle conclusioni dedotte: si trattava
di uno squalo-bruno, pi degli altri ritenuto pericoloso, di uno squalo grosso, di uno squalo, infine, in un branco di squali.
Incrociati i remi in alto, appesi a questi un ramo ed un gancio, Vailati, Masino e Giorgio issano a poppa della barca lo snello ed elegante
corpo del pescecane, a mo' di trofeo, e cos tornano al Formica.

Note.
1. Famiglia: Dasyatidae.
2. Famiglia: Sphiraenidae.
3. Famiglia: Squatinidae.

Capitolo 5.
Una cernia di un quintale.

Canale di Nocra, 11 febbraio 1953.
Eccoci di nuovo sotto la barriera corallina del Canale; vedo uno dopo l'altro gli amici sparire sotto il tremolio delle onde. Il silenzio in cui  piombata la zona del momento in cui tutti si sono immersi non dura a lungo.  Bruno Vailati a romperlo riemergendo di colpo vicino alla barca.
- Una cernia di ottanta chili! - urla eccitatissimo... e scompare
di nuovo.
Un po' incuriosito, guardo fuori bordo ma non vedo nulla, perch
l'acqua qui  parecchio torbida. Ma ecco Bruno che torna.
- Ce l'ho! Ce l'ho!... un altro arpione, presto!
Glielo passo velocissimo e scompare di nuovo. Mi guardo d'attorno
per vedere se c' qualcuno da chiamare in aiuto. Ma Zecca e Bucher, che sono i piti vicini, si sono allontanati e distano gi da noi almeno cinquecento metri; inutile chiamarli. Vailati riemerge ancora. Grida:
- Un altro fucile!  un bestione di cento chili, e m'ha rotto anche
il secondo arpione... Presto, presto! -. Gli passo l'unico fucile che c' in barca, il mio, e vedo scomparire di nuovo Vailati. Afferro maschera e pinne, le infilo, e sono sott'acqua.
Dopo una veloce puntata verso il fondo, a otto metri, dove l'acqua
si schiarisce, vedo, immobile, a fianco di un enorme masso, una cernia lunga quanto Vailati e grossa in proporzione: una specie d'elefante subacqueo, che al posto delle zanne, ha i due arpioni gi sparati da Vailati; a giudicare dalla sua tranquillit gli hanno fatto l'effetto di due stuzzicadenti! Al tentativo di spararle un terzo colpo, finalmente il bestione dando segno di aver capito che quell'omino buffo che sgambettando gli arriva davanti, gli pu dar dei fastidi
con le punte che gli ficca in corpo, con un maestoso colpo di coda si mette fuori tiro, e con un altro paio di colpi sparisce dalla nostra vista.
Imprecando come un turco, Vailati torna alla superficie; ci ha rimesso due aste... e s' visto svanire la possibilit di una preda sensazionale!
Per di pi non abbiamo neppure potuto cinematografare la scena. In barca, tra una recriminazione e l'altra passano una decina
di minuti.
Poi si sente un vociare lontano che ad ogni minuto aumenta di intensit: le grida provengono dalla zona dove stanno pescando Bucher e Zecca...
Che pu esser successo? Vailati d il via al motorino e ci dirigiamo
verso la fonte del baccano, ora improvvisamente cessato.
Quando arriviamo, qualche minuto dopo, a bordo della barca di Bucher si sta issando la cernia che, sfuggita al fucile del nostro Capo, ha avuto la infelice idea di andarsi a rifugiare nel posto meno indicato dell'arcipelago, cio dove Bucher sta pescando coi suoi!
Zecca l'ha vista arrivare dall'alto fondale e alle prime, vedendola
da lontano, non  riuscito a capire che razza di bestia sia. Una cernia cos grossa bisogna vederla da vicino per convincersi che sia proprio una cernia! Per di pi aveva conficcate in testa le due aste di Vailati che da lontano non si riconoscevano come tali.
- Ma che razza di pesce  questo? con due corna! -. Ha mormorato
Zecca, per cercare di capire con chi a che fare: quando s'accorge
che si tratta di una cernia, per poco non ha una paralisi cardiaca...
Pensare che nei nostri mari, quando se ne vede un esemplare di venticinque
chili il cacciatore pu considerarsi a posto per tutta la stagione,
e questa qui peser almeno...
- Bucher! Bucher! Raimondo!
Zecca, affiorato alla superficie come un fulmine, chiama Bucher, che ha il fucile surcompresso.
- C' una cernia d'un quintale!
- Cosa?
- Una cernia, una cernia d'un quintale!
Bucher si tuffa, giusto a tempo per vedere, secondo le sue testuali parole un sommergibile che scompare nell'acqua torbida.
Per la seconda volta la cernia  sfuggita all'agguato dei subacquei,
ma la terza volta...  ancora Zecca che la vede, all'ombra di uno scoglio. Chiama Bucher e questa volta la battaglia ha un epilogo vittorioso. Secondo il piano rapidamente tracciato,
Zecca doveva rimanere sopra lo scoglio mentre Bucher girando
sul lato destro, in basso, avrebbe tentato di prenderla di fianco. Cos, se fosse fuggita, Zecca, stando in alto, avrebbe visto dove si andava a rintanare.
 a tiro; spara!
Colpita nella testa, in pieno. Bucher prende con ambedue le mani la freccia... e questa gli rimane tra le dita, spezzata all'impanatura
tra l'asta e l'arpione. Posto per che gi tre colpi avevano tra fitta la preda, senza che essa reagisse gran che, Bucher le infila le dita negli occhi, tentando di trascinarla alla superficie.  un istante; la bestia d un tale colpo di coda che l'uomo rotea sott'acqua come una palla da biliardo, graffiato e mezzo stordito.
Non desiste, per. Torna in barca e carica il fucile con un'arma segreta, un'invenzione di Bucher stesso, che si doveva dimostrare la pi indovinata tra tutte le attrezzature da lui progettate e costruite: una freccia a corpo unico, asta e arpione, un solo pezzo. Questo sar il colpo mortale, ma non l'ultimo.
Di nuovo sotto: ecco la bestia. Non  fuggita, ha girato semplicemente
lo scoglio per infilarsi in un'altra fenditura della roccia.
Raimondo punta il fucile, spara. Il colpo si infigge violento e subito ne segue un altro.  Zecca, il quale calcolando che il suo debole fucile non avrebbe perforato in quel punto le durissime squame e il cranio della cernia (vedemmo poi infatti che l'osso cranico misurava tre centimetri di spessore) ha sparato nel medesimo buco fatto dall'arpione
di Bucher.
Ora s'ingaggia la lotta per trascinare fuori la bestia. Cinque colpi e tre uomini ancora non ne hanno avuto ragione: sempre maestosa, con una semplice sgroppata la cernia si libera di coloro che si avvicinano.
Bucher con una grossa sagola le si avvinghia addosso, e la cernia gigante dando potenti codate si mette subito in moto verso l'alto fondale per andarsi ancora a rintanare in qualche anfratto;
ma, veloce, l'uomo, sempre appeso alle frecce piantate nel corpo della preda e da questa trascinato, fa fare col braccio libero quattro o cinque giri al cavetto attorno alla testa ed alle branchie dell'animale.
Torna su con Zecca e con Enza, tirando disperatamente a s, sino a che, dopo parecchi minuti di fatica e di rischi (continuano i colpi di coda), il pesce gigantesco viene issato sulla barca e pi tardi sul Formica.
Nocra, 12 febbraio 1953.
Certe cose al cielo non bisognerebbe chiederle...
Sono in acqua in una nuvola di pescecani pinna-nera abbastanza
grossi, da due metri in su; una decina sono, e, non so per quale ragione, continuano in gruppo a rasentare il fondo, subito al di l della piccola e non profonda barriera madreporica che s'apre davanti all'isola di Nocra.
Quando mi tuffo, cercando con ogni stratagemma di avvicinarli, fuggono come tanti fulmini verso il largo. Mi faccio allora prestare un fucile, sparo ad un pesce e lo ributto in acqua mezzo morto: quando vedo che gli squali cominciano ad interessarsene, mi butto anch'io, e nuoto il pi adagio possibile, strisciando sulla sabbia, cercando
di celarmi dietro un gruppo di spugne fatte a coppa, alte mezzo metro, che si ergono, dondolanti, dal fondo.
Quando sono vicinissimo ad un crocchio di tre squali che stanno quasi fermi davanti al pesce a pancia all'aria sulla sabbia, mi fermo, metto l'occhio al mirino della cinepresa e premo la messa in moto.
Il sottile ronzio si spande d'attorno.  un attimo; i tre squali hanno un soprassalto, mi vedono e, quasi avessero visto il baubau, scompaiono
nelle acque di un blu intenso, seguiti dagli altri che popolavano
la zona.  questo il fallimento di almeno il decimo tentativo che faccio per avvicinarli. Riemergo per attendere che si facciano coraggio, si rincuorino a vicenda e compaiano di nuovo.
Prego il cielo che faccia arrivare un pescecane a due metri dal mio naso, e la mia preghiera viene esaudita; ma poich non era ben precisa (avevo dimenticato di specificare che desideravo un pescecane coraggioso) rimpiansi amaramente d'averla formulata, perch l'incontro
fu assai pi drammatico di quanto sperassi...
Veniamo ai fatti. I pescecani sono tornati, io mi rimetto a sorbire
l'ossigeno del respiratore, con una lunga manovra d'avvicinamento.
Ma questa volta ho perfezionato la mia strategia; anzich tuffarmi
dalla costa verso il largo, ho prima nuotato un po' fuori, poi mi sono immerso. Scendendo sott'acqua taglier ai signori squali la via della fuga, e, quando si vedranno chiusi tra me e la costa, rimarranno
per qualche istante sconcertati, cosa di cui approfitter per
cinematografarli.
Cos accade, infatti. Avanzo dal fondo e li avvicino sempre pi. Comincio a girare... Al ronzo della macchina da presa, i primi mi vedono e nel gruppo accade un po' di parapiglia. Proprio quello che volevo... Comincio a girare ed avanzo... ecco che fuggono ai lati... Continuo ad andare avanti carrellando. La scena si vuota rapidamente...
saettano chi a destra chi a sinistra, uno mi passa sopra.
Proseguo ancora, perch ce n' rimasto uno che mi volta le spalle.
Quando si accorge di me, gli sono ormai vicinissimo e la situazione diventa improvvisamente pericolosa. Lo squalo, sentendosi chiuso tra l'uomo e la roccia, vien preso dal panico. Sta un istante fermo, pare scodinzoli girando il testone a destra e a sinistra. Poi, in meno di un secondo, con velocit incredibile, fa tre o quattro puntate brevi e violente verso me, arrivandomi a mezzo metro dalla faccia. Adesso
anch'io ho paura. Smetto di girare e mi lascio andare a fondo, come a dirgli che gli lascio strada libera, nel caso pensasse d'aprirsela a forza, e, considerando il mio corpo un ostacolo, se la prendesse con me. Lo squalo, cos, fugge, e l'avventura finisce.

Capitolo 6.
T per un pescecane.

Gundabilu, 14 febbraio 1953.
Nell'immane scoppio vulcanico nel quale le Dahlak furono scagliate
come proiettili di lava alla superficie del Mar Rosso, una microscopica porzione di magma incandescente fin poco pi in l dell'isola di Entedebir: coll'andar dei millenni la lava rovente si raffredd
e si sgretol, e tutto intorno la vita del mare cominci a brulicare.
Cos, mentre fuori rimaneva un arido picco rossastro, dirupato,
sott'acqua veniva formandosi il giardino madreporico ove migliaia
di pesci avrebbero potuto vivere e riprodursi nelle migliori condizioni.
Le madrepore creavano una aggrovigliata barriera sulla quale si accumulavano altre formazioni calcaree e coralline, sino a che l'originario
blocco di lava fu cinto completamente da un largo banco affiorante
appena sotto la superficie marina.
Ci immergiamo che il sole  gi in alto; siamo subito circondati
da sciami di grossi pesci neri festosi, con la coda bianca, della famiglia dei pesci balestra. Finch siamo in acqua Giorgio ed io
(entrati per primi ed armati solo di macchina fotografica) lo spettacolo  meraviglioso: i pesci, convinti che non abbiamo cattive intenzioni, curiosissimi, ci gironzolano intorno; basta scendere sotto e fermarsi tra le madrepore, che subito a schiere, meravigliati e petulanti, ci si avvicinano, al punto non solo da poterli prendere con la mano ma addirittura impedendoci di fotografarli perch passano ad una trentina di centimetri dall'obiettivo; fuori fuoco.
La giornata trascorre cos, quasi magica, mentre i cacciatori
- per riempire le solite due casse metalliche di formalina con pesci da donare alle due Universit amiche di Milano e Roma - colpiscono i loro esemplari sull'altro lato dell'isola. In questa maniera non interferiamo
a vicenda e la battuta - lo vediamo risalendo in barca -
pu considerarsi positiva per la gran massa di materiale raccolto, di prede catturate e di film scattati e impressionati.
Al ritorno verso la Grande Dahlak come la mattina, navighiamo
di conserva, la barca di Cecco Baschieri e compagni, e la nostra. Quella di Cecco ha in mare la trina, cio una lunga e forte sagola con in fondo un grosso amo ed un'esca biancastra: un sistema di pesca che serve per catturare i grossi pesci d'alto mare.
Il tempo si  via via rannuvolato ed ora enormi nuvoloni
s'addensano sopra di noi, mentre un forte vento ostacola la navigazione;
il mare s'increspa, e illividendo si ingrossa sempre pi, a mano a mano che avanziamo. L'acqua, ad ogni ondata che ci prende di prua, oltre a schizzare tutti da cima a fondo e a bagnare i materiali, riempie le barche, piccolissime in confronto alla grandezza dei cavalloni;
tutti con recipienti vari scovati negli angoli pi impensati del battello, ci diamo un gran daffare a svuotarci. A prua, il vecchio nacuda Idris si lamenta a gran voce, prega in arabo, tocca i suoi amuleti e certo pensa molto male di noi che lo abbiamo messo in mezzo a questa avventura, e ci maledice sino alla quattordicesima generazione.
Minaccia un diluvio: ed ecco che le cateratte del cielo cominciano
a rovesciarci addosso raffiche di pioggia gelida. Tra gli spruzzi del mare e i rovesci del cielo, ad acqua siamo a posto...
In quel momento la barca di Cecco s'arresta quasi di colpo e gira su se stessa. Urlando chiediamo cosa  successo, ma il vento disperde le nostre voci. Non ci resta che accostare. Durante la manovra
vediamo Cecco infilare maschera e pinne e buttarsi in acqua.
- Ma che succede? - chiediamo, arrivati a pochi metri.
- S' incagliata la traina in una secca!
- Tagliate la cima!
- Siete matti, abbiamo solo questa!
In quel momento coi due motori fuori bordo spenti che potevano
bagnarsi e non rimettersi p in moto, con le barche stracariche di roba, mezze affondate dal mare che ci sbatteva a destra e a sinistra sulle onde, in quel momento Cecco emerge e grida: - Un pescecane!
Sulle prime non si capisce bene se immergendosi ha visto un pescecane o se  successo qualcos'altro. Poi, dalle sue concitate parole apprendiamo che il pescecane  attaccato all'amo, e che la corda s' avvolta attorno ad un grosso corallo. Bisogna mettere in moto e fare un ampio giro per disincagliare la sagola e recuperare la preda. Evidentemente
qualche santo ci protegge, perch il motorino subito si mette in moto; la barca fa il giro e la sagola si disincaglia. Cominciano
gli strapponi violenti del pescecane; Cecco  risalito a bordo.
Lui e Gigi Stuart, in piedi, cercano di tener la sagola elastica e di fiaccare lo squalo, tirando lentamente a bordo; con grandi sforzi d'equilibrio riescono a non cadere in mare.
Noi, nei limiti del possibile, cerchiamo di tenerci vicini per dare eventualmente aiuto. Dopo qualche minuto, l'acqua  rotta da codate tremende: ecco il pescecane! Viene tirato fuori con ogni cautela sotto bordo; continua a tirar codate e a inarcarsi in maniera tale da lasciar incerto l'esito della
battaglia. Baschieri cerca di imbracargli la coda con un
grosso cappio e di immobilizzarlo. Ogni tanto la barca scompare dietro le onde che vanno facendosi sempre pi grosse e solo a intervalli, tra la pioggia, intravediamo le fasi
della lotta. Giorgio mi fa notare che la corrente ci porta al largo; se i fuoribordo
si fermano, tentare di guadagnar terra a forza di remi non sar semplice.
Un urlo giunge sino a noi... il pescecane  vinto! Baschieri l'ha serrato nel cappio, ormai non resta che finirlo.
Lo squalo viene issato di traverso sulla barca,  ancora vivo. Si dice che se gli si versa in bocca un po' d'acqua dolce, lo squalo muore istantaneamente... ma sar vero? Ecco il momento di provarlo!
- Presto, acqua... -. S, ma dov'? Oggi tutti abbiamo sofferto la sete, l'unica bottiglia  finita da tempo.
- Io ho del t - dice Priscilla, facendo capolino da una grande tela cerata dove si era riparata dalla pioggia e dagli schizzi provocati dalle codate dello squalo.
Sulle prime sembra una proposta pazza: uccidere un pescecane
con il t! Ma siccome acqua non se ne trova, il vecchio
Baschieri dice: - Proviamo.
Stura la borraccia e ne versa il contenuto nella bocca del pescecane...
Anche noi, dalla nostra barca, ci siamo accostati e osserviamo incuriositi, un po' scettici. Il pescecane per qualche istante continua ancora a vibrar codate nel vuoto e a sussultare, aprendo e chiudendo la bocca; poi (quasi avesse ingoiato una robusta dose di camomilla!)
si placa. Ma la sua  una calma definitiva... la calma della morte!
Cos, in mezzo alla burrasca, dopo aver ucciso uno squalo col t, torniamo alla base.

Mersa Nasi, 15 febbraio 1953.
Con Giorgio scendiamo stamane per un ripido sentiero verso
una baietta dove abbiamo deciso di fare alcuni esperimenti col flash subacqueo.
Ci siamo spinti al largo, abbiamo visto dove finisce il plancton, e ci siamo fermati. Il plancton turba un po' i nostri progetti; volevamo
fare le nostre prove in acque basse, con tranquillit, e invece dovremo lavorare qui al largo, dove non si  mai molto sicuri.
C' da calcolare con precisione (confrontando gli esperimenti attuali con quelli fatti in Mediterraneo e tenendo presenti la diversa salinit e trasparenza delle acque) diaframmi e fuochi da dare alle pellicole a colori, con e senza il flash. Gli esperimenti durano un'oretta,
durante la quale volgiamo di continuo il capo, quasi avvertissimo
una sensazione di pericolo alle spalle.
Ad un certo punto, incerto se voltarmi o no, vinto dal timore, giro il capo e vedo uno squalo, che avanza lentamente, con la bocca socchiusa, un metro sotto il pelo dell'acqua. Un colpo di gomito a Giorgio e ci tuffiamo subito sott'acqua. Il pescecane, come se non ci avesse visti, prosegue diritto per la sua strada, al di sopra delle nostre teste.  uno squalo-bruno: lunghezza tre metri e mezzo; di professione: pesce antropofago.
Un'occhiata a Giorgio; vedo che  tranquillo e sta caricando la macchina fotografica. Io ho quella caricata in bianco e nero. Per l'eventualit che il pescecane ritorni facciamo un breve piano di guerra.
Abbiamo gi sperimentato con altri squali, che, se si nuota loro contro, fuggono, e cos pure se si fanno movimenti bruschi. C'immergiamo
quindi a mezz'acqua, cercando di restare per quanto possibile
immobili: sino a che punto ci avviciner l'amico?
Un peccato non avere gli autorespiratori!
Ecco l'ombra dello squalo, torna verso di noi. Riempiamo i polmoni d'aria, sin quasi a scoppiare, e scendiamo. Il peso delle macchine ci fa da zavorra, di modo che quando siamo a sei metri anche senza nuotare non risaliamo, come invece accade, normalmente, a una profondit modesta, quando si nuota e si hanno i polmoni pieni.
Il pescecane s'avvicina... Mai visto un pescecane cos lento!
Ci vede fermi e forse pensa di trovare in noi un facile pasto, qualche
naufrago affogato. Tuttavia, non sembra troppo convinto...
Su deciditi, amico!
S' deciso: a cinque metri da noi ci sfreccia contro. Alziamo di colpo le macchine fotografiche, da quella di Giorgio si sprigiona l'abbagliante luce del flash. Anch'io faccio scattare la mia, proprio quando lo squalo ci  addosso. Una foto che credo d'aver fatto ad occhi chiusi. Il pescecane fa uno scarto tremendo e ci passa sopra, velocissimo; abbiamo la netta impressione che ci abbia sfiorato.
Un'emozione che sino alla pi tarda vecchiaia, n Giorgio n io, dimenticheremo. Ma abbiamo impresso nelle nostre pellicole due immagini che valgono tutte le progettate prove di stamani!

Entedebir, 16 febbraio 1953.
Un'altra interessante esperienza l'ha fatta oggi Vailati, e noi con lui, sulla costa dell'isola di Entedebir.
Partiamo, Cecco Baschieri, Stuart, Vailati ed io. I due scienziati
intendono raccogliere esemplari di pesci corallini, e il sistema pi pratico  quello di fare esplodere, in mare, una piccola carica, che, determinando un forte spostamento d'acqua, li uccide. Con questo sistema, per, si uccidono anche altri pesci, pi grossi e succulenti,
che rappresentano un invitante richiamo per gli squali, i quali affluiscono in massa, attirati dallo spuntino. In vista di ci, Vailati si  unito al gruppo come scorta armata, e io son venuto nella speranza di fare qualche buona ripresa.
Arrivati sul posto, per circa mezz'ora ci dedichiamo alla ricerca di fondale adatto, ricco di madrepore e coralli. Trovato il quale, si fa esplodere la piccola carica: un colpo secco, una colonna d'acqua si alza, e subito ci gettiamo in acqua.  piuttosto torbida, per lo scoppio, e un numero inverosimile di pesci giace sul fondo o galleggia.
Dopo qualche secondo ecco gli squali! Arrivano da ogni immaginabile
direzione, saltan fuori dal nebbione che ci avvolge, a pochi metri dal naso, sotto i piedi, alle spalle.
Gli squali afferrano al volo sul fondo i pesci morti (i pi grossi!)
e scompaiono. Probabilmente fra una decina di minuti, divorate tutte le prede, se ne andranno, ma noi non possiamo aspettare, dobbiamo
entrare in acqua subito per evitare che la corrente porti via i pesci corallini.
Certo, a considerarla obiettivamente, questa scena subacquea  piuttosto surreale: tre uomini nuotano qua e l brandendo lunghe reticelle da farfalle con le quali tentano di catturare pesciolini grossi poco pi di un'unghia... Tra gli uomini sfrecciano in tutte le direzioni pescecani famelici che cercano di catturare altri pesci i quali, come contrappunto
alla scena, giacciono morti, in enorme quantit, con la pancia biancastra all'aria. Gli uomini con la reticella e gli squali s'incrociano, lavorano gomito a gomito, ma  come se non si vedessero;
al punto da non fare caso gli uni agli altri!
Ecco una prima interessante notazione; l'avevamo gi osservato in casi isolati, ma ora vi  tutta una schiera di squali davanti a noi che ci conferma le impressioni isolate: non  affatto vero che i pescecani si rovescino a pancia all'aria per addentare la preda; si limitano
a passare sopra il pesce da catturare, aprono la bocca, e lo afferrano!
E se la preda  alla superficie, gli squali emergono quel tanto che basta per poterla addentare senza girarsi.
Altro esperimento: velocit di reazione di questi squali costieri.
Qui, nella zona dello scoppio gironzolano grossi sauri, pesci di
corsa che piacciono molto agli squali, e Vailati ha pensato di colpirne uno, spostandosi poi a una certa distanza dal punto dove Baschieri e Stuart stanno lavorando, per vedere se gli squali lo seguono.
Infatti ha sparato, s' spostato, e un certo numero di squali (del tipo pinna bianca), notando sulla punta dell'arpione di Vailati il bel sauro infilato, boccone ben pi prelibato del pesce di scoglio morto sul posto dello scoppio, lo hanno seguito.
S' sempre parlato dei pescecani come pesci dai riflessi eccezionalmente
pronti, guizzanti, molto furbi, ma quel che abbiamo visto oggi ci lascia molto dubbiosi...
Vailati spara al sauro, si sposta e dopo un po' i pescecani gli vanno dietro. Lui si siede su uno scoglio tenendo il fucile come se fosse una canna da pesca a cui  appesa la sagola, l'asta, l'arpione e, in fondo, il sauro, sospeso a mezz'acqua. Gli squali vedono la preda agonizzante, le girano intorno e finalmente si decidono: uno gli fila incontro per addentarla, ma quando  a poca distanza, Bruno sposta un poco l'esca. Lo squalo non modifica la rotta, tira dritto, e, con sua grande mortificazione non acchiappa un bel niente! La cosa si ripete, con grande nostro divertimento, per una decina di
minuti: di fronte a questi elementari stimoli, il gruppetto rimane sempre pi disorientato.
Gli squali non fanno il minimo sforzo per neutralizzare, con una virata, la piccola manovra di Vailati. Non mutano affatto direzione,
non si fermano un istante per cercare di capire come mai un pesce moribondo si comporti in maniera cos strana. Continuano imperterriti a fare ampi giri, arrivano addosso alla preda a tutta velocit,
con la bocca spalancata... e ogni volta rimangono giocati! Nemmeno
la gallina, quando scappa davanti alle ruote di un automobile, d prova di cos scarsa intelligenza! (Bisogna per dire che i pinna bianca sono i paria della famiglia, gli squali pi privi di cervello.
Nello squalo-bruno incontrato ieri, si poteva gi arguire la presenza di una modesta, superiore dose di raziocinio).
Quando Baschieri ci grida che lui ha finito, Vailati si decide finalmente a tener fermo il fucile; dopo un paio di passaggi rapidissimi,
lo squalo pi grosso della compagnia con un potente morso strappa dall'arpione la preda.
L'esperimento  finito, la colazione  servita.

17 febbraio 1953.
Il Formica, che cinque o sei giorni fa era rientrato a Massaua, lasciandoci sistemati in una comoda casa araba, oggi  tornato. Ha lasciato in un magazzino di Massaua le casse di materiale ittico gi raccolto; i coralli, le madrepore, le scatole di conchiglie.
L'arrivo del Formica  una buona occasione - con la scusa della posta da leggere - per dichiarare la giornata festiva. Idea ottima a tutti gli effetti.
Sdraiarsi per qualche ora, lasciar asciugare le piccole ferite di cui siamo cosparsi, riposarci infine,  utilissimo, in vista del lavoro dei prossimi giorni.
A proposito delle ferite (e delle lettere che si ricevono dall'Italia):
gli amici che ci invidiano o tremano per la nostra sicurezza, non immaginano sicuramente quante piccole cose dolorose e fastidiose
ci siano qui da sopportare, al cui confronto gli incontri con gli squali diventano quasi il male minore. Tagli, graffi, bruciature, abrasioni...
Non si pu toccare una madrepora o un corallo, muovere una gamba tra le alghe o strisciare la schiena lungo qualche sporgenza che subito si aprono ferite profonde e dolorosissime per la estrema salinit delle acque; ferite che ci mettono un secolo a chiudersi, s'infettano,
bruciano tremendamente e la notte (coadiuvate dall'afa opprimente)
fanno il possibile per non farci dormire.
Ci sono poi le bruciature con i coralli di fuoco e quelle dovute alle meduse: sia gli uni che le altre emettono, al
contatto, una sostanza urticante che a sentirsela sulla pelle
 tutt'altro che simpatica.
Tagli, graffi, bruciature: il Formica galleggia dondolando tra Nocra e Dahlak Chebir mentre noi sdraiati all'ombra cerchiamo di fare una dormita ristoratrice.
Domani, ricominceremo daccapo.

Capitolo 7.
Il diavolo del mare.

Enteara, 18-19 febbraio 1953.
Quest'isoletta potrebbe essere la cima di una montagna ricoperta
di neve, tanto  candida e abbagliante. Invece niente neve e niente montagna, solo una gobba di sabbia corallina bianchissima e un caldo tremendo; a mezzogiorno avevamo in acqua 30 gradi e fuori
(all'ombra) 52 gradi.
A parte altri lavori e qualche incontro con piccoli squali, l'avvenimento
pi notevole della giornata sono le riprese cinematografiche
di pesci singolari, alcuni dei quali gi intravisti, altri totalmente sconosciuti.
Immaginate un rombo (in questo caso un pesce a forma di rombo) posto verticalmente. Sullo spigolo anteriore, la bocca, lievemente
a proboscide; gli occhi, situati uno a destra, uno a sinistra dello spigolo superiore, sono grossi, sporgenti e vivacissimi. Dietro spunta la coda che, mentre tutto il resto del corpo  grigio con venature celesti,
 sfumata in un giallo canarino.
Il tutto, poco pi poco meno, di una trentina di centimetri di lunghezza per venti di altezza. Ci troviamo davanti a un esemplare di pesce-lima(1). Questo pesce, oltre che per la sua forma curiosa, si fa notare per la sua peculiare capacit di far marcia indietro in modo perfetto, cosa che non ho mai visto in nessun altro pesce.
Appena vede qualcosa che non gli garba, egli si rifugia nella sua tana: una tana grande appena quanto occorre per contenerlo.
Quando si tratta di uscirne, evidentemente non pu girare su se stesso: e allora tranquillo ingrana... la retromarcia! Solo quando  fuori dal suo rifugio si rimette diritto. Tale comportamento ha le
sue ragioni. L'arma di difesa di questo pesce consiste in una specie di chiodo che egli all'interno della tana drizza dalla schiena in caso di pericolo. La sua forma  tale che non lo si pu abbassare tirando, occore premere su un determinato punto per sollecitare il muscolo che tien dritta l'arma. Questi pesci son chiamati anche pesci-
chiave giacch una volta infilati nella tana, non  possibile farli uscire, se non si d il giro giusto. Ecco spiegata la ragione per cui scelgono tane strette da dove possono uscire solo all'indietro!
In questo modo sono sicuri che nessuno potr estrarli di l dentro.
Ma oggi non  soltanto la giornata dei pesci-lima alias pesci-chiave...
Altri pesci strani ci appaiono sucessivamente. Il pesce-trombetta(2), che tante volte Hans Hass ha descritto nei suoi libri: sottile come una matita, lungo una cinquantina di centimetri,
giallognolo, con la bocca a trombetta che lo fa somigliare a uno degli strumenti di Louis Armstrong. Poi il pesce-gobbo(3), da noi battezzato pesce-rinoceronte, e che in definitiva non  altro che un pesce-pappagallo di dimensioni enormi, sui trenta, quaranta chilogrammi. Bucher ne ha preso uno, a Dissei, ma io non l'ho visto.  un pesce molto scuro, che si riconosce come appartenente al clan dei pappagalli per il becco durissimo ed arcuato che sostituisce
la bocca: eccolo, o meglio eccoli giacch sono in quattro, alla base della barriera, a una quindicina di metri di fondo. Con grande sussiego marciano in fila, per primo il pi grosso lungo quasi un metro e sicuramente di almeno cinquanta chili. Subito dopo, quasi
attaccato alla coda del primo, ne viene uno molto pi piccolo, poi due di media grossezza. Sono tutti spaventati, non si lasciano avvicinare; ma anche quando si allontanano in precipitosa fuga, non rompono la formazione militaresca. (Cousteau, nella sua prima relazione
sul Mar Rosso, ne parla come di pesci intravisti da lontano e che invano aveva cercato di avvicinare e fotografare). Scuri, nerastri, proprio sopra gli occhi hanno una specie di bernoccolo biancastro in punta, che sembra causato da una violenta randellata:  per questa
prominenza che li battezziamo rinoceronti.
Non sono facili ad avvicinarsi. Per tentare di fotografarli divento quasi matto; un pensiero di ammirazione a Bucher, che  riuscito ad acchiapparne uno! Oggi sono quattro, ma in seguito ne vedremo a centinaia, approfondendo cos la nostra conoscenza.
Infine ho visto un paio di meravigliosi pesci-palla(4): piuttosto rotondetti, sono di uno stupendo colore grigiastro-talpa, con giallastri
occhi da civetta e il becco durissimo. A vederli fuor d'acqua, si immaginerebbero estremamente goffi e lenti a causa della loro forma, dalle pinne piccole e dalla coda anch'essa non molto sviluppata.
Viceversa  proprio il contrario! Ne vedo uno fermo sotto una grande
madrepora. Questo mi sar facilissimo cinematografarlo! Mi immergo
e lo avvicino: quando sono ad un metro e mezzo e porto il mirino all'occhio... Altro che lentezza e goffaggine! Pianta una fuga
.a zig-zag, velocissimo, e scompare: nel momento di spiccare la corsa,
la forma tondeggiante  diventata ovale. Solo in caso di pericolo si sarebbe gonfiato al massimo.
Una ennesima conferma di quel che sosteniamo da tanto tempo:
per conoscere veramente i pesci, bisogna studiarli nel loro ambiente.
E questo stiamo facendo noi, tutti, e specie gli scienziati;
in queste acque cos ricche di vita, essi possono allargare smisuratamente
il loro campo di indagine diretta.
Baschieri e i suoi amici non conoscono un attimo di sosta nel raccogliere, analizzare, studiare, confrontare dati diversi; Stuart mi ha mostrato oggi il primo grosso quaderno di appunti riempito di dati, osservazioni, disegni e nomi complicati. - Ho la sensazione di avere gi appreso tante cose, - mormora, - di averne viste fin troppe... E invece!

Enteara, 20 febbraio 1953.
Vailati qualche sera fa ha detto una cosa sostanzialmente giusta:
sar bene non farla troppo facile con gli squali, non sentirci troppo sicuri dopo la serie di incontri fatti perch in effetti non ne abbiamo ancora incontrati di grosse dimensioni o molto pericolosi quali ad esempio uno squalo-azzurro o, peggio di tutti, un tigre.
Neanche a farlo apposta oggi Bucher, Vailati e io abbiamo incontrato
il famigerato e temutissimo tigre.
Nel punto dove siamo, la barriera madreporica di Enteara sprofonda
ripidissima. Il forte vento della scorsa notte, data la natura sabbiosa di Enteara ha reso l'acqua torbida, per fortuna solo nei primi quattro o cinque metri: sotto  abbastanza limpida e molto pi fresca.

(Didascalia)
Due immagini dello splendido ma velenoso pterois-volitans, fotografato a distanza ravvicinata con lente addizionale.
(Fine didascalia)

(Didascalia)
Nella pagina precedente: una nuvola di pesci-balestra
volteggiano davanti ai nostri obbiettivi sul fondale sabbioso di Dahlak-Kebir.
(Fine didascalia)
(Didascalia)
Immagini della giungla di corallo: un ramo di madrepora
nera e un riccio tropicale.
(Fine didascalia)

(Didascalia)
Nella pagina seguente: un volo di pesci-farfalla su fondale madreporico cervelliforme.
(Fine didascalia)

(Didascalia)
Enza Bucher sul relitto dell'Urania
tra le sovrastrutture del ponte della nave divorate dalla ruggine e dalle multicolori incrostazioni dei fondi marini tropicali.
(Fine didascalia)

(Didascalia)
Immersione con autorespiratore ad aria sul relitto di una nave affondata a grande profondit.
(Fine didascalia)

(Didascalia)
Altri momenti di un'immersione sul relitto di una nave da tempo affondata: ricognizione del castello di poppa e uscita da un boccaporto dopo una perlustrazione della stiva con l'aiuto di una torcia subacquea.
(Fine didascalia)

(Didascalia)
Nella pagina seguente: un gruppo di pesci-balestra sulle sovrastrutture dell'Urania affondata a Dahlak-Kebir nel 1941.
(Fine didascalia)
(Didascalia)
Nella pagina a fronte: Folco Quilici - con la sua macchina da ripresa subacquea
- fotografato sulla barriera corallina di Omm-El-Gurush.
(Fine didascalia)

(Didascalia)
Due immagini di immersione in apnea
e con l'autorespiratore ad aria sulla Barriera
Corallina di Zabardjadh.
(Fine didascalia)

(Didascalia)
Nella pagina precedente: altre immagini dei fondali di Zabardjadh: un grande caranx
tra una nuvola di pesci. Una formazione madreporica a torre e una formazione ad albero di natale.
(Fine didascalia)
Calarsi verso il fondo, bucare la nuvola biancastra del torbido e trovarsi sospesi in perfetta limpidit sulla parete madreporica, qui particolarmente ricca di pesce e di colori,  una sensazione stupenda.
La luce, che non scende a fasci dalla superficie, ma proviene come diffusa dalla zona torbida,  riposante e gradevole in confronto a quella abbagliante del sole.
Siamo tutti immersi e vicini; tento di cinematografare un pescatore
mentre nuota tra sterminati branchi di ombrine gialle.  una faccenda
difficile per un'infinit di ragioni, e senza avvedercene a un certo momento con Vailati e Bucher ci siamo trovati un po' lontani dagli altri. In quell'istante  avvenuto l'incontro.
Come al solito dal mare aperto, un paio di metri sopra la sabbia,
 sbucato velocissimo uno squalo, che non appena ha visto
Bucher, il pi vicino di noi tre, ha rallentato e, quasi sporgendo il fianco, ha preso a marciare di traverso, osservandolo con attenzione e tenendosi, naturalmente, fuori tiro. S' subito capito che non  uno dei soliti. A parte ogni altra preoccupazione, la sola mole d parecchio da pensare: tre metri e mezzo, forse quattro di lunghezza.
Che si tratti davvero di un tigre un dato lo fa supporre: la forma del muso, tozzo, dalla bocca larghissima, e quasi senza naso, senza cio l'aerodinamica prua che posseggono gli altri squali. Di colore scurissimo a grandi strisce, ha una coda slanciata, molto arcuata.
Insomma, i dati che sul manuale a suo tempo ho studiato corrispondono
senz'altro al tigre.
Bucher e Vailati gli vanno subito incontro, per osservare come si comporta e io dietro a loro, nella speranza di fare una buona foto.
Vedendosi decisamente puntato, il temibile Re del Mare ha fatto una stretta virata ed  scomparso. Esattamente come tutti gli altri squali: a voler essere indulgenti, gli si pu concedere una maggiore dignit nella fuga, in quanto se ne  andato piuttosto lentamente dopo essersi fermato ad osservarci da vicino.
Un'occhiata al manuale ha poi confermato la nostra prima idea: s, abbiamo proprio incontrato un tigre! Da adulti questi pescecani
possono raggiungere anche i nove metri di lunghezza e i sette quintali di peso. Il nostro, a giudicare dalle dimensioni, era un esemplare giovane. Comunque, tutto sommato possiamo contentarci;
per quanto giovane, l'amico misurava quasi quattro metri e se
avesse voluto fare uno spuntino con uno di noi tre, niente glielo avrebbe impedito...

Gundabilu, 22 febbraio 1953.
Le sette del mattino. Il formica  ancorato a cinquecento metri dalla riva; non spira un soffio di vento e il mare, tutto intorno,  liscio come l'olio, senza un'increspatura. Mentre stiamo preparando i materiali, la piatta superficie delle acque si agita. Sulle prime non ci facciamo caso, pensando si tratti di qualche branco di sardine particolarmente vivaci. Poi appaiono e scompaiono una pinna, due pinne, due pinne appaiate.
Affacciati alla murata del Formica osserviamo lo spettacolo.
- Un pescecane!
- Quelli son due squali di almeno cinque metri!
- Guarda, guarda l, che massa di acqua spostano.
- Se n' andato.
- Eccolo di nuovo.
- Eccoli, eccoli l... Son due squali.
Non sono passati che due minuti quando una barca si stacca dalla murata della nave ed a remi, silenziosamente, si avvicina alle due pinne per vedere di che si tratta. Sulla barca ci siamo Vailati, Giorgio ed io, pi il barcaiolo yemenita Idris il quale, non avendo ancora ben capito che cosa vogliamo fare,  di ottimo umore.
Vailati, brandendo il fucile e Giorgio con la macchina fotografica,
si calano silenziosissimi in mare per primi. Non sono davvero da invidiare! In questo punto particolare, scurissima, l'acqua (non si vede il fondo) sar alta per lo meno trenta-quaranta metri, e loro stanno
per avvicinarsi a qualcosa di enorme... forse due squali.
In piedi sulla prua, osservo le mosse degli uomini e quelle delle due pinne.
A mano a mano che gli amici avanzano, vedo le due pinne immergersi
e poi riemergere, puntando decisamente verso di loro.
- Attenti! Attenti! urlo dalla barca.
- Ma  una manta! urla a sua volta Vailati.
I due uomini sono vicini all'immenso diavolo del mare, la manta dalle larghe ali le cui punte emergevano dal pelo dell'acqua cos distanti fra loro da sembrare le pinne dorsali di due pesci diversi.
- Mantas non buone, mantas cattive. Giorgio e Bruno matti, -
mormora Idris. Aggiunge che la manta non se ne andr, finch il Formica  qui ancorato.
- Perch, - spiega - mantas amare ncora; loro andare sotto
sambuchi e con corna infilare ncora e portare sambuchi lontano.
Loro grattare corna, con ncora.
Idris mi parla a lungo di questi strani amori tra le mantas e le ncore, fino a che Vailati e Giorgio, dopo un vano inseguimento del bestione non rientrano in barca. Sembra un episodio concluso ma non lo .
Passa una mezz'oretta o poco pi. Anche l'altra barca, distaccatasi
dal Formica, arriva alla barriera madreporica; Bucher, Grazioli e Zecca si calano in acqua e cominciano a pescare.
Nel silenzio quasi assoluto (non rotto nemmeno dallo sciabordo
delle onde e dal rumore del vento perch oggi  giornata di bonaccia)
la voce di Zecca ci raggiunge di colpo, come una frustata.
- Eccola,  qui, la manta.  qua sotto!
I tre pi vicini a lui, cio Vailati, Bucher e Grazioli, accorrono
verso il punto indicato pinneggiando velocissimi, senza tuttavia
fare il minimo rumore.
Giorgio ed io li seguiamo, ma non si fa in tempo ad arrivare dove  adagiata la manta che Vailati, con mossa fulminea, le assesta un colpo d'arpione sulla testa, proprio al centro. Il bestione si solleva
dal fondo: somiglia a una enorme razza munita di ali che prende a battere violentemente sollevando un nuvolone di sabbia: sul davanti,
sporgono due lunghe corna, due escrescenze carnose piuttosto
pronunciate, simili a due punte.
Anche Zecca le  sopra e spara un colpo di fucile: ma l'arpione colpisce la pelle senza perforarla, e l'asta, a causa del colpo, si contorce
tutta. La enorme massa della manta, con tutto il peso, per un poco trascina Vailati verso il fondo sino a che questi, abbandonato il fucile, legato al gavitello galleggiante, torna verso la superficie.
Il gavitello, trascinato dalla lunga sagola che, tramite l'arpione, tiene saldamente la manta ormai in piena corsa, vola sull'acqua: purtroppo
la sagola investe alle spalle Bucher che sta per immergersi, e si impiglia in lui: uno strappo violento e la corda si spezza.
Cos il bestione scompare verso l'alto fondale trascinandosi dietro l'arpione, l'asta e il fucile stesso.
Una serie di circostanze e qualche esitazione (non tutti si
sono gettati insieme a Vailati per sparare simultaneamente alla manta)
ci hanno fatto perdere l'occasione di catturare uno stupendo esemplare.
Per di pi Bucher ha corso un brutto rischio: se fosse rimasto attorcigliato nella sagola e questa non si fosse spezzata, il bestione se lo sarebbe trascinato dietro, verso chiss quali abissi.
Come  accaduto coi barracuda e coi pescecani, il primo round della lotta coi pesci pericolosi si conclude a favore della manta. Ma non mancheranno le occasioni di prenderci la rivincita!

Dur-Ghella, 23 febbraio 1953.
Sul fondale di Dur-Ghella abbiamo incontrato lo squalo azzurro, uno dei pescecani pi comprovatamente antropofaghi che si conoscano.
A parte il tigre, protagonista principale dei racconti di avventure nei mari tropicali,  lo squalo azzurro che nel novanta per cento dei casi aggredisce i bagnanti e i naufraghi in tutti gli altri mari. Lo squalo azzurro  il nemico numero uno dei balenieri: quando
questi arpionano la balena, gruppi di squali azzurri volteggiano intorno all'immensa preda che non pu fuggire e nel furore e nell'eccitazione
del banchetto pongono in serio pericolo le imbarcazioni e i loro equipaggi, percuotendole a colpi di coda e non di rado rovesciandole.
Lo squalo azzurro, in misura e in numero pi ridotto che negli oceani, abita anche i nostri mari dove  chiamato, per il suo colore, Verdone; nome che in realt si addice al Mediterraneo perch altrove  ovunque di un grigio ardesia - azzurro acciaio.
Cos infatti ci si  parato innanzi, e dal colore (tanto diverso da quello degli altri sin qui incontrati) l'abbiamo subito riconosciuto, oltre che dalla forma del muso e dalle due pinne laterali, molto lunghe e sottili.
Ma, ripeto,  il colore la prima cosa che ce lo ha fatto notare;
una lunga sagoma metallica, appare tra il fondo blu-nero, l'alto mare e il riverbero biancastro del fondo sabbioso che da questa parte si confonde e sparisce a una ventina di metri da noi.
Verso di noi s' comportato con coraggio ben diverso da quello dei suoi simili, squalo-tigre compreso.
L'ora antecedente all'incontro era trascorsa in faccende di normale
amministrazione: gli scienziati raccogliendo materiali, io cine-
matografandoli, Bucher pescando; a poco a poco ci eravamo divisi
in gruppetti. Insieme con Giorgio mi trovo vicino a Vailati quando questi spara a un bel sauro, il pesce preferito dagli squali. Lo colpisce e lo lascia penzolare sul fondo; passano alcuni istanti d'attesa: muniti di auto-respiratore, nell'ampio arco formato dalla barriera corallina siamo come spettatori nei palchi di un immenso teatro. Il fondale  il palcoscenico sul quale stanno per comparire gli attori.
Dieci secondi, venti, trenta: dal fondo emerge veloce, simile a una vedetta, un pinna-nera e poi un altro, un altro ancora...
Giorgio esce dal riparo dove s' rincantucciato e vola verso il fondo.
Gli squali immediatamente scompaiono. Io resto a mezz'acqua, alle spalle di Giorgio, che gira lentamente su se stesso per vedere che cosa accade.
Vailati, col fucile ricaricato,  alla superficie. Ed ecco lo squalo azzurro, maestoso, lungo pi di quattro metri, molto grosso, certamente
un esemplare adulto. Adesso  fra me e Giorgio... rallenta fa un giro e torna verso Giorgio.  alle sue spalle, avanza molto lentamente.
Giorgio ha la maschera incollata al mirino e sta puntando in un'altra direzione ove incrociano cinque o sei pinna nera, e non s'avvede
del pericolo. Un tuffo verso il pescecane. Vailati col fucile, io completamente disarmato... Smetto di cinematografare e getto un urlo che, sebbene fortissimo, qua sotto diventa sordo e stridente nello stesso
tempo. Ma l'urlo non impressiona il bestione. Imperterrito, lentamente
continua ad avvicinarsi a Giorgio il quale, per, ha udito l'urlo e si gira di scatto: il brusco movimento spaventa lo squalo che, con una stretta virata, subito si allontana.
Giorgio, rannicchiato sul fondo, non perde il suo sangue freddo;
sebbene abbia provato sicuramente un bello spavento, vedo che continua a scattare fotografie.
Il sauro, quello colpito, continua a dibattersi sul fondo e a perdere
sangue. Non passano venti secondi che lo squalo azzurro ricompare.
Ben deciso a divorare la preda, forse teme che Giorgio voglia impedirglielo perch ancora una volta punta verso l'uomo: cosa che, tra le centinaia di squali incontrati, solo a questo abbiamo visto fare.
 Vailati, questa volta gi immerso, che sventa il tentativo d'attacco. Gli va risolutamente contro, puntando il fucile: un bluff,
evidentemente. Se sparasse, l'arpione per uno squalo di queste dimensioni
sarebbe come uno stuzzicadenti. Il fucile puntato un certo effetto lo fa; lo squalo azzurro, pur senza fuggire a rompicollo come i suoi simili, a quella vista cambia direzione e passando tra le madrepore scompare in alto mare.
Giorgio comincia a risalire. Volgendo le spalle al mare aperto, guarda verso la costa; ed io vivo i momenti pi paurosi della mia esistenza...
una paura agghiacciante. Quando si  personalmente in pericolo,
anche grave, l'energia necessaria a fronteggiare la situazione bilancia e neutralizza in certa misura la paura, che diviene, invece, incontenibile e quasi paralizzante quando si vede una minaccia mortale
incombere su un amico, e non si pu far nulla per aiutarlo.
Dopo il secondo attacco dello squalo azzurro, Giorgio, dunque,
risale. Volge le spalle alla grande parete blu dell'alto mare, e da questa torna a spuntare, dritto come un fuso, il pescecane.
Ancora una volta tutto avviene in pochi secondi, forse in un solo secondo. Una massa poderosa, grande tre volte lui, piomba alle spalle di Giorgio che non la vede. Qualcosa mi prende allo stomaco, vorrei gridare, ma lo squalo  gi alle spalle dell'amico!
 un colpo di fortuna a salvarlo: nell'istante dell'attacco
dalla valvola di scarico dell'autorespiratore l'aria esce fragorosamente e la massa delle bolle nasconde l'assalitore. Quando esse si dileguano, alle spalle di Giorgio il mare  sgombro; come se un miracoloso colpo di spugna avesse cancellato l'incubo di un istante fa... lo squalo azzurro  scomparso.
 cos trascorso il mese di lavoro pi intenso per la Spedizione.

Note.
1. Balistes vetula.
2. Aulostomus maculatus.
3. Famiglia: Scaridae.
4. Famiglia: Tetraodontidae.

Capitolo 8.
 tempo d'amore.

A Dur-Ghella, tre tende giallo zafferano sono piantate nel punto pi riparato dell'isola, un'isola lunga e stretta, disseminata di sassi, di sterpaglia e di alberi sparuti: gli scienziati della nostra Spedizione hanno deciso di piazzarsi qui per svolgere con maggior calma e pi in profondit le loro ricerche; io mi accodo a loro per un certo periodo
di tempo allo scopo di seguire e documentare i loro lavori, sia per il film, sia per la relazione che ho intenzione di scrivere.
Alla fine di febbraio, una notte vien gi una pioggerellina fitta fitta. Al mattino, quando apriamo gli occhi, l'accecante e biancastro paesaggio che ci circonda, ammorbidito e come velato, s' meravigliosamente
ricoperto di verde. Gli alberi han messo fuori le gemme,  spuntata una timida erba, ci son persino dei fiorellini gialli.
 la primavera! La primavera nell'inferno pietroso e arido delle Dahlak!
Non la vediamo solo nel verde dell'erba: la sentiamo nell'improvviso
risveglio della vita che ci circonda. Unici abitanti di Dur-
Ghella erano sino a ieri qualche gabbiano e qualche falco di mare, che da mane a sera silenziosi volteggiavano sulle coste dell'isola in cerca della colazione e del pranzo.
Oggi sono arrivate le rondini, che con un fracasso d'inferno fanno
qui una tappa nel loro viaggio di ritorno verso la vecchia Europa.
Anche esse di passaggio, una quantit di quaglie e tortore. Due quaglie,
mentre mangiamo, sbucano a due passi da noi, da un cespuglio, e camminando senza alcun timore vanno a fare il bagno in un laghetto tra le mangrovie. Una scena come mille altre, da raccontarsi agli amici cacciatori italiani che in citt s'alzano alle tre del mattino e fino alle tre del pomeriggio percorrono decine di chilometri a piedi attraverso campi, canneti, fili spinati per non riuscire a vederne una.
Rondini, quaglie, tortore. Altri uccelli sono sbucati da chiss
dove; tra questi, le sule e le stupende cicogne nere. Sule e cicogne nere instancabilmente volano su Dur-Ghella: stanno mettendo su famiglia. Dal lato est l'isola precipita rocciosa a picco sul mare: l, sulle balze di pietra rossastra che si stagliano violente contro il blu del mare, sono i loro nidi.
Cecco Baschieri, dimostrando inimmaginabili qualit di rocciatore,
si inerpica su per i massi, s'affaccia ai nidi e spia con la scrupolosit
del biologo le vicende amorose dei volatili, pronto a sottrarre dal nido un paio di uova (rarissime dice lui).
A proposito di uova, ogni sera ne mandiamo gi una discreta quantit per tenere alto il morale: uova di tartaruga, piuttosto buone.
Alcuni pescatori yemeniti, anche loro di base a Dur-Ghella, ci hanno insegnato a cercarle sotto la sabbia con un lungo bastone. Cos ne scopriamo dei mucchietti: sembrano palline da ping-pong ammaccate,
e all'interno chiara e tuorlo sono un po' confusi. Ma, il sapore, come ho detto,  buono.
In mare soprattutto, si nota il primaverile fermento sorto sull'isola
da un giorno all'altro. La superfcie delle acque sembra in continua
ebollizione. Si odono crepiti improvvisi, come di pioggia: sono migliaia di sardine in passo che improvvisamente han fatto, tutte insieme, un balzo di qualche centimetro sull'acqua.
 una manna per i pescatori locali: sambuchi yemeniti, sudanesi ed eritrei incrociano in tutte le direzioni. La sera stendono sulla spiaggia
le sardine che lasciano seccare al sole per qualche giorno, con un po' di sale sopra. Poi le mettono nei sacchi e quando l'imbarcazione ne  stracolma tornano a casa (Jedda, Massaua, Hodeida); dopo due giorni son qua di nuovo. Guardandole di lontano, dal mare, queste spiagge danno l'impressione di essere punteggiate di laghetti argentei.
Decine di laghetti argentei sui bordi delle isole: sono le povere sardine che brillano al sole!
Sardine, sauri, alalonghe, ed altri pesci nomadi passano verso il nord, a branchi di decine di migliaia. Dietro ad essi pescecani, tonni, barracuda e altri corsari del mondo subacqueo. La superficie  percorsa in tutti i sensi da pinne triangolari: l'ora dell'amore coincide
con quella della morte, quaggi.
Quelli che nella barriera corallina danno pi nell'occhio, con i loro complicati cerimoniali d'amore, sono i pesci-rinoceronte. Fino a ieri sera rarissimi (ne avevamo visto solo qualcuno), ora ce n' una moltitudine, a gruppi di cinque o sei di cui almeno un paio sempre di oltre trenta chili, oppure in greggi di parecchie decine, vivacissimi
e turbolenti. E son cos presi dall'amore, che non troviamo quasi pi tracce della primitiva difficolt ad avvicinarli.
Capiamo che ci sono quando ci giunge all'orecchio un rumore simile a quello che farebbe un rullo compressore passando sopra dei sacchi di noci:  il rumore del loro pasto. Cautamente ci avviciniamo:
eccoli che staccano e masticano madrepore e coralli in quantit incredibile, con la stessa disinvoltura con cui noi potremo sbocconcellare
un pacchetto di biscotti. Un fatto importante abbiamo notato,
e lo possiamo affermare con certezza dato che ciascuno di noi ha potuto assistere di frequente a questi banchetti:  da escludere che il corno serva ai rinoceronti per sgretolare le madrepore.
Cousteau dice nella sua relazione dal Mar Rosso di aver intravisto
da lontano e fugacemente questi pesci, e riflettendo sulla natura
e l'utilit della loro grossa sporgenza frontale, era stato portato a pensare che servisse ai rinoceronti per dare formidabili colpi alle montagne di corallo, sgretolarle per bene e successivamente mangiarle.
Per quel tanto che abbiamo visto, le cose non stanno affatto cos. Avendo pescato qualche esemplare di rinoceronte, abbiamo
avuto modo di costatare come quel corno non sia affatto duro, ma assai molle, e quindi poco adatto alla funzione suddetta.
Ci sentiamo invece di suffragare un'altra teoria di Cousteau secondo la quale i pesci-pappagallo (e questa variet in particolare)
sono i veri creatori delle spiagge coralline, poich sono loro che producono quella sabbia bianca finissima accumulata sulle rive delle piccole baie di queste isole. L'enorme quantit di corallo viene rapidamente
digerita ed evacuata dai rinoceronti sotto forma di una nuvola bianca.
Mi sono trovato ieri sul fondo, mentre avanzava un gruppo di codesti buffi pesci; stavo acquattato, immobile, impugnando la cinepresa
nella speranza di poter girare il loro branco mentre mi sfiorava.
Erano una ventina e son passati a un certo punto proprio sopra la mia testa, a meno di cinque metri: hanno scelto proprio quel momento per dare il via a tutto ci che avevano negli intestini! Ho visto il mare improvvisamente diventare bianco, e una nuvola stendersi
fra me e loro; dopo qualche istante una nevicata sui generis scendeva verso il fondo. Metri cubi e metri cubi di corallo triturato andavano a depositarsi sul fondo. Poich subito dopo ricominciarono
a mangiare e di l a venti minuti tornarono ad evacuare, 
pi che probabile che nel corso dei secoli abbiano compiuto l'opera cui accenna Cousteau.
Questo incontro, piuttosto singolare data la posizione in cui mi trovavo rispetto a quella strana pioggia, e gli altri che lo seguirono
ci hanno permesso di compiere altre osservazioni; il loro incedere
 del tutto simile a quello di un gregge di pecore; se uno solo del branco, improvvisamente impaurito, fa uno scarto e cambia
direzione, tutti gli altri, presi dal panico collettivo, lo seguono.
In quell'istante l'acqua  percorsa da un rombo prodotto dal colpo simultaneo di venti o trenta grosse code che danno la spinta per la fuga. E come nelle greggi vi sono intorno al gruppo i cani pastori, al lato di questi branchi vi sono pesci-rinoceronti pi grossi preoccupati di far rientrare nel branco quelli che si attardano
o si distraggono rimanendo cos isolati.
Il lettore si sar fatto l'idea di come siano rumorosi, data la loro goffa mole e il loro carattere, questi pesci. Per fare ancora un ennesimo paragone vorrei dire che nel mondo subacqueo tra l'incedere
degli altri pesci e quello dei rinoceronti c' la stessa differenza
avvertibile nel nostro mondo tra il passo di un ballerino di professione e quello di un caporal-maggiore di fanteria in libera uscita.
Si immagini quindi che cosa succede quando ci s'imbatte in un gruppo
di rinoceronti in amore. L'acqua, sopra, ribolle; sotto, le codate e i bruschi movimenti hanno sollevato un enorme nuvolone di sabbia; e pianticelle di corallo e di madrepore sono travolte in una specie di corrida, in un girotondo frenetico di maschi e femmine.
Altri abitatori della giungla di corallo sono molto pi delicati e silenziosi in queste loro vicende. Le razze, ad esempio: ne arrivano in continuazione; nere, viola con cerchietti azzurri, gialle munite di piccoli aculei. Arrivano in fila indiana, davanti la femmina, molto grossa, e dietro, come se stessero facendo la fila, tre, quattro, cinque maschi o anche di pi qualche volta. Al termine della coda della femmina  attaccato il naso del primo maschio, e cos via, come
i vagoni di un treno. Ogni tanto qualche maschio si fa coraggio e sbattendo le ali un po' meno pigramente degli altri esce dalla fila e si avvicina alla femmina. Questa, se accetta le proposte, continua nella sua rotta ancora un poco, poi, svolazzando si adagia sulla sabbia
e lascia che gli eventi si compiano. Se invece il pretendente non  accettato, inverte di colpo la rotta e aumenta la velocit, per cui
i poveretti che la seguono faticano un poco a rimanere a contatto e allo sposo mancato non rimane che rimettersi mestamente in coda per ultimo, mentre si fa avanti un altro. Senza autorespiratore, ho fatto una tremenda fatica per cercare inutilmente di fotografare una delle file apparse sotto di noi. Per mezz'ora ho continuato a tuffarmi
sul fondo (almeno diciotto metri) sperando di trovare un punto sufficiente limpido per poterle vedere tutte. Ma il mare sembra
una piazza di Milano con la nebbia: il plancton in sospensione forma una vera e propria barriera. Il che se  un gran guaio per le fotografie, rappresenta una vera fortuna per il nostro gruppo scientifico.
L'abbondanza di plancton, il passo di pesci di tutti i generi, il fervore di vita del mare tropicale in questo momento, fan s che il nucleo di Baschieri lavori infaticabile dalla mattina alla sera, con egregi risultati.
I fucili subacquei sono utilmente coadiuvati dalla reticella planctonica
(una sorta di imbuto di rete fittissima munito in fondo, dopo il filtro, di una vaschetta ove si raccoglie il plancton), dai tramagli e dalle coffe. Reti, coffe, tramagli, fucili: le casse dell'istituto di zoologia
si riempiono a vista d'occhio di pesci diversi, di specie nuove.
Come ho accennato, a Dur-Ghella ci sono all'ncora numerosi sambuchi di pescatori yemeniti. A sera, quando, calato il sole, per noi non c' pi nulla da fare sott'acqua, andiamo ad assistere alla loro pesca,  uno spettacolo che val la pena di vedere.

Capitolo 9.
Curaro come ricostituente.

I sambuchi ancorati a una delle estremit dell'isola, galleggiano dondolando e i pescatori, quattro per parte, cantano una nenia monotona
interrotta solo da qualche grido quando i pescecani rubano il pesce gi preso all'amo e se ne vanno con le lenze strappate.
Noi ci ancoriamo vicini e guardiamo.
Ogni pescatore ha una lenza, lunga una trentina di metri, in fondo alla quale c' naturalmente un amo e un'esca. Amo ed esca, pi mezzo metro di lenza, il pescatore li avvolge ad un sasso. Poi butta in acqua; quando sente che il tutto ha toccato il fondo, d uno strappo e l'esca giunta a destinazione si libera del sasso. E adesso viene il bello: lo yemenita, con gesti rapidissimi delle braccia, lavora
la lenza. Le mani corrono veloci, imprimendole violenti strappi, di modo che sul fondo il pesce morto che fa da esca, muovendosi, attiri la preda. L'aria assorta, il virtuosismo dei movimenti incredibilmente
rapidi, l'armonia con cui le dita si muovono lungo il filo
(sembra di vedere un grande violinista) compongono un quadro certo non comune.
Con le poche parole arabe che sappiamo e le poche italiane che sanno loro, si stabilisce che di pescecani intorno ai sambuchi ce ne sono sempre molti, e anche grossi. Cos decidiamo di andare l'indomani
al largo dove gli yemeniti pescano, per vedere di
cinematografarne qualcuno in alto mare.
Baschieri, per, ha qualcosa da fare sull'isola, e Giorgio e Priscilla
rimangono con lui: per il luogo dell'appuntamento, a cinque miglia da Dur-Ghella, partiamo solo Gianni Roghi e io.
Gli yemeniti ci accolgono festosamente credendo che noi si voglia
assistere, come al solito alla loro pesca: quando vedono che mi infilo pinne e maschera e comprendono che voglio entrare in acqua
(Roghi ai remi mi star costantemente vicino con la barca), fanno un salto generale che mette a dura prova la gi scarsa stabilit del
sambuco e cominciano a far segni di pericolo, di disperazione.
Mescolando l'arabo all'italiano, cominciano a strillare pescecane chebir...
chebir, chebir pescecane.... L'acqua  liscia come l'olio, e non si vedono in giro n pinne n ribollimenti dell'acqua; scavalco il bordo della barca e scendo in acqua.
Il plancton mi d la possibilit di osservare un effetto ottico veramente fuori dal comune, curiosissimo. Il sole a picco proietta la luce a fasci sott'acqua. Il plancton, illuminato, forma una specie di nebbia che impedisce di vedere lontano. Mi immergo a una decina di metri sott'acqua e alzo la testa. Un po' pi a destra, in alto, galleggiano
le chiglie dei sambuchi; penzolano, fluttuando nel vuoto, le reti color ruggine gonfiate a sacco, e scompaiono verso l'abisso, perdendosi
a poco a poco nel blu intenso dell'alto fondale. Tutt'attorno alle barche il sole penetra nell'acqua a fasci, come quando buca le nuvole. Sotto c' un cono d'ombra, creato dalla zona in cui la luce, ostacolata dalla barca non riesce a penetrare sott'acqua. Un cono d'ombra
che si allarga sempre di pi verso il basso, finch anch'esso scompare.
Il curioso  proprio qui: mentre dove c' la luce, il plancton illuminandosi impedisce la visibilit, sotto i sambuchi, dove  buio ci si vede magnificamente a parecchie decine di metri di profondit.
Qui la polvere planctonica, non illuminandosi, non offusca la vista.
In questa zona d'ombra, insomma, ci si vede benissimo! Dieci metri sotto di me passa un pesce: non lo vedo perch  nella zona di luce, ma appena entra nel buio lo individuo perfettamente. Fisso gli occhi e la macchina in quella zona. Maestosi e lenti appaiono e scompaiono solitari grossi pesci-angelo. Sono pesci, questi, che possono
raggiungere anche notevoli dimensioni; quasi completamente tondi, piatti come il coperchio di una pentola, verticali. Hanno pinne e coda fluttuanti, sono di un bel colore dorato da cui probabilmente deriva il paradisiaco nome.
Passa un quarto d'ora.
Gli yemeniti cominciano a tirar su la rete, ed ecco che l'amico finalmente compare.  un pescecane di un paio di metri: avanza per brevi tratti entro la zona d'ombra, anche lui evidentemente per cercare
di vedermi bene. Mentre  in buona posizione per esser ripreso, inarco la schiena, d un forte colpo con le reni e picchio veloce qualche
metro sotto, verso di lui. Prima che fulmineamente si dilegui, giro il suo passaggio. Poi torno a galla.
La mia missione  compiuta. Ho cinematografato reti, luci e
squalo: mi sembra inutile rimanere in acqua. Sapersi uno squalo sotto i piedi in un mare che permetter di vederlo solo quando sar a pochi metri, non  cosa che diverta!
Tra occupazioni ed avventure, trascorre una settimana dopo l'altra. Come Cecco Baschieri ogni giorno riempie le sue casse di nuovi esemplari e i suoi quaderni di preziose annotazioni, io introduco
nelle cassette termostatiche i rullini di pellicola girata. Ogni giorno qualcosa di nuovo, una nuova sequenza.
Oggi, ad esempio,  stata la volta di un interessante esperimento:
mediante degli spruzzatori sono state lanciate delle miscele colorate che si son sparse rapidamente nell'acqua. Volevamo vedere come avrebbero reagito i pesci nel trovarsi di fronte a quelle strane nuvole rosse, gialle, bianche.
Esperimento in complesso curioso ed interessante: taluni pesci sono assolutamente insensibili al fenomeno (quelli corallini, farfalla
e similari), mentre altri, quelli argentei di passaggio, volgono precipitosamente in fuga. Incerto  risultato il comportamento dei
pappagallo. Bisogner fare altre prove per definirlo.
A proposito di colori, ho filmato anche Priscilla Hastings che dipingeva i pesci pi splendidi tra quelli pescati in giornata.  uno dei nostri spettacoli serali, questo, quando, finalmente in riposo, la guardiamo disegnare le grandi tavole che serviranno poi alle pubblicazioni
di Baschieri. Con regolarit impressionante, ogni sera, rovescia
un boccettino di inchiostro di china: per fortuna ne ha una buona riserva!
Nemmeno in questi momenti serali di distensione siamo per completamente tranquilli: queste sono infatti le ore della guerra ai granchi.
Appena il sole  tramontato, tutta la sabbia intorno comincia ad essere perforata da una serie di buchi da cui timidamente sbucano granchi biancastri dalle antenne verdi. La loro timidezza svanisce in pochi minuti: accertatisi che non ci occupiamo di loro, prendono a scorrazzare in tutte le direzioni come se il nostro accampamento fosse un granchiodromo; particolarmente attirati verso gli oggetti
brillanti, puntano tutti verso il cappuccio della mia stilografica, l'unico che conservi una certa lucentezza: tutto il resto si  ossidato.
Ogni qual volta mi accingo a scrivere, perdo delle ore a cercare la mia penna che ritrovo nei luoghi pi impensati, e una volta persino
amorevolmente stretta fra le tenaglie di un granchio pi intraprendente
di altri.
Ricordando avventure del genere capitate ad Hans Hass nel mar dei Caraibi, dobbiamo riconoscere che, a confronto di quelli che rubavano, non stilografiche, ma gallette, cioccolato, forchette e coltelli,
i nostri granchi sono indiscutibilmente pi evoluti e intellettuali.
Anche spiritosi: un granchio ieri sera ha continuato per diversi minuti a fare il solletico sotto i piedi a Gianni Roghi e quando, lanciando
maledizioni, Gianni ha interrotto la lettura per lanciarsi all'inseguimento,
il granchio si  dato ad evoluzioni strategiche talmente ben congegnate da lasciare l'inseguitore con un palmo di naso.
Il finale si  avuto un paio d'ore dopo, mentre andavamo a letto. Ci sdraiamo sui materassi di gomma, appoggiamo la testa ai cuscini, spegniamo la luce al carburo.
Un urlo che nulla ha di umano ci fa sobbalzare: - Il maledetto!
Eccolo, eccolo.
Il granchio era dentro il cuscino e aveva terminato la giornata grattando l'orecchio di Gianni.
 una mattina tranquilla come le altre, quella in cui corro il pericolo pi grosso di tutta la permanenza nel Mar Rosso.
Sono con Baschieri per cinematografare il suo lavoro tra le madrepore, quando scorgo una conchiglia a cono; ne ho viste gi altre, di simili, ma questa  straordinariamente grande, cinque o sei centimetri. La raccolgo e la infilo dentro al costume da bagno, che essendo molto aderente non la lascer scappare. Passa un'oretta e si torna alla barca. La mostro a Roghi:
- Guarda che meravigliosa conchiglia ho trov...
- Lasciala! Lasciala! Attento!
 Gianni che ha cacciato questo strillo. Getto via la conchiglia e guardo interrogativamente l'amico. Mi spiega: -  un conus textylis.  velenosissima! Ha un pungiglione interno che quando scatta d punture tra le pi velenose dei mari tropicali, quasi sempre
mortali.
Un incidente isolato, unico fra i molti che mi son capitati, ma che racconto volentieri per porre in rilievo i rischi continui cui va incontro il Gruppo Scientifico nell'assidua e sistematica raccolta di materiale sul fondo marino.
Non si tratta, qui, di passeggiatine lungo la spiaggia o, con la
maschera, sui fondali corallini dove ci si tuffa ogni tanto per raccogliere
una conchiglia o una madrepora; o meglio, l'atto  forse lo stesso, ma l'intendimento ben altro; si tratta di una ricerca piena di fatica e di rischi. Nell'introdurre una mano sott'acqua, in una grotta, nello staccare un particolare alberello ondeggiante su una parete, il pi delle volte si riportano bruciature, graffi dolorosi, punture
anche pericolose. E poi ci sono le immersioni, sovente faticose ed estenuanti. Ogni piccolo pezzo del mosaico finale che comporr Baschieri con le sue raccolte  frutto di pazienza, fatica, coraggio. Ho gi accennato alle piccole cariche di esplosivo, con i conseguenti lavori in mezzo a dieci, quindici, venti pescecani avidi di preda.
C'ero anch'io per cinematografare questo momento delle loro ricerche, e so per diretta esperienza che trovarsi sul fondo attorniati da un branco di squali famelici, non  una sensazione piacevole.
Il lavoro poi non termina con le raccolte e le ricerche, al calar del sole: la sera c' da ordinare, elencare, mettere nelle casse ogni
pezzo collezionato (nelle casse piene di formalina che puzza tremendamente,
fa lacrimare gli occhi, brucia venendo a contatto con le mani screpolate e graffiate).
Fino a notte Baschieri traffica instancabilmente. E al mattino ricomincia quando il sole sta appena spuntando.
Il barcaiolo Idris ci guarda, scuote la testa e borbotta: - Non stare vacanza, questa, stare fatica, - ed ogni giorno ricorda che all'inizio
era venuto con noi credendo d'accompagnarci in una piacevole gita.
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Giorgio Ravelli (in barca) e Folco Quilici (in acqua) hanno realizzato le foto di questo volume lavorando in stretta e continua collaborazione.
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(Didascalia)
Ripresa cinematografica subacquea tra i coralli delle Isole Ghifatyn.
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Nella pagina precedente: uno squalo-bruno
fotografato in alto fondo, davanti all'isola di Dur-Gaam.
(Fine didascalia)

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Uno squalo-tigre fotografato nelle torbide acque di Shumma e un incontro tra Bucher e uno squalo di medie dimensioni al largo di Zabardjadh.
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(Didascalia)
Un buon raccolto della rete a tramaglio del Gruppo Scientifico e due immagini dai vivaci colori colte sulla Barriera di Shadwan: una attinia racchiusa sulla sua preda e una nuvola di pesci corallini.
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(Didascalia(
Nella pagina seguente: colori del Mar Rosso: le incrostazioni coralline sul relitto dell'Urania, la decorazione policroma di una grotta di Dahlak-Kebir e le squame variopinte del Pomacanthops filamentosus.
(Fine didascalia)

(Didascalia)
L'arpione ha colpito una manta a largo dell'isola di Entetebir e l'obiettivo della macchina cinematografica ha colto
l'immagine della manta gigante catturata
da Bucher, Zecca e Vailati nel momento in cui essa viene portata alla superficie; si noti la grandezza della sua bocca in proporzione alla figura dell'uomo sul margine destro del fotogramma.
(Fine didascalia)

(Didascalia)
Due cernie tropicali fotografate tra i coralli.
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(Didascalia)
Il Formica fotografato nel canale di Dahlak-Kebir, accanto a un sambuco yemenita.
(Fine didascalia)

(Didascalia)
L'albero di Natale della nostra Spedizione acceso sul tondo di Mersa-Halaib.
(Fine didascalia)

(Didascalia)
Illuminiamo con torce subacquee la zona in ombra della scogliera corallina dell'isola di Dahlak-Kebir; sono questi i colori che la luce delle fiaccole f apparire per brevi istanti nel buio profondo delle pareti interne della Barriera di corallo mai colpite dal sole. La parete policroma  formata da infinite colonie di spugne di diversi colori.
(Fine didascalia)

Capitolo 10.
La danza delle mantas.

Alla fine di questi giorni passati a Dur-Ghella ci accadde di essere testimoni dell'episodio pi emozionante di tutto il nostro viaggio, quello che Baschieri chiam la danza delle mantas. Non solo per me, ma per tutti noi della Spedizione - che pur tanto avremmo viaggiato
in tanti oceani, successivamente - quell'episodio rimane come il pi favoloso e raro spettacolo che la natura ci abbia mai svelato.
Una sera di marzo, al largo di Dur-Ghella non spira un alito di vento. Il mare  liscio, sconfinato. Qualche nuvola sale all'orizzonte
verso lo zenit mentre il sole calando lentamente le infiamma.
Su una piccola barca che galleggia a qualche centinaio di metri da riva, stanno risalendo i componenti del nucleo scientifico, dopo le ore del pomeriggio passate sui fondali sottostanti, intenti alle consuete
ricerche.
Si sistemano i materiali, qualcuno s'appresta a mettere in moto il fuoribordo, e intanto lo sguardo gira intorno, sulle onde, per vedere
(ormai  diventata un'abitudine) se c' qualcosa di nuovo. Cecco Baschieri trasale... S, si vede qualcosa...
Che cosa, ogni tanto, solleva la piatta superficie dal mare?
Il motorino si mette in moto lacerando il silenzio: la prua della barca si drizza verso il punto dove questi strani fenomeni attirano l'attenzione
generale. Quando a raggiungerlo mancano ormai poche centinaia
di metri (e la costa dell'isola  ben lontana), il fenomeno cessa improvvisamente. Si  fatta tanta strada per nulla?
Forse si trattava solo del solito branco di sardine assalite dai tonni o dai pescecani, che con movimenti convulsi cercavano di sfuggire
a quelle fauci fameliche spostando masse d'acqua che ribollivano alla superficie; o forse...
Di colpo il pelo dell'acqua  squarciato da un enorme corpo che balza, schizzando acqua in ogni direzione. Il filo dei pensieri si
arresta di colpo, il motorino tace, la barca si ferma, mentre gli occhi vedono una schiena lucida e nera spuntare dal mare verticalmente, sormontata da lunghe corna attorcigliate.
- Una manta!
Il grido parte simultaneo dalla bocca delle persone in piedi sulla barca mentre s'afferrano ai bordi per non cadere in mare giacch
lo spostamento d'acqua creato dall'improvvisa fuoruscita del bestione imprime un forte rollio all'imbarcazione.
 proprio una manta, e che manta! Una manta gigante. Uscita all'improvviso e perpendicolarmente dal mare, per quasi met della sua lunghezza si rovescia all'indietro scoprendo il ventre alla cui estremit superiore s'apre la bocca. Un tonfo e ricade in mezzo alla schiuma; si vede per un istante sventolare la lunga coda, poi scompare.
La massa del suo corpo enorme s'intravede ora sott'acqua, sempre
rovesciata, biancastra. Ora punta verso il fondo. Confrontando la sua larghezza con quella della barca, si pu calcolare che abbia non meno di sei metri d'apertura alare. Uno degli esemplari pi grandi che si conoscano.
Prima ancora che Baschieri possa chiedersi a che cosa attribuire
il bizzarro fenomeno, ne sopravvengono altri che assorbono completamente l'attenzione.
La manta s' inabissata, e sembra che su questo piccolo lembo
del Mar Rosso sia tornata la pace, quando, ecco, poche decine di metri pi in l, ripetersi lo strano spettacolo.
Questa  una manta pi piccola: il corpo piatto e nerastro esce dall'acqua per tre quarti e vi ripiomba dentro, scoprendo il ventre. Una capriola, una sorta di tuffo alla rovescia, fatto anzich dal cielo verso il mare, dal mare verso il cielo.
Ormai si va facendo buio, il rosso del sole - che tinge le nuvole, le onde, i volti e l'isola lontana - va diventando violetto ed illumina
fantasticamente la danza delle mantas del Mar Rosso.
Una pi piccola, una pi grande; una vicinissima, una lontana, magari due contemporaneamente, le mantas escono con un balzo dal mare, si rovesciano sul ventre, in un ritmo sempre pi veloce.
Bisogna star molto attenti a che la barca non abbia a rovesciarsi.
Adesso  proprio al centro della sarabanda, e i mostri marini pesano diverse tonnellate ciascuno. Posizione pericolosa ed instabile;
tuttavia l'unica da dove sia possibile rendersi conto di quel che accade.
Sembra che in un punto particolare del Mar Rosso una decina di
mantas abbiano deciso di riunirsi, comportandosi nel modo pi bizzarro...
Dalla barca s'intravede tutto il movimento delle mantas, compreso
ci che avviene sott'acqua. La manta, nel suo cielo d'acqua, parte dalla sua posizione normale, il corpo parallelo al fondo, pancia in basso, schiena verso l'alto; poi risale impennandosi, in una ripida cabrata verso la superficie. Sale, sale, sino a che trovandosi in posizione
perfettamente verticale, sbuca alla superficie. In virt della spinta dal basso, esce dall'acqua per quasi tutta la sua lunghezza, si rovescia, ricade all'indietro. E cos, pancia all'aria e muso in basso ripiomba verso il fondo.
A che cosa  dovuto tale comportamento?
Mezz'ora, sin quasi a buio, dura lo spettacolo, e solo negli ultimi minuti si riesce a penetrarne un significato possibile.
A un tratto il mare comincia ad essere percorso alla superficie da lunghe teorie di mantas molto pi piccole (mezzo metro, un metro al massimo), che marciano in gruppetti di cinque o sei.
Mentre le pi grosse con lenta maestosit instancabilmente compiono
il gi descritto movimento, accanto alla barca, in ogni direzione
piccole mantas frenetiche, sbattendo le piccole ali alla superficie,
corrono lasciandosi alle spalle una lunga scia bianca di schiuma.
Piccole mantas? da dove vengono?
Passano veloci, tra la barca ed il filo lontano del mare che taglia ormai in due il disco del sole mentre le sagome nere degli esemplari giganti che balzano contro il cielo paiono - controluce -
le ombre di assurdi pipistrelli svolazzanti sulle onde.
Piccole mantas? prima non c'erano!
La barca  sbattuta senza governo, nessuno pensa ai remi o al timone; tutti fissano il mare, le grandi bestie e le file delle piccole.
Degli occhi sbarrati cercano di vincere il segreto che lega il mare, le grandi mantas e le piccole. Un'idea si fa strada, gli occhi ora si guardano per convincersi di una incredibile realt: Le piccole mantas
sono neonati di mantas, la barca  al centro di una misteriosa cerimonia, di una tumultuosa riunione di mostri spinti da una misteriosa
legge del gran mare a riunirsi in quel punto, una sera di marzo, per mettere alla luce i loro figli. Le grandi mantas aiutano il loro corpo a partorire eseguendo quelle fantastiche evoluzioni.
Gli occhi tornano al mare, quasi a chiedere una conferma. In
quell'istante - l'ultimo spicchio viola del sole  inghiottito oltre Dur-Gaam - in quell'istante tutto tace e si placa. Qualche stella sbuca violenta e sulla costa di Dur-Ghella si accende un fuoco; la barca  immobile, sull'acqua nera. Nessuno parla per molti minuti, poi: - Bisogna tornare - mormora Cecco, e Roghi d uno strappo al fuoribordo. L'elica fruscia, disegna una riga fosforescente e la barca
ronzando rientra verso la costa portando con s il segreto di un mistero del mare che alcuni uomini hanno rubato stasera.
L'ultima missione nelle acque dell'isola  terminata; domani si potr tornare sul Formica.

Capitolo 11.
I fantasmi del 1941.

In ogni racconto o diario africano di terza categoria troverete, presso a poco, questa frase: Non soffiava un alito di vento: sospesa
sopra la nostra testa, una luna rossa e grossa come un cocomero
illuminava la vasta distesa deserta. Stasera  proprio cos, e qui, attorno al Gubbet Mus Neft (una sconfinata baia delle Dahlak)
quasi allo stesso livello dell'acqua si estendono terre piatte e sabbiose,
assolutamente deserte, illuminate dalla luna rossa. Siamo nella pi banale tradizione fumettistica. Suoni lontani, sulla costa, di tamburi,
aria pesante, afosa.
Sull'acqua liscia, quasi grassa, la nostra barca  immobile, come inchiodata su un fondale finto.
Due canali, uno largo e uno un po' pi stretto, mettono a contatto
il Gubbet Mus Nefit con il mare (dal pi largo  passato il Formica per venirsi ad ancorare qua in mezzo). Nel Mar Rosso le maree sono piuttosto violente giacch vengono a coprire un notevole dislivello: i canali, che funzionano da valvole di scarico per le masse d'acqua che dal mare defluiscono verso la baia, o dalla baia verso il mare, quattro volte ogni ventiquatt'ore, nei due sensi, con una corrente impetuosa. Noi abbiamo dovuto aspettare il momento giusto
per entrare con il Formica. Immergendosi a nuoto nel canale durante il riflusso, ci si sente come trascinati da un violento torrente montano; senza dover battere un colpo di pinne, si naviga a tutta velocit in mezzo a pesci piccoli e grandi, che a loro volta avanzano rapidissimi (pur restando perfettamente immobili) in mezzo a ciuffi di alghe rossastre, divelti chiss dove dalla forza del mare e ora trascinati
via a seconda della corrente.
Dunque, notte africana e luna. Sotto la luna  ancorato il Formica.
Alcuni di noi, per poter dormire, tentano in tutti i modi di
ignorare l'assordante fragore del catarroso gruppo elettrogeno che alimenta una fila di lampade subacquee calate fuori bordo. Altri, invece,
si affacciano alla balaustra per vedere quali pesci vengono a galla attirati dalla luce, e che cosa il retino da plancton, abilmente manovrato dalle esperte mani del nucleo scientifico sta raccogliendo.
Sono campioni di saggio estremamente interessanti. Scorgiamo, nell'imbuto raccoglitore della rete, pesciolini piccolissimi la cui struttura
interna, ricoperta da un corpo perfettamente trasparente simile a certi impermeabili di nylon, risulta ben visibile. Scorgiamo gamberetti
nerastri e bianchi, ed altri organismi viventi quasi microscopici,
quali sono gli avannotti e gli infusori. L'interessante raccolta, si sa, finisce nei vasi di Baschieri: un cartellino appiccicato sopra specifica data, luogo e profondit del prelievo.
Un'apparizione fulminea e un po' fantasmagorica squarcia la tranquillit della serata, facendoci sobbalzare. Uno squalo inclinato di tre quarti, saetta verso il cono di luce. Ormai siamo abituati a vederli, ne abbiamo incontrati a centinaia; ma questo ci strappa un grido generale di stupore sia per la grandezza, sia per la violenza del suo incedere.
L'indomani mattina, mentre nuoto a poca distanza dal Formica, in acque torbide e profonde, giro continuamente il capo tenendo gli occhi bene aperti, attenti ad ogni ombra, per guardarmi alle spalle, e ad ogni istante mi assicuro che la barca con Masino e Giorgio mi segua.
L'ossessionante ricordo del pescecane di ieri sera, la torbidezza e la profondit delle acque, non sono certo gli ingredienti migliori per il tranquillo svolgersi di una pacifica esplorazione.
Sono alla ricerca di un relitto, la carcassa di un rimorchiatore che da dodici anni, pi o meno, giace in questa zona, sott'acqua.
Sarebbe interessante visitarlo, scattare qualche foto o magari girare qualche scena, ma non mi riesce di trovarlo! Masino, regolandosi sulle indicazioni del nostro nacuda cerca di individuare il punto esatto dove il rimorchiatore dovrebbe essere, eseguendo misurazioni trigonometriche,
per la verit un po' sui generis.
Dopo mezz'ora finalmente ci siamo. Una massa nerastra punta nell'acqua nebulosa verso la superficie. Deve essere il fumaiolo.
Anche Giorgio scende in acqua e picchiamo sul fondo.
L'iniziale senso di disagio aumenta con il diminuire della luce. Adesso scivoliamo lungo il bordo del rimorchiatore di cui ci appare solo una specie di parete scura. A poppa, alzando lo sguardo verso l'alto e contro luce si scorge qualcosa delle strutture; nulla di bello, per, e nulla di chiaro: persiste, invece, la sensazione di pericolo. Sotto la poppa verniciata di bianco s'intravede il nome Panaria. Una rapida evoluzione attorno alle pale dell'elica mentre Giorgio scatta la ennesima
fotografa, poi via di corsa verso la superficie. Questo di oggi  un mare che potrebbe riservare cattive sorprese, meglio tornare all'asciutto, e continuare con il nacuda il discorso
sui relitti del Gubbet Mus Nefit. Nel grembo di questa baia ne
giacciono parecchi, e ciascuno di essi ha una sua storia drammatica e avventurosa da raccontare,
una storia che risale esattamente ad una giornata come questa
di dodici anni fa.
7 aprile 1941. Al centro del piatto Gubbet Mus Nefit, navi squarciate da esplosioni o divorate dall'incendio di tonnellate di nafta, colano a picco. Da esse s'innalzano, allucinanti su questa prospettiva orizzontale, verticali e nerastre colonne di fumo: si chiude uno degli ultimi capitoli di una storia penosa: quella delle navi italiane rimaste
in trappola nel Mar Rosso allo scoppio della guerra.
Durante la notte il silenzio profondissimo della baia  stato rotto dal rombo degli aerei da bombardamento e, poco dopo, dal secco schianto del Mazzini carico di siluri, colpito in pieno. Il Prometeo
centrato con il suo carico di nafta, brucia come una immensa torcia. Le fiamme divampano per due giorni, illuminano la fine delle altre navi che si autoaffondano. L'Urania, il Bottego, il Sauro, il Tripolitania e molti rimorchiatori d'alto mare tra i quali il Panaria, or ora visitato, si adagiano lentamente sul fondo.
Il nacuda, allora in servizio al nostro Comando-Marina in Eritrea,
conosce bene questa triste vicenda: continua infatti il racconto indicandoci i due alberi bianchi del Sauro che spuntano tra le onde, e la carcassa arrugginita dell'Urania adagiata sul fianco, uniche parti affioranti dei relitti colati a picco nel Gubbet.
Ampliare la conoscenza con le navi morte del Mar Rosso, visitando
il relitto di una di esse e cercando di coglierne cos l'ultimo aspetto,  cosa che ci attrae irresistibilmente: le sovrastrutture dell'Urania
e del Sauro sembrano invitarci alla visita, suggerirci quasi di non perdere una tale occasione.
Il giorno in cui le acque del Gubbet si scrollano di dosso la nebbia planctonica traversiamo il golfo.
Il ronzio lacerante del fuoribordo tace di colpo, e tutt'attorno si spande uno smisurato silenzio.
La poppa dell'Urania sporge per met dall'acqua. Il resto, adagiato
su un fondo che scende rapido, scompare verso il centro della baia; la nave rovesciata sul fianco  tagliata in due dal mare nella parte emergente in senso verticale, anzich longitudinale: la balaustra metallica che cingeva tutta la poppa ora  per met sott'acqua e i pesci se ne servono per le loro evoluzioni. Sull'altra met, invece, si  comodamente poggiato un candido airone dal collo lunghissimo, il quale, infastidito dalla nostra presenza si allontana, lanciando brevi e acuti stridii. Stridii che si ripercuotono nel silenzio: un silenzio denso, che si sente. In vicinanza di una nave morta si  come oppressi da questa tangibile enorme massa senza vita, e il pi piccolo rumore, lo sciabordio dell'onda contro una lamiera, il fruscio del vento, echeggia e si ingigantisce facendo apparire le lunghe pause smisuratamente
vuote.
La nostra piccola barca viene ormeggiata sotto l'ombra del timone
rimasto fuor d'acqua. Sopra, l'immobile mozzo dell'elica, le cui pale sono scomparse,  puntato contro il cielo bianco delle Dahlak, simile a un cannone.
Uno dopo l'altro, indossati gli autorespiratori, entriamo in acqua: Bucher, Gianni Roghi, Giorgio, Enza ed io...
I cacciatori subacquei nel girovagare sui fondi marini hanno gi visitato altri relitti: non  difficile trovarne qualcuno da esplorare
lungo le coste del Mediterraneo. Io ne ho visitati e cinematografati
minuziosamente due, uno in Sardegna (a Capo Carbonara)
e uno a Ponza: basandomi su quel ricordo mi aspetto uno spettacolo ben preciso: la nave affondata con il mistero delle sue ombre, dei suoi recessi difficili a raggiungere, le sovrastrutture ricoperte da alghe soffici e verdastre che ricordano il muschio, rari pesciolini che, intimoriti,
si aggirano l in mezzo; uno spettacolo che sembra dire: qui tutto  morto, qui regna il silenzio.
Ma la visione che ci colpisce, mentre, a 5, 10, 15 metri di profondit
compiamo questo meraviglioso viaggio su questo relitto,  totalmente diversa. Nel mare tropicale non si concepisce nemmeno la parola morte: la vita impera, ovunque, rigogliosa, violenta di mille
colori, in aspetti multiformi; anche in questa nave affondata da pi di dieci anni.
Le parti sepolte dell'Urania non ricordano nessuna delle navi morte che ho visitato. Non sono vuote, non scompaiono ricoperte dalle alghe che hanno lo stesso colore del mare; migliaia e migliaia di pesci popolano il relitto, pesci di ogni dimensione, forma e colore: dai variopinti pesci pappagallo ai fantasiosi pesci balestra, dall'argento guizzante dei sauri e delle leccie, ai fusiformi slanciati barracuda. Mai l'Urania aveva ospitato tanti passeggeri, e cos vivaci.
E sembra, poi, pavesata a festa cos com' ricoperta d'un lussureggiante
mantello di piccoli coralli, spugne, madrepore, ricci, ostriche.
Ognuno di colore diverso, una formidabile policromia di gialli, verdi, rossi, neri, violetti, bianchi, arancioni, che allontana dalla mente con la sua festosa violenza l'idea del relitto come di cosa senza vita.
L'Urania  affondata drammaticamente, schiantandosi con una esplosione, poi si  vestita a festa: il gran pavese che innalzava entrando
nei porti dopo una lunga navigazione, ora  dappertutto, dalla sala macchine alla plancia di comando, dal lungo fumaiolo alle cabine di prima classe.
Le parti della carena, formate da immense lastre di lamiera schiantate al momento dell'affondamento e ormai corrose dalla salsedine
del mare, ondeggiando lentamente avanti e indietro, spinte dalla risacca, paiono le branchie di un mostruoso essere vivente che respiri. Bisogna calcolare al centimetro e al secondo il moto di queste lastre per infilarsi dentro lo scafo dell'Urania. Bisogna guizzare veloci nello spazio che si apre, ad ogni respiro, tra la lamiera e il fondo sabbioso, per penetrare nell'interno, come si farebbe nel passare sotto una enorme saracinesca appena sollevata. Una saracinesca che potrebbe
diventare una ghigliottina, tanto il suo bordo metallico  slabbrato e tagliente.
Siamo dentro. Ombre e luci giocano nelle sale, nei corridoi, negli stanzoni, nelle cabine, infilandosi tra spacchi e connessure, fendendo
l'acqua a fasci. Attraversiamo misteriose aperture, al di l delle quali non si sa cosa ci aspetta, accompagnati solo dal rumore dell'aria che i nostri autorespiratori scaricano regolarmente. Nella sala macchine, tra caldaie, scalette e tubazioni, i raggi quadrati di luce che cadono da lontani boccaporti formano una bizzarra scacchiera ribaltata.
Poi una parete nera, impenetrabile. Al centro si apre un obl al di l del quale si intravede la luce verdastra dell'acqua illuminata.
All'improvviso un volto s'affaccia:  Giorgio che sta esplorando la sala accanto.
Visione fantomatica della maschera dalla quale si ripartono tubi e valvole, degli occhi dilatati per poter vedere in quella oscurit.
L'obl che la incornicia  costellato di spugne gialle e punte di ostriche
nere. Trovato un passaggio, proseguiamo insieme nel giro del labirinto,
non senza fermarci un momento per il gusto di sdraiarci in una vasca da bagno il cui smalto resiste ancora. Il lampo della macchina
fotografica illumina la scena surreale...
Un misterioso gong continua a suonare da qualche parte quasi ad annunciare l'ora di una impossibile colazione, e noi, seguendo la suggestione del richiamo, ci mettiamo alla ricerca della sala da pranzo.
Un tortuoso percorso ci porta alla superficie, dove, infine, ci appare
la sorgente del suono. Uno dei lastroni metallici che respirano
batte regolarmente su una sporgenza dell'Urania.
Ma che cosa  quest'altro suono? La sirena? Ci fermiamo allibiti,
guardandoci. Il suono, distorto dalla massa d'acqua e malgrado la sua sfocatura, sembra proprio il suono di una sirena.
Ma non  quella dell'Urania.  il Formica, che sta girando attorno al relitto e suona per dirci che il sole sta tramontando ed  ora di tornare a bordo.
Di gi! L'esplorazione ha per noi un fascino e un interesse cos potenti che del trascorrere del tempo non ci siamo accorti e non abbiamo nemmeno badato (ce ne accorgiamo con preoccupazione) al
percorso compiuto nell'interno del relitto. Ecco finalmente uno spiraglio
di luce sopra di noi! Puntiamo velocemente in quella direzione ed emergiamo in un piccolo specchio d'acqua quadrato: un pozzo che punta verso il cielo.  un lungo corridoio che, data la posizione del relitto, dal mare sale veramente verso il cielo.
Le nubi, nel quadratino che ci sovrasta, corrono veloci e una arietta fresca scende nei polmoni, piacevolissima dopo quella viziata delle bombole.
Risalire da qui alla superficie  impossibile, giacch le pareti a picco sono levigate, senza appigli di sorta. Bisogna tornare indietro.
Tuffando la testa vediamo il corridoio che abbiamo percorso scomparire nell'ombra.
- Aria? - chiedo a Giorgio, il quale nel tenere questa particolare
contabilit  molto pi esatto di me.
- Per cinque o sei minuti...
Aspettare non serve a nulla, anzi peggiora la situazione poich la luce sta lentamente calando. Tentiamo la sorte subito: immersione!
Sfila velocissima la parte tapezzata di spugne gialle e di rosse foglie di madrepora, scompare il sole, la luce diretta e anche i colori si spengono. Forse da questa avventura usciremo tranquillamente, ma per ora, cos rinchiusi nella enorme carcassa del relitto, tra tonnellate
di pavimenti e pareti di ferro, smarriti, in un dedalo di vani il cui orizzonte si  capovolto, la situazione appare pi impressionante
di quanto in realt non sia.
Al di l di una fenditura o di una porticina, la luce... no,  un falso allarme, anch'essa filtra da un pozzetto senza via di uscita.
 meglio scendere pi a fondo possibile e cercar di passare attraverso i dondolanti lastroni dai quali siamo entrati. Aspiriamo l'aria dalle bombole con grande parsimonia.
I lastroni sono facilmente riconoscibili giacch la ruggine li ha trasformati fantasiosamente rendendoli simili a un merletto che si stagli contro l'acqua verdastra del mare libero.
Eccoli davanti a noi, infine! Ma dopo un istante una agghiacciante
realt ci si presenta. Immobili, le immense branchie non lasciano
pi, muovendosi maestosamente spinte dalle onde in superficie,
quello stretto spiraglio ad intervalli regolari dal quale abbiamo fatto il nostro ingresso. Per una qualche ragione (capimmo poi che la marea salendo aveva alzato il livello del mare sensibilmente; in tal modo le onde non potevano pi battere sulla superficie della chiglia facendola dondolare) la parete di ferro  immobile: la enorme saracinesca
s' chiusa sulla strada del nostro ritorno.
Certe decisioni si prendono di colpo, senza pensarci due volte.
Anzich tornare nel pozzetto dove ci aspetta l'aria fresca, ma dove rimarremmo definitivamente in trappola perch l'aria rimasta nei respiratori ce la mangeremmo nel percorso di ritorno, mi salta in mente di fare una cosa a prima vista impossibile.
Mi avvicino alla base del lastrone, e vi appoggio le mani, punto i piedi contro un'altra sporgenza e spingo. Forse, fuori d'acqua, il pezzo (qualche tonnellata di peso!) che componeva la chiglia dell'Urania
era stato mosso mediante enormi gru e cavi d'acciaio. Adesso,
pi leggero perch immerso e soprattutto perch consunto dalla ruggine, contro ogni mia aspettativa, lentamente si muove.
Uno spiraglio sottilissimo. Faccio un cenno con la testa a Giorgio.
Come un lampo striscia sulla sabbia e, dopo essersi tolto
dalla schiena il respiratore ad aria, tenendone per saldamente il boccaglio tra i denti, afferra le bombole con le mani, avanti a s. Ora  diventato...
pi sottile, e sbucciandosi la schiena contro l'orlo inferiore della lamiera, sguscia fuori.
Lascio la presa: non mi rimane che sperare che l'amico fuori trovi anch'egli un punto d'appoggio per poter spingere in senso contrario
permettendo anche a me di evadere.
Con il cuore in gola compio anch'io la stessa operazione di togliermi
dalla schiena le bombole mentre guardo la sottile riga di luce che illumina la sabbia del fondo per vedere se si allarga... due secondi, tre, quattro...
Si apre!
Giorgio  riuscito a puntellarsi. L'incubo  finito, anch'io posso uscire: m'infilo nel breve varco l'istante stesso in cui il Formica lancia un ulteriore prolungato fischio. Arriviamo, arriviamo, se Dio vuole!
La superficie, l'aria fresca della sera... i polmoni si riempiono tumultuosamente
mentre facciamo cenni alla barca perch venga a raccoglierci.

Capitolo 12.
Una incredibile avventura.

Che Benedetto sia un pescatore siciliano e non un arabo  una cosa cui a prima vista nessuno crederebbe. A bordo del Formica s' presentato un uomo magro, alto, i lineamenti accentuati e la pelle marrone scura, avvolto nella futa, scalzo: un uomo in nulla diverso dagli indigeni delle Dahlak.
Invece  proprio siciliano: ce ne accorgiamo prima dal guizzare
furbesco e continuo dei suoi occhi, in contrasto con la fissit immobile degli indigeni, poi dall'inconfondibile accento del suo italiano.
 un uomo di una cinquantina di anni, da quasi venti stabilitosi quaggi; come sia capitato a Dahlak Chebir, non l'abbiamo capito. Abbiamo
capito, invece, che appena giunto aveva pensato di fare un po'
di soldi e tornare poi al suo paese, tra il verde degli aranceti e l'azzurro
del Mediterraneo, dalla moglie sposata pochi giorni prima della partenza. Un progetto che da vent'anni, e per esser precisi ogni sei mesi (cio alla fine della stagione di pesca), sembra sul punto di attuarsi;
ma ogni volta Benedetto arriva solo fino a Massaua dove spende tutto
in pochi giorni, dopo di che non gli rimane che tornare alla sua capanna
di Dahlak, e ricominciare daccapo. Forse ormai che vuole tornare
in Sicilia lo dice solo per dire: si vede che  felice di star qui, ammiraglio
di una piccola flotta composta di cinquanta uri di pescatori yemeniti coi quali si sposta di isoletta in isoletta, pescando dalla mattina
alla sera. Poche gocce di sangue arabo, ricordo delle antiche invasioni
della Sicilia, a contatto del mondo d'oriente sono bastate a far di Benedetto un uomo che ormai non lascer pi il sole e la gente d'Africa.
 salito sul Formica e con Vailati discute la rotta da seguire per far il giro alla periferia delle Dahlak: lui ci far da guida.
Ci spingeremo verso isole e secche d'alto mare. Gli uomini di Baschieri vogliono raccogliere saggi di vita sottomarina l dove il mare batte con la sua violenza, dove passano le correnti pi forti,
dove pi numerosi passano pesci di corsa. Vogliono vedere, osservare
e studiare la vita del Sesto Continente, nei punti finora proibiti all'uomo; vogliono, insomma, esplorare il mondo subacqueo sino agli estremi confini raggiungibili.
Gli sportivi, d'altra parte, avidamente desiderano vivere avventure
grosse, drammatiche ed eccitanti, aumentare le loro esperienze: questo sar loro particolarmente possibile lungo le grandi Barriere antistanti il mare aperto. Noi, infine, intendiamo seguire gli uni e gli altri per documentare tutto ci con la penna e con la pellicola.
Prima di iniziare il giro dobbiamo ritirare il gruppo scientifico, stabilitosi da una settimana a Dissei. Benedetto ci consiglia di dare un'occhiata a un'isoletta che si erge aguzza tra l'isola di Dissei e la penisola di Buri: Shil.
Di buon mattino fuoribordi in acqua, si corre verso Shil e subito ci si presenta uno spettacolo degno delle promesse di Benedetto:
un incontro che entusiasma gli scienziati per le osservazioni che consente loro di fare, gli sportivi per l'emozionante caccia che ne segue, e noi documentaristi perch possiamo cogliere una visione estremamente interessante della vita subacquea.
Un quarto d'ora dopo il nostro tuffo in acqua, Gigi (che nuota subito dietro a Baschieri) vede arrivare dal largo, e con una ampia curva puntare verso l'amico, uno squadrone di affusolati barracuda.
I barracuda che vivono in branchi, differiscono dai solitari nella conformazione della bocca e per la loro minore lunghezza. Essendo comunque sul metro e in cos gran numero (parecchie centinaia di unit), incutono un notevole timore. Sfrecciano sotto i nostri piedi e noi ci immergiamo; se volessero assalirci, in pochi istanti, lavorando
con quella robusta e affilata dentatura, potrebbero lasciare di noi soltanto gli scheletri.
Ora avanzano verso di noi. Ben sapendo che basta un semplice contrattacco a volgere in fuga sott'acqua anche l'avversario pi pericoloso,
velocemente ci tuffiamo e andiamo loro incontro, precedendo
cos le loro idee aggressive. Poi Baschieri, che  proprio in mezzo al gruppo per osservarlo da vicino, trovato un bell'esemplare a tiro gli spara e se lo porta in barca, sebbene si dibatta violentemente.
L'attacco dell'uomo al pesce non causa nessuna reazione pericolosa
nei compagni di branco; anzi, li mette in fuga.
Mentre pinneggio a perdifiato dietro il gruppo che s' disperso a zig-zag in tutte le direzioni, vedo qualcosa alla superficie che attira la mia attenzione.
Una specie di grosso uovo galleggia sulle onde; incuriosito, risalgo per vedere di che cosa si tratta, e davanti ai miei occhi si presenta l'argonauta.
 un cefalopode che vive entro una concava conchiglia biancastra
che galleggia sulle onde. Se ne sta sdraiato mollemente nell'interno;
due dei suoi tentacoli sporgono dalla conchiglia-barchetta e toccano l'acqua, mentre altri due sono levati verso il cielo; fra questi
ultimi  tesa una membrana, cosicch l'argonauta procede simile in tutto a un battellino a vela, sfruttando la fresca brezza che increspa
lievemente le onde.
I tentacoli che pendono in mare hanno, pi o meno, la funzione dei remi, salvo i momenti in cui servono per procacciar cibo. Ma soprattutto sono organi di riproduzione: una parte di essi, in vicinanza
della femmina si stacca e va a fecondare la compagna. Incuriosito,
nuoto lentamente dietro l'argonauta per osservarlo, sino a che m'accorgo che mi sta portando troppo lontano dalla riva. Sar bene che lo lasci proseguire da solo nel suo viaggio.
Evidentemente questa mattina i cefalopodi hanno deciso di dar spettacolo. Mentre nuoto alla ricerca di Giorgio, sento Masino che mi chiama. Mi indica un punto non lontano e, guardando bene, vedo un polpo che spostandosi dignitosamente sul fondo con la sua innumerevole
serie di gambe elastiche, passa da uno scoglio all'altro.
Non  solo: piccoli pesciolini verdi gli gironzolano sulla grossa testa.
Mi chiedo cosa stiano facendo, e in quel momento di colpo gli si avventano addosso in cinque, sei, sette, dieci, forse pi. Un balzo all'unisono: addentano il polpo e muovendo vertiginosamente la coda lo sollevano a mezz'acqua. L lo colpiscono con una serie di piccoli morsi, dopo di che lo lasciano cadere. Passano due secondi
e, senza che il disgraziato possa mettersi in salvo, i pescetti verdi gli si precipitano di nuovo addosso.
Evidentemente la pelle del polpo  il loro alimento preferito: se cercassero di morderlo sul fondo, il polpo attaccandosi con qualche
tentacolo a terra e usando gli altri come armi di difesa, potrebbe egregiamente passare al contrattacco.  per evitare tale pericolo che gli assalitori lo sollevano per aria dove il polpo, privo di appigli, rimane come un sacco vuoto, senza possibilit di reagire.
Giorgio, a gesti, mi informa che nel punto dove lui  immerso passano numerosi pescecani di rispettabili dimensioni. Se vogliamo vederli e farli centrare dai nostri obiettivi, non ci resta che starcene seduti sul fondo e aspettare che il passaggio si ripeta.
Nell'ormai tradizionale silenzio, rotto soltanto dal gorgoglo delle bolle d'aria provenienti dall'apparecchio di Giorgio e dal soffio
sordo delle mie inspirazioni dal sacco-polmone di ossigeno, passano
lunghi minuti. Strano appuntamento con i pescecani dell'alto fondo!
Quattro o cinque minuti da quando siamo alla posta, un pescecane,
rapidissimo, ci passa da destra a sinistra. Grosso, tre metri
e mezzo di lunghezza, grigio-scuro: come un lampo  sparito, di nuovo inghiottito dall'alto fondale. E subito dopo, eccone due altri, i soliti timidi pinna nera, seguiti da un terzo simile al primo
(o forse  lo stesso). Mentre i due pinna nera si tengono, al solito, a rispettosa distanza, il terzo prende a fare veloci picchiate rasente il fondo, nella nostra direzione. Naturalmente le foto e la ripresa cinematografica
risultano assai emozionanti, ma quando ci accorgiamo che i due bonaccioni pinna nera, incoraggiati dall'aggressivit del compare pi autorevole cominciano anch'essi a farsi sotto minacciosi,
la faccenda cambia.
Il pescecane pi grosso fa un giro e ci punta: parte di scatto verso Giorgio. L'amico, con l'occhio al mirino della macchina fotografica,
inquadra la carica del bestione per prenderlo in primo piano.
Ma questa volta il bestione fa sul serio, gli  quasi addosso; Giorgio,
brandendo la pesante macchina dalle due impugnature, gliela batte con violenza sotto il muso. Il colpo risulta molto forte, soprattutto
per la spinta dello squalo il quale, probabilmente, pi per la sorpresa
che per il dolore, s'impenna verso l'alto, gira e scompare, seguito
a ruota dai due giannizzeri minori. Noi risaliamo velocemente verso
la superficie col cuore in tumulto, e troviamo l'operatore Manunza che ci fa segni frenetici con le mani come a dire l'avete scampata bella!.
Prendiamo immediatamente nota di questa avventura per ci che ci insegna: gli squali dei bassi fondali delle Dahlak non avrebbero
mai avuto un simile coraggio! Questo di oggi risaliva evidentemente
dagli abissi che attorniano lo scoglio su cui ci troviamo ed  abituato agli scontri con grossi pesci che transitano nel canale: certo ha dimostrato una ben diversa aggressivit. Esiste dunque davvero
una differenza fondamentale fra due tipi di squali, a prescindere
dalla loro specie?

Capitolo 13.
Come dormono le tartarughe?

Madote A Madote, sempre pi a sud,  giunta la grande giornata del luogotenente di Bucher, Silverio Zecca. Mentre nuota alla superficie
in cerca di preda, Zecca vede alla base del balzo corallino un'ombrina
gigante, uno di quei panciuti pesci bruni dalla bocca perennemente
semiaperta e dalle dimensioni invitanti. Pensando pi alla cena che alla gloria, Zecca si immerge, scivola lungo la barriera e rapidamente
si porta a tiro. Nell'istante in cui sta per premere il grilletto,
intravede alla sua sinistra una massa cospicua; senza pi curarsi
dell'ombrina, si rannicchia, tenendosi immobile per non spaventare
l'eventuale preda. Gira lentamente la testa e vede appoggiata a un grande corallo a forma di cervello che spunta dalla parete, la tondeggiante sagoma di una enorme testuggine. Le testuggini si presentano
in due maniere ai subacquei: o in acqua libera, annaspanti con le quattro zampe, cos goffe da sembrare un bersaglio facilmente raggiungibile, mentre in effetti alla prima avvisaglia fuggono fulmineamente
verso l'alto fondale, oppure si incontrano quasi immobili di fronte ad un masso, con una delle zampe anteriori appoggiata alla sporgenza, quasi ad ancorarsi. Che cosa facciano in quella posizione  un vero mistero: molto probabilmente dormono.
Silverio Zecca trova la tartaruga appunto in questa posizione.
Se dormiva, il suo era certo un sonno leggero, perch non appena il cacciatore, puntato il fucile, le si fa incontro, la tartaruga ha un soprassalto e gira su se stessa, per precipitarsi a testa bassa verso il fondo.  proprio questo che la rovina. Zecca viene cos a trovarsi in ottima posizione e con un guizzo la colpisce senza difficolt. La bestia s'impenna, Silverio tira a s la sagola, e tenendo ben salda la corda che riceve strappi violenti, (all'estremo delle forze in quanto
tutta l'immersione  avvenuta senza respiratore) risale alla superficie.
Ma ecco, dopo uno strappo pi violento dei precedenti, la sagola farsi molle, senza resistenza: la preda si  liberata dall'arpione!
Dall'alto Bucher vede la testuggine uscire dalla nuvola di sangue
e fuggire. Notando che per il colpo in testa ha un'andatura lenta e incerta, si tuffa e riesce ad agguantarla con ambedue le mani per una delle zampe posteriori. Da solo non ce la fa a portarla a bordo: la tartaruga tira e Bucher  da questa trascinato. Zecca, che  gi tornato
in superficie e s' rifornito di una buona boccata d'aria, si tuffa di nuovo e arriva ad agguantare l'altra zampa della testuggine, che viene cos portata alla superficie, in barca, e successivamente (poich occupava un po' troppo spazio ed era talmente irrequieta da minacciare
di affondarci) trascinata sotto al Formica e issata a bordo con l'aiuto del paranco.
Ma la giornata per Zecca non  ancora finita: gli si prepara un'altra emozionante avventura.
Rientrato in acqua si imbatte, dopo circa un'ora, in Masino con la cinepresa e Giorgio. Masino prega gli amici di chiamarlo nel caso che vedano qualcosa di interessante da girare. Rimanendo tutti e tre in un raggio piuttosto ristretto, iniziano una battuta metodica.
Giorgio, che aveva visto poco prima uno stupendo pesce-farfalla
a strisce gialle e viola (molto raro nella zona delle Dahlak), nascondendosi in una tana sotto grossi massi di madrepora, fruga minuziosamente ogni anfratto.
Affacciandosi all'imboccatura di una cavit piuttosto vasta ha un sussulto ed il cuore gli fa un salto in gola: sceso con la convinzione
di imbattersi in un pesciolino di venti centimetri dai graziosi e delicati colori, si trova invece a tu per tu, nelle incerte luci della grotta, con l'ombra biancastra e raccolta di uno squalo-nutrice che occupa quasi completamente lo spazio disponibile. Questi squali,  vero, hanno fama di essere innocui, ma vedersene all'improvviso davanti uno, grossissimo, dentro una grotta, fa una certa impressione.
Giorgio esce come un razzo, sale alla superficie, si gira intorno e chiama Masino e Zecca. Passano alcuni minuti e finalmente Zecca arriva. Masino, trattenuto dal peso dell'Acquaflex, non pu correre;
col respiratore a ossigeno non si scherza, affaticarsi  un suicidio.
Giorgio non appena ha al fianco Zecca, per mostrargli dove si
cela il nutrice, si tuffa e per la seconda volta s'affaccia all'imboccatura della grotta.
Lo squalo questa volta, per, non rimane tranquillo. Gi in agitazione per il primo incontro, nel veder apparire di nuovo quello strano uomo-pesce decide di fuggire, e con un guizzo improvviso che solleva un nebuloso turbine di sabbia,  fuori dalla grotta.
Giorgio evita la carica del bestione, che per, per riuscire a fuggire d due o tre potentissimi colpi con l'immensa coda, caratteristica
peculiare degli squali-nutrice.
Un colpo prende in pieno Giorgio facendogli saltare il boccaglio
dalla bocca e allagandogli la maschera d'acqua, per fortuna senza rompere il vetro. Quando, arrivato alla superficie pu tornare a vedere sott'acqua, l'amico scorge Zecca che segue velocissimo il nutrice
sin che questo, fedele alle abitudini della sua specie, va a rintanarsi
in un'altra grotta anzich fuggire in alto mare.
Cinque minuti dopo Masino, Giorgio e Zecca galleggiano dieci
metri sopra l'imbocco della grotta: stanno facendo un piano.
Per fortuna l'animale s' infilato in una tana a due uscite, di cui una larga e una stretta. A quest'ultima s'apposter Masino con la cinecamera dall'altra scender Zecca per sparare.
Cos infatti avviene. Il nutrice guarda dalla parte da dove entrer Zecca e non s'accorge di Masino che si apposta. Poi scende Zecca. L'animale ha un guizzo e cerca per la seconda volta di fuggire
travolgendo l'avversario: ma questa volta l'uomo ha un grosso fucile e vince la partita. Pianta l'arpione con un colpo magistrale nelle branchie dello squalo e mentre questi si dibatte furiosamente lo trascina verso la superficie.
Senza paura: e si tratta di un pesce che supera di molto l'uomo
(come dimensioni  il doppio di Zecca), che dimena la coda dando colpi terribili, si contorce aprendo e chiudendo la bocca nel vano tentativo di afferrare il suo feritore. Zecca non ha paura. Nonostante gli sforzi, lo squalo non riesce a liberarsi, lo vediamo salire dibattendosi
verso la superficie, insieme all'uomo anfibio: due sagome sempre pi confuse, contratte nello sforzo, unite dalle spire della grossa sagola e dalle linee dritte, implacabili, dell'arpione e del fucile;
le sagome del vinto e del vincitore.
Shumma Finalmente, dopo altri due giorni di navigazione, buttiamo le
ancore al ridosso dell'isola di Shumma. A tirare una bomba qui,
- dice Gigi Stuart, - c' da vedersi arrivare addosso gli animali pi strani. Bisogner tenere bene aperti gli occhi.
Ha in mano un pacchetto rosso contenente esplosivo plastic e sta introducendovi con cautela il detonatore, mentre sulla barca seguiamo attenti e preoccupati i suoi gesti. La barca galleggia al confine tra una zona verde chiara e una zona di un blu intenso. Siamo
sull'orlo della barriera corallina che precipita fonda e ripida;
l'isola  posta tra l'Africa e le Dahlak, al centro di un canale profondissimo,
percorso con grande frequenza da navi di ogni tipo. Il mare intorno a noi dev'essere sicuramente pieno di pesce.
Accesa una sigaretta, Gigi l'accosta alla breve miccia che subito prende fuoco. Priscilla chiude gli occhi, e in quel momento la carica subacquea dopo una breve traiettoria si immerge e cala gorgogliando verso il fondo. La vediamo scendere per qualche metro.
Un colpo duro, sordo, si ripercuote nel fondo della baia, e subito
gli risponde un'eco completamente diversa: uno sciabordio tagliente
e drammatico che pesci d'ogni tipo, nel raggio di cinquanta metri intorno a noi, producono balzando all'unisono fuori dall'acqua.
Siamo pronti a entrare in acqua e non passano tre secondi dallo scoppio che ci siamo tutti.
Giorgio ed io, con i respiratori, ci sediamo alla base della barriera,
schiena contro schiena. Per qualche istante vediamo solo sopra di noi gli scienziati al lavoro che rincorrono i pesciolini ubriacati dal colpo.
Fanno capolino grossi dentici dal muso serio e cernie biancastre, molto grosse. Gironzolano lenti, poi all'improvviso addentano qualche
ombrina defunta, a pancia all'aria sul fondo, e se la portano via.
Sfrecciano tra noi e la superficie, sauri e ricciole. La scena si popola di barracuda isolati e a schiere. La coda dell'occhio scorge una massa nerastra avanzare da sinistra. Giro gli occhi! eccolo l, il primo degli squali! Avanza a zig-zag sul fondo, poi torna indietro.
Si vuol far coraggio e ha cercato compagnia, ora sono in quattro!
Il quarto attira tutta la nostra attenzione;  grosso, paffuto e lungo.
Sembra un codasgombro. Tre metri di lunghezza, corporatura robusta, dentatura sana a giudicare dai denti che ha sguainato per addentare un pesce pappagallo moribondo.
Un lampo, due, tre lampi.
Approfittando del fatto che gli squali son eccitati dallo spuntino,
con Giorgio scattiamo una buona serie di fotografie. Il lampo
ha causato, al solito, un certo panico, qua sotto. Tutti se la sono battuta e la scena, adesso, appare di nuovo vuota.
Subito dopo, insieme a Giorgio riprendiamo l'interrotta puntata verso il largo.
Lasciamo l'orlo della barriera, e ci spingiamo sul fondale esterno.
Dopo circa venti minuti di perlustrazione vediamo una decina di mantas di dimensioni rispettabili, con ali di un paio di metri di apertura.
Sono adagiate sulla sabbia e si lasciano avvicinare. Fotografate sul fondo, bisognerebbe ora riprenderle mentre svolazzano a mezz'acqua.
Mentre Giorgio punta la macchina, nuoto loro incontro.
Quando sar vicino, s'alzeranno, penso. Invece niente: due metri, un metro, mezzo metro: sono addosso alla prima. Allungo la mano e le tocco la coda: l'animale ha un soprassalto, si scuote di scatto e gli altri lo seguono.
Si solleva, per il battito violento delle ali, un nuvolone di sabbia
impalpabile che mi avvolge, impedendomi ogni visibilit.
Qualche giorno dopo, Shumma ci offre un'altra giornata indimenticabile.
Di buon mattino siamo gi sul lavoro, questa volta con il gruppo
sportivo. Quello scientifico  a un migliaio di metri da noi e finir la giornata avendo al suo attivo, oltre a diverse altre voci di normale amministrazione, un grosso pesce rinoceronte, colpito da Gigi Stuart: il terzo esemplare catturato dalla Spedizione.
Vailati, Bucher con la moglie, e Zecca sono con noi, o meglio sopra di noi: Masino ed io, infatti, muniti di respiratori e con le macchine
da ripresa, ce ne stiamo sul fondo, pronti a cinematografare le scene di caccia.
Come se Shumma volesse alzare il sipario sullo spettacolo che successivamente ci avrebbe offerto tra noi due sul fondo e gli amici alla superficie, passano dense nubi di pesci pappagallo cerulei. Migliaia
e migliaia di esseri che lentamente si muovono secondo la corrente,
rompendo i raggi che il sole basso sull'orizzonte manda sott'acqua,
a fasci. E il sole, essendo noi controluce, ci fa apparire i pesci come ombre nere: le pinne e le code, trasparenti e gialle, risultando
fortemente illuminate, sembrano disegnare intorno a ciascuna di queste
sagome un'aureola luminosa. La massa dei pesci si apre, ed ecco Vailati e Zecca, Bucher e la moglie: fendono il diaframma che li separa da noi e scendono in caccia.
Li seguiamo con lo sguardo, pronti a girare: il prologo  terminato,
ha inizio l'azione vera e propria. Pesci grossi di ogni tipo non ne mancano, anzi son gi venuti a farci visita: pescecani, anche grossi e mantas. La giornata si annuncia interessante.
Le mantas, quelle di grandezza media di cui ho gi parlato, ci svolazzano intorno a gruppi, salendo dall'alto fondale e
riscomparendo poi da dove son venute. Pi al largo se ne intravedono branchi
di decine e decine.
A poca distanza dalla barriera, Masino ha visto - come noi, qualche giorno prima - un'altra frotta di mantas sul fondo; si  avvicinato
con l'intenzione di riprenderle badando bene di non spaventarle.
Ma quand' arrivato a pochi metri ecco che le alate cefalottere si sono alzate di colpo; non Masino, ma un gruppo di tartarughe (quindici
o sedici) grosse e pesanti le hanno spaventate e le hanno messe
in fuga: spettacolo curioso e sconcertante; in quanto non s'era mai saputo che le tartarughe viaggiassero in stormi.
Sul picco di uno scoglio fluttuano i verdi tentacoli di un'attinia dalla base rossa e carnosa. In quei tentacoli appare e scompare un pomacentride, uno di quei pesciolini arancioni a righe celesti che vivono incolumi all'interno della pianta vivente carnivora. Penso di cinematografarlo e Masino si mette a cavalcioni di un grosso corallo a cervello per riprendere me che sto cinematografando l'attinia.
Dopo mezzo minuto con la coda dell'occhio vedo che interrompe
la ripresa per guardare dietro le mie spalle. Poi si agita, muove le pinne cerca di indicarmi qualcosa.
Spaventato, mi sposto leggermente, sento dietro di me un colpo abbastanza violento seguito da un notevole spostamento d'acqua. Mi giro di scatto col cuore in gola; un piccolo squalo di un metro e mezzo
se la sta dando precipitosamente a gambe.
Tornato a galla con Masino, questi mi descrive la scena: mentre
ero in ginocchio, l'animale, vedendoci immobili aveva cominciato ad avvicinarsi. Masino - sulle prime - si era messo a girare la scena, poi, vedendo che il pescecane si avvicina sempre pi ai miei piedi
dinoccolandosi con aria svogliata, aveva tentato di cacciarlo via agitandosi
e facendo rumore, ma solo il mio brusco movimento, proprio all'istante in cui lo squalo era a pochi centimetri dai miei arti inferiori,
lo aveva messo in fuga!

Capitolo 14.
I colori del mare profondo.

Qui a Shumma, appena al largo e al di l del confine della barriera,
ci troviamo sospesi sopra una visione diversissima da quella delle Dahlak. Diverso il colore, diversa la conformazione delle madrepore,
d'una ricchezza rigogliosa la fioritura dei coralli, completamente
nuova questa specie di piccoli pomacentridi che punteggiano il luogo di macchioline gialle e rosse; un'altra barriera corallina, insomma, una barriera (qui forse sta il segreto della sua bellezza)
che strapiomba nel vuoto, un muro a picco di cui non si scorge la fine: sotto i nostri piedi dieci metri al largo, c' una notevole profondit.
La mattina del nostro quarto giorno d'ancoraggio all'isola, con Giorgio carichiamo gli unici due respiratori ad aria della nostra Spedizione,
i primitivi micro, di limitatissima autonomia; portiamo la pressione delle bombole a 150 atmosfere, il massimo. Ci sentiamo ormai sufficientemente allenati da tanti mesi di immersione e dopo centinaia di foto scattate, da tentare un tuffo piuttosto eccezionale: intendiamo scendere alla base della barriera per scoprirne gli aspetti pi segreti. Con i respiratori ad aria che negli anni successivi alla nostra
Spedizione furono messi in commercio, il nostro tuffo di Shumma sarebbe stata un'impresa di normale amministrazione; con i micro
si tratt di una vera imprudenza.
Alle undici, girate alcune scene del film, ci allontaniamo d'un centinaio di metri dai compagni, seguendo la tortuosa linea di caduta della barriera. Inutile portare con noi la cinepresa perch a quella profondit non v' luce sufficiente e non potremmo nemmeno portarvi
il parco lampade. Abbiamo per la macchina fotografica col flash: i nostri costumi da bagno son rigonfi di lampadine.
Una capriola, a testa bassa a perpendicolo, le pinne che battono l'acqua, l'avventura ha inizio.
Dieci... venti... venticinque...
Avanti ancora, oltrepassiamo un'ampia terrazza dalla quale si
alza un'ondeggiante selva di filiformi e lunghi bastoncelli: sono i
coralli a frusta, una ennesima variet del fondo marino tropicale.
Levo il capo verso la superficie e m'accorgo che il nostro cielo
non si vede pi, non si vede l'ondulato disegno delle onde n altro segno del mondo esterno, ma solo una luminosit diffusa e qualche raggio di luce che si spinge verso il basso, sottilissimo, di una estrema fragilit.
Abbasso di nuovo gli occhi, ed ecco il fondo, sotto di noi, scurissimo.
Ogni colore da un pezzo  scomparso, cancellato dal blu-verde sempre pi cupo, che a poco a poco si diffonde ovunque.
Cinquantatre metri: qui  la base di questa barriera. La discesa, durata circa quattro minuti, ci ha gradatamente abituati allo scomparire
della luce; a ridosso della barriera, il blu diventa nero. Madrepore
ce ne sono, ma piccole e illuminate solo dalla loro corona esterna:
anche alcuni coralli di fuoco offrono lo stesso effetto di luce.
Rari pesci pappagallo incrociano tra le formazioni coralline; qualche
squalo appare e scompare.
Un branco di pappagalli cerulei, con l'occhio chiaro enorme e dilatato, avanza rasente il fondo, coda in aria, becco in basso, lentissimo,
brucando o per meglio dire rosicchiando il fondo. Un carangide, la schiena coronata da una serie di grosse spine, sfreccia rapido davanti a Giorgio.
L'occhio  accecato da un lampo improvviso: il pesce brilla per una frazione di secondo come uno specchio, poi tutto ritorna buio.
Non vedo pi alcun pesce attorno a noi: sono fuggiti spaventati.
Il lampo comunque ha dato inizio al lavoro che ci proponiamo di fare a questa profondit. Siamo arrivati da venti secondi e possiamo rimanere ancora un minuto e mezzo: la pressione  tale, che le bombole
dell'aria si vuotano velocemente. Vogliamo fare qualche foto per controllare se anche qua esistono gli stupendi colori della superficie;
l'oscurit  rotta da una serie di lampi.
Nell'istante in cui son scoccati i flash, intravedo la nera parete che ci sovrasta colorarsi di un'infinit di tinte diverse: gialli e rossi stupendi. Mi giro verso Giorgio, mi fa un cenno con il capo: s, anche lui ha visto.
Le fotografie sviluppate confermeranno le nostre impressioni, Anche quaggi (anzi, pi che alla superficie) la barriera corallina  fantasticamente colorata, addirittura carnevalesca. Rimane da chiedersi
a che cosa servano, alla natura, i colori profusi con tanta dovizia qua dove, per il fortissimo filtro blu dell'acqua, non si vedono: nella
storia del mondo, nel fluire interminabile dei secoli, sono sempre esistiti, ma nessuno li ha mai visti. Sono esistiti solo dall'istante in cui li fotografiamo.
Un altro lato dell'isola (quello sottovento) ci ha incuriositi per quanto appare frastagliato, irregolare.
Come la fiancata di un castello da leggenda, corre lungo questa costa una barriera madreporica anche qui diversa. Meno numerose e meno colorate le formazioni madreporiche; ma l'architettura generale
dal fondo (trenta metri circa) alla superficie  assolutamente nuova, complicata dalla presenza di numerosi crepacci, terrazze, pinnacoli
e torrioni che partono dalla sabbia del fondo.
Mi saettano accanto pesci giallo-oro lunghi un metro, a decine: tra gli occhi hanno un lungo ed appuntito corno. Passano lungo le rocce, disperdendosi fra un colonnato di madrepore che sale dalla barriera. E i pescecani?
Sono ormai talmente abituato a vedermeli intorno che quasi dimenticavo di parlarne: ce ne sono gi cinque o sei, vicini, e molti altri in distanza. I loro corpi lucenti e scuri, anche lontani, si vedono chiarissimi in quest'acqua di diamante.
Una grotta: mi addentro nella sua ombra e avanzo nel buio pi profondo con le braccia tese in avanti per evitare di battere la testa contro qualche ostacolo. Il cunicolo si restringe sempre pi. Bucher, col quale ho concordato una scena, attende che io sia arrivato in fondo per seguirmi; lo potr cos cinematografare. Quando tocco la roccia della parete terminale, mi giro. Davanti a me, lontana una dozzina di metri, si staglia nel nero pi assoluto la serpentina lucente dell'ingresso; una striscia irregolare su un fondo completamente nero, imperforabile, e cos brillante che sembra proprio una pietra preziosa dalla forma assurda, adagiata sul velluto di uno scrigno.
Un'ombra scura si inquadra nella luce;  Bucher. Avanza, scompare
nel buio, ma poich dall'alto scendono raggi di luce sottili e violenti, quando ci passa in mezzo, si staglia luminoso nel nero.
Con l'occhio al mirino, cinematografo la scena, poi lentamente esco, ma ci che ho visto rimane impresso nella mia mente come una delle pi indimenticabili visioni del fondo marino.
Continuo il mio giro lungo la barriera, con la macchina cinematografica;
sono quasi all'altezza del fondo e sorvolo un campo
sterminato di coralli di fuoco. Risalgo un poco, a quota venti, proprio
dove la parete  perpendicolare e dove, essendo ancora il sole obliquo, mi tengo nell'ombra nella speranza che mi si avvicini qualche
squalo per riprenderlo.
Ne sta passando uno, ora, e lo spettacolo  davvero straordinario.
Lo squalo  sul fondo, a venti metri da me e a trenta dalla superficie, e l'acqua  talmente tersa che non solo lo vedo benissimo, ma sulla sabbia del fondo si staglia nettissima la sua ombra che avanza.
Ora marcia dritto come un siluro su Giorgio, alle sue spalle.
L'amico, chino con l'occhio alla Rolleiflex, sta fotografando qualcosa davanti a lui. Il pescecane pare non abbia intenzioni bellicose: marcia
leggermente pi in alto di Giorgio, rallentando via via l'andatura;
sembra pi che altro incuriosito. Sui tre metri e mezzo abbondanti,  molto scuro (un Eulamia mi ha detto poi Baschieri dalla fotografia),
e non  piacevole vederlo marciare verso un uomo immerso. La scena si svolge, al solito, fulminea: improvvisamente la sua ombra copre Giorgio che ha un sussulto e capisce che qualcosa gli sta arrivando
addosso. Spicca letteralmente un balzo in alto, girandosi di scatto, e va a dare una zuccata nella pancia del pescecane.  tale lo spavento del bestione che con un guizzo velocissimo scompare. Uno squalo messo in fuga da una testata di un piccolo, indifeso uomo subacqueo!

Capitolo 15.
I giganti del mare.

Lasciata Shumma alle nostre spalle, abbiamo puntato sempre pi verso l'alto mare, dirigendoci verso l'isola di Gurum Shash, dove viene praticata su vasta scala dagli yemeniti e dai dancali la pesca del pescecane.
Vogliamo vedere e cinematografare gli indigeni al lavoro per studiare
i loro sistemi di pesca e di sfruttamento del pescecane, e fare inoltre delle immersioni nei punti dove si calano le reti dai sambuchi, nella speranza di incontrare altri squali, di specie diverse e di grandi dimensioni; questo, sia per controllare il loro comportamento, sia per tentare di catturarne qualcuno con il fucile subacqueo.
Bucher freme, all'idea, e guarda pensieroso l'orizzonte, dove appaiono i segni premonitori del kamshi, un vento irruente che potrebbe
sconvolgere i nostri piani, un vento che scende dall'Egitto, portando con s nuvole di sabbia del deserto ed avanza verso il sud, alzando contro il cielo una parete grigiastra sempre pi alta, che a un certo punto copre il sole, facendone un pallido disco opaco.
Il kamski, dopo esser salito sino allo zenith, ci piomba addosso, violento e veloce. Vediamo il mare mutar colore, frangersi alla cima delle onde e contorcersi come se fosse percosso da mille implacabili fruste.
Il Formica comincia a ballare; per fortuna il vento  in poppa, e ci aiuta a compiere pi in fretta le ultime decine di miglia che ci separano dall'isola degli Squali.
Verso sera, varie decine di imbarcazioni escono dall'isola e vanno a calare le reti, fermandole alle estremit con due otri di pelle di capra, gonfiati di aria; in poche ore il mare  punteggiato di una distesa di animali dalla pelle tesa e dalle quattro zampe all'ins che galleggiano per tutta la notte, come sterminati da un'improvvisa pestilenza.
All'alba yemeniti e dancali salpano le reti nelle cui maglie sono
andati ad impigliarsi squali di ogni dimensione, quasi sempre morti.
Lo squalo issato a bordo viene tagliato con un affilato coltello, e mani abili estraggono il fegato, scopo principale della pesca. Una enorme quantit di fegati di pescecani sono stipati nell'interno di barilotti
che, chiusi ermeticamente, vengono inviati a Massaua e di l inoltrati a istituti di prodotti medicinali che li usano come materia prima per l'estrazione di un concentrato di vitamina A. Le altre parti dello squalo sono gettate sulla sabbia con un po' di sale, a seccare.
Curiosi ed interessati ci aggiriamo in mezzo ai pezzi di questa singolare esposizione. La spiaggia  cosparsa di pinne (ridotte in polvere forniscono un eccitante molto richiesto nei paesi orientali)
e di enormi teste: quelle lunghe dello squalo azzurro, la testa massiccia
dello squalo tigre, la testa orribile del pesce martello e infine quella straordinaria del pesce sega. La sega, lunga un terzo del corpo, non serve, come si potrebbe credere, da arma di difesa ed offesa, ma da scavatrice: il pesce sega si nutre degli animaletti e dei piccoli pesci che vivono nella melma e nelle alghe del fondo, e la sega fa da leva per sollevare zolle e piante, in modo che il desiderato
cibo vada a finire nella bocca del grosso pesce.
In questo mare lo avremmo forse potuto vedere sott'acqua se il kamshi non ci avesse giocato un brutto tiro. Continuando a soffiare
impetuoso ha intorbidito le acque in maniera da rendere impossibile ogni fruttifera immersione.
Un'attesa di ventiquatt'ore  vana: le condizioni del mare, per quanto il vento sia caduto, permangono, dal nostro punto di vista, negative. Ma anche se non possiamo visitare questi fondali subacquei la nostra puntata non  stata inutile.
Schiere e schiere di gabbiani volteggiano sopra il mare e si spostano
con grande velocit da destra a sinistra.
- Seguiranno le sardine.
- Sardine?
- Quando mai le sardine hanno una pinna alta tre metri?
- Ma quale pinna?
- Come, quale pinna? Non l'hai vista venir fuori, laggi?
Vailati s'alza di scatto: perbacco, se quella  una pinna deve trattarsi di pesci enormi. Che siano i capodogli, i famosi capodogli del Mar Rosso?  da quando siamo qui che tutti ce ne parlano.
Idris, il nacuda, ci ha anche raccontato di un capodoglio rimasto in secca per la bassa marea; era cos enorme che per sezionarlo ci vollero giorni e giorni, e col solo fegato si empirono cinquecento capaci fusti. Dalle vertebre fu possibile ricavare sgabelli in osso, molto originali.
Non c' da perdere un solo minuto. Il lungo viaggio sino a Gurum Shash sar stato pi che fruttuoso se avremo la possibilit di conoscere da vicino uno tra i pi grandi abitanti del Sesto Continente.
Partiamo con due barche a motore. Ci guidano stormi di gabbiani
e altri uccelli marini volteggianti a centinaia sul punto dove il capodoglio  apparso ed  scomparso in un baleno; seguono la sua ombra che si inabissa, e in quel momento si posano sul mare, punteggiando
la superficie con miriadi di macchie bianche, galleggianti.
Dopo una lunga corsa siamo tra loro, guardando con attenzione il mare intorno a noi. Non sappiamo dove il bestione torner ad emergere, n sappiamo come fanno i gabbiani ad intuirlo.
Il motore  in folle, gli occhi scrutano attentamente l'orizzonte.
Di colpo il silenzio si riempie del clamore degli uccelli marini che si son levati di scatto e volano velocissimi battendo le appuntite ali sul pelo delle onde, con il collo teso verso un punto che loro soli conoscono.
Via anche noi sulla loro scia. A un centinaio di metri vediamo l'acqua gonfiarsi, spumeggiare, e finalmente una schiena lucida e perfettamente
nera emerge di mezzo metro e corre veloce per parecchi secondi. Infine fuoriesce parzialmente un pezzo di pinna, dritta come una spada, e anch'essa nera. Ho detto parzialmente: ma si tratta di almeno un paio di metri!
I due cilindri del motorino fanno l'impossibile per portare la barca nei punti dove emerge il cetaceo.
Ci rendiamo conto, adesso, come mai i gabbiani si alzino dove il capodoglio emerger: ci sono branchi estesissimi di tonnetti (a striature azzurre, di una cinquantina di centimetri di lunghezza, con occhi enormi) che fuggono come fulmini a centinaia, terrorizzati.
Il capodoglio, spinto da fame insaziabile,  alle loro spalle e ne inghiotte
decine ogni qualvlta la coda del branco rimane alla sua portata.
Nell'istante in cui  loro addosso, i tonnetti cercano di fuggire puntando verso la superficie. Allora i gabbiani si alzano in volo perch
odono la crepitante eco prodotta da quella massa tumultuosa che va a urtare contro la superficie del mare. I gabbiani si
precipitano sui tonnetti, che, terrorizzati dal pericolo che li minaccia alle spalle, non pensano al pericolo che viene dal cielo e, cercando di sottrarsi al primo, balzano con un guizzo spettacoloso fuori delle onde, per andare a finire nel becco dei gabbiani e negli artigli dei falchi di mare.
Continuiamo ad avvicinarci.  chiaro che non si tratta di un animale isolato ma di pi capodogli, di dimensioni varie; noi ci troviamo
pi o meno al centro di un'ellissi che essi percorrono dopo aver stretto al centro il branco di tonnetti.
Con Masino riusciamo a portarci in tempo molto vicino ad un punto di emersione. Il capodoglio esce sul fianco, mostrando il ventre: ecco la testa, quadrata e tozza, sotto la quale si apre una slabbrata e lunghissima bocca e subito dietro il ventre bianchiccio a righe nere che verso la fine si fa rossastro.
Il bestione immergendosi diventa una cupa ombra sotto le onde; Masino manovra il motore in modo che la barca vada a tagliargli
la strada alla prossima uscita. Potremo cos averlo a pochissima distanza.
- Avanti, avanti, metti al massimo...
-  gi al massimo, ma da che parte  andato?
- Punta a destra, punta a destra.
Giorgio  in piedi, a prua;  lui a guidarci.
-  l, guarda, pi avanti... ci siamo!
- No,  a sinistra, controluce!
- Gira, gli siamo vicinissimi!
- Eccolo!
Un oooh! generale esce dalle nostre bocche nel veder saltar fuori, proprio davanti alla prua della nostra fragile barchetta, l'immenso
testone dell'animale, fra centinaia di gabbiani.
Lo volevamo vicino, ma non sino a questo punto!
Giorgio s'aggrappa con ambedue le mani ai bordi della barca, inginocchiandosi sul fondo, come dovesse sostenere uno scontro;
Masino, sebbene anche lui spaventato, manovra con calma il fuoribordo
facendogli compiere un'ampia curva che evita la collisione.
Un po' meno controllo da parte sua e non so davvero come ce la saremmo cavata!
Non desistiamo dall'inseguimento e vediamo che molti gabbiani, anzich gettarsi sui tonnetti, restano in attesa dello zampillo enorme
di acqua e d'aria che i cetacei, dall'opercolo al centro della testa, lanciano per parecchi metri verso il cielo: evidentemente quello spruzzo
contiene residui frantumati degli smisurati bocconi inghiottiti dal capodoglio.
Pi di due ore dura la gimcana tra due barche, molti capodogli
e migliaia di gabbiani. All'improvviso notiamo che il sole da cocente
e sferzante qual'era, s' anemizzato, quasi non si sente. Una lieve brezza increspa la cresta delle onde. Giriamo la testa al nord e guardiamo:
ancora una volta il gigantesco velario del kamshi s' levato sull'orizzonte. Fra pochi istanti piomber sul mare.
Non c' un minuto da perdere. Lasciamo al loro destino i capodogli,
i tonnetti, i gabbiani, torniamo di corsa verso il Formica che lancia colpi di sirena per avvisarci dell'imminente pericolo. La gara tra noi e il kamshi si risolve a nostro favore: le barche non sono ancora del tutto issate sui paranchi a bordo, che gi le prime raffiche sferzano con violenza.
Levate le ancore, andiamo a ridosso di un'isola.
A bordo, i nostri eccitati discorsi sono un miscuglio di entusiasmo
per l'inaspettato ed importante incontro avvenuto e di rammarico
perch il kamshi dopo averci impedito l'immersione tra gli squali, non ci ha permesso nemmeno di osservare e fotografare i grandi cetacei pi a lungo e sott'acqua.
Non immaginavamo che il mare, per dissipare in noi ogni amarezza,
ci stava preparando un incontro subacqueo con altri cetacei!
Accadde due giorni dopo. Approfittando d'un miglioramento del tempo, ci immergiamo sulla barriera madreporica esterna di
Gurum Shas.
Quattr'ore, in quelle acque, trascorrono tranquillamente, pescando
e cinematografando.
Improvvisamente avvertiamo in immersione un fenomeno assai bizzarro: strani stridii, la cui origine  assolutamente inesplicabile sott'acqua,
ci obbligano ogni tanto a interrompere i lavori e la caccia, per rimanere qualche istante in ascolto, interdetti e preoccupati.
Ciascuno per proprio conto si prospetta le ipotesi pi strane:
qualcuno suppone che si tratti della bombola del respiratore di un amico in perdita, altri teme di essersi fatta una piccola lesione al timpano.
Cinque o sei ore dopo, alle quattro e mezzo del pomeriggio, stanchi, affamati e abbrustoliti come ad ogni ritorno a bordo dopo lunghe ore di lavoro, ci precipitiamo chi sotto la doccia, chi a bere, chi a mettere a posto il materiale, chi in cucina a pungolare il cuoco perch ci dia la colazione. L'equipaggio, a prua, sta tirando su le ancore. Iniziata la navigazione, lasciando Gurum Shas alle spalle, puntiamo
verso Massaua.
Mezz'ora dopo, dalla plancia, uno dei marinai di vedetta urla:
- Ci sono centinaia di grandi delfni, venite a vedere! Correte!
Ci precipitiamo alle murate. Il Formica  letteralmente circondato
da uno sterminato branco di cetacei che saltano e sfrecciano in ogni senso intorno a noi.
Ma non sono dei delfini. Il muso non finisce a becco, il colore non  verdastro, e soprattutto ciascuno di questi bestioni  grande quattro volte un delfino. La testa  enorme, tonda, solo un poco smussata
agli angoli. Non sono delfini. Sono globicefali.
I globicefali sono cetacei della medesima famiglia dei capodogli, delle balene e dei delfini. Come tutti i cetacei, anch'essi vivono a branchi di parecchie decine di unit, ed  uno di questi branchi a circondare il Formica. I globicefali saltano e si spostano, infaticabili, intorno alla nostra nave.
Il tonfo sordo delle emersioni, seguito dal possente soffio del respiro ci avverte della loro presenza mentre in tre ci prepariamo velocissimi a un emozionante tuffo. I marinai dell'equipaggio sono esterrefatti e ci guardano come se non dovessimo pi vederci. Il capitano
tenta di dissuaderci, ma siamo cos intenti a caricare la macchina fotografica che nemmeno lo ascoltiamo. Anche le parole di Benedetto cadono nel vuoto.
- Ci siete? - urla Vailati gi pronto a buttarsi.
- Ancora un secondo - implora Giorgio facendo girare la chiave inglese per chiudere l'ultima vite della custodia fotografica subacquea con tale velocit da sembrare un giocoliere.
- Un secondo, eccoci.
Bruno Vailati, Giorgio ed io stiamo per saltare in acqua.
Baschieri scende a balzi dalla plancia e ci grida:
- Entrate proprio?
- S, subito.
- Allora vengo anch'io.
Baschieri sparisce in cabina a prendere maschera e pinne. Inutile
pensare ad armi da difesa, sarebbe addirittura comico brandire
un fucile o un coltello contro avversari di quella potenza; tanto vale, quindi, esser liberi da ogni impaccio.
Con un tonfo siamo in mare che sotto di noi misura parecchie centinaia di metri di fondo, e poich non ci sono coste n di lato n davanti n dietro le nostre spalle, ci troviamo sospesi in un mondo che sfuma da un blu cupo ad un nero impenetrabile. Blu cupo intorno, nero sotto. Il sole sta calando; penetra sott'acqua con i suoi raggi giallastri in un vano tentativo di illuminare l'oscurit dell'abisso. I
raggi muoiono dopo pochi metri di immersione.
L'acqua  percorsa da suoni, ora molto pi forti. Stridii che corrono da un punto all'altro del mare, rimbalzano, s'intrecciano acuti lontani e vicini: ci lasciano storditi abituati come siamo al silenzio della profondit marina.
Sono gli stessi suoni che, in lontananza, udivamo oggi. Ne individuiamo
la fonte dopo qualche tempo, cercando di capire da che cosa provengano le bollicine d'aria che in numerose argentee fila, esili e luccicanti, salgono dal fondo.
Venti, venticinque metri pi in basso dalle nostre pinne stanno con estrema lentezza risalendo delle ombre scure serrate, di una grandezza spropositata, immobili all'aspetto, che ogni minuto ingigantiscono.
Sono globicefali.
Ci tuffiamo pinneggiando veloci. Ciascuno riesce ad avvicinarne uno, anche due, a pochi metri; un affusolato e immenso corpo, molto tozzo nella parte anteriore, semisferico, e posteriormente munito
di una lunga e larga coda disposta, come in tutti i cetacei, orizzontalmente.
Una strana spatola che batte in su e in gi l'acqua, obbligando il corpo a seguire quel movimento ondulatorio, bizzarramente.
Questa coda con la sua ampiezza permette ai globicefali di muoversi
ad una velocit incredibile in rapporto alla loro mole. Come ho detto, ciascuno di noi punta verso un cetaceo e riesce ad avvicinarlo.
Nuotiamo con cautela: l'animale ci sovrasta con il suo enorme corpo, pi grosso al centro per la presenza dei polmoni
riempiti al massimo per assicurarsi una pi che notevole
autonomia sott'acqua. Che i polmoni si trovino al centro non
deve meravigliare: cos grandi e leggeri, se si trovassero,
come negli altri mammiferi, anteriormente, tutto l'equilibrio del corpo ne risulterebbe turbato.
Ecco un globicefalo di rispettabili dimensioni a una decina di metri. Lo avvicino e mi accorgo che lo seguono altri due di misura minore,
quattro o cinque metri al massimo. Sono i piccoli. I globicefali, non si distaccano dalla madre che molto tempo dopo la nascita. Adesso
la stanno seguendo, tranquilli, tenendosi un po' sotto: a pensarci la loro  una situazione assai diversa da quella dei piccoli di tutti gli altri pesci, che appena usciti dall'uovo si trovano soli e cominciano
dal primo minuto di vita la dura lotta per l'esistenza.
Altri globicefali ci passano accanto e a un tratto, girandosi, ci vedono. Non appena s'accorgono che siamo alle loro spalle, hanno un brusco movimento. Sento la massa dell'acqua muoversi, succhiarci e trascinato in una specie di turbine, mi sento tirare qualche metro
pi in basso. I globicefali hanno dato una tremenda sgroppata e l'acqua spostata ci ha investito!
Alzando la testa sbirciamo la superficie increspata del mare, una quindicina di metri sopra di noi, e risaliamo a gran velocit, mentre
gli stridii sfumano e si dissolvono via via che i globicefali si allontanano. Mentre nuoto, alcune riflessioni s'affacciano con prepotenza
alla mia mente; penso - per esempio - che, correndo dietro un branco di oche, o stando sotto un volo di rondini, o vicino ad un alveare, o fermandosi ad ascoltare le rane in uno stagno, possiamo
udire oche, rondini, api e rane levare al cielo, nel loro linguaggio,
suoni d'ogni tipo, e cos oggi c' accaduto con un branco di pesci.
Che anche i pesci parlino era risaputo, ma il loro  un linguaggio ultrasonico
non percepibile dall'orecchio umano. Come esistono radiazioni
luminose ultraviolette e infrarosse che noi non vediamo, cos accade anche per determinati sapori, odori e rumori. Gli ultrasuoni sebbene non udibili da noi, sono registrabili; immersi in acquari sperimentali
dei microfoni speciali, il filo magnetico ha udito il linguaggio
dei pesci, e con opportuni accorgimenti tecnici lo ha trasmesso
all'uomo.
Ma ancora non era accaduto che direttamente si fosse udito (.e noi siamo stati i primi uomini ad ascoltare il linguaggio degli abitatori
del mare). Di nuovo a galla, ci avviciniamo gli uni agli
altri, gridandoci le reciproche impressioni come fossimo gi
sulla plancia del Formica.
- Eccoli.
- Tornano.
- Tornano, tornano!
Le grida dei compagni rimasti a bordo ci fanno ritornare alla realt.
Avanzano verso di noi otto globicefali perfettamente in riga, saltando simultaneamente fuori dell'acqua ogni cinquanta metri; un balzo che fa emergere gocciolante, arcuato, il corpo dell'animale dalla cui parte centrale un'imponente zampillo di acqua sale verso il cielo.
Poi tutti ed otto simultaneamente, con un tonfo sordo, tornano sotto: otto code palpitano un istante, poi anch'esse scompaiono. E dopo pochi secondi la scena si ripete.
I corpi fusiformi avanzano verso di noi e non perdono il perfetto
affiancamento. Quando ci sono vicini, anche noi ci tuffiamo, scendiamo il pi a fondo possibile, e di li guardiamo verso la superficie.
Li vediamo giungere, come piovessero dal cielo: forano l'acqua,
dopo il salto, con i grossi testoni, proseguono quasi verticalmente
verso il basso, a breve distanza da noi. Sicuramente ci hanno visti.
La scena  l'inverso della precedente: a mano a mano che si avvicinano, gli stridii aumentano progressivamente; ora che gli otto cetacei sono vicini li sentiamo forti al punto da spezzare i timpani.
In pochi istanti sono scesi profondissimi. Quando sembra debbano
essere inghiottiti dall'oscurit del fondale, ora aumentata, arrestano
la discesa, e lentamente ruotando su se stessi, si girano di fianco.
Ci puntano addosso i loro enormi occhi biancastri, curiosi. Poi definitivamente scompaiono.
L'incontro, il pi emozionante - forse - di tutta la nostra Spedizione,  terminato.
Quando risaliamo a bordo del Formica il sole  gi scomparso oltre la linea dell'orizzonte, e il mare - tutt'attorno a noi -  completamente
deserto,  tornato silenzioso come sempre.

Capitolo 16.
Osservazioni sugli squali.

Navighiamo verso Massaua; rientriamo alla nostra base, da dove poi muoveremo per tornare in Italia con un giorno e una notte di navigazione:
il mio turno di guardia sulla plancia del Formica capita questa
volta da mezzanotte alle quattro...
- Che ora ? - mi chiede Gigi, improvvisamente apparsomi al fianco.
- Quasi le tre.
- Ancora un'ora!
Gigi sta facendo il turno alla macchina ed  venuto in plancia: anche lui lotta contro il sonno.
Chiacchieriamo per ingannare il tempo, mentre borbottando il Formica lascia dietro di s una lunga scia d'argento, una striscia di mare fosforescente che l'elica accende sotto le onde.
- Siamo ormai alla fine della Spedizione, caro Gigi!
- Contento del lavoro?
- Contentissimo, e voi?
- Abbiamo fatto stasera con Baschieri una prima cernita del materiale raccolto, abbiamo messo insieme alcune cifre, tirata qualche
somma...
- Ebbene?
Gigi mi fa un quadro sintetico dei risultati; un quadro molto approssimativo perch, mi spiega, per l'analisi e lo studio dei materiali
nelle casse occorreranno due anni, e il lavoro di molti specialisti,
non solo italiani.
A questo risultato di raccolta va aggiunto quello, pi importante,
rappresentato dalla somma delle osservazioni dirette sulla vita degli animali marini, dai pi noti ai meno noti, dai pi piccoli ai pi giganteschi, compiute nel corso delle immersioni.
Nella stiva ci sono ben quarantuno casse stipate di materiale.
Circa 300 specie diverse le une dalle altre di pesci in formalina (con sicuramente una buona percentuale di specie e
variet poco conosciute) occupano la parte maggiore delle casse; altrettante specie di molluschi,
35 specie di celenterati (madrepore e coralli), 15 di poliferi, decine di specie di tunicati, di vermi, anellidi, crostacei, e una vasta gamma di materiale planctonico raccolto in diverse localit, in diverse ore e a varie profondit, riempiono le rimanenti.
Il tutto rappresenta il frutto delle fatiche e dei rischi di Cecco Baschieri, Gigi Stuart, Gianni Roghi e Priscilla Hasting.
Noi (Giorgio, Roghi, Masino, Manunza ed io, con la preziosissima
collaborazione di Vailati) abbiamo cinematografato tutto ci che era cinematografabile, tutto ci che mi  sembrato interessante e presumibilmente utile per la realizzazione di un vero e proprio film sulla Spedizione, impressionando settantamila metri di pellicola a colori, con le immagini di emozionanti episodi di una storia vera.
Ne risulter un film che alla Spedizione servir per divulgarne i lavori ed i risultati, che contribuir (forse pi d'ogni altra fatica di questi mesi) a diffondere il concetto del Sesto Continente.
Insieme al film trover la sua utilizzazione per lo stesso scopo la serie vastissima di fotografie scattate durante questi mesi. Il consuntivo
 questo: Giorgio Ravelli ed io abbiamo fatto circa cinquecento
foto a colori e duemila in bianco e nero; e, oltre a noi, Bucher, Roghi, Stuart e Priscilla hanno svolto una notevole attivit fotografica,
sicch sono circa quattromila, in totale, le foto di documentazione
dei lavori della Spedizione.
Raccolte scientifiche e fotografie a parte,  certo per che il nostro risultato principale  nella raccolta di esperienze sugli squali, che in questi mesi abbiamo potuto riunire: osservazioni, studio diretto volontario, paure involontarie, prove e provocazioni, esperienze con esemplari diversi, e in zone differenti, sottocosta e in alto mare.
A questo punto, e proprio dopo quest'ultima parte della Spedizione
nelle isole del mare aperto, ci sentiamo di stendere un primo
rapporto sul comportamento degli squali nei confronti dell'uomo immerso(1).
Per parlare di pescecani, ed essere subito chiari, noi della Spedizione
di Sesto Continente ci riferiamo molte volte ad un episodio
tragico e spaventoso accaduto proprio nelle acque di un luogo, ove noi abbiamo compiuto numerose immersioni.
Sulle scogliere della secca Mugiunia, al largo delle coste dell'Eritrea,
un sambuco, carico di pellegrini diretti alla Mecca, fini una notte rovesciato. Una massa urlante di persone cadde in mare. Qualcuno
riusc a tenersi a galla aggrappato a tavole, altri cercarono di mettersi in salvo raggiungendo scogli emergenti. All'improvviso l'acqua
blu cupo sembr agitarsi per un interno ribollo e, subito, urla spaventose salirono al cielo.
Gli squali!
Pochi istanti di terrore, poi il mare torn silenzioso. Una enorme
chiazza s'allarg sull'acqua; i superstiti ne avvertirono la natura, pur senza vederla data l'oscurit: era sangue. I pescecani, compiuta la carneficina, veloci e tremendi, erano scomparsi.
Di quarantasette persone imbarcate su quel sambuco, quaranta erano morte: ne diedero notizia i giornali sudanesi ed eritrei qualche giorno dopo.
Chiudete un istante gli occhi, passate dalla notte al giorno. Siamo
nello stesso punto del Mar Rosso. Intorno agli scogli ci sono alcune barche e, guardando attentamente, riconoscerete gli esploratori
subacquei della nostra Spedizione. Dopo qualche istante eccoli in acqua. Hanno il respiratore e scendono sul fondo; numerosi squali saettano attorno a loro. Tutti gli uomini immersi compiono il loro lavoro subacqueo, e ognuno  circondato da squali, ma nessuno  ferito da un solo graffio; eccezionalmente, qualche piccolo spavento nel sentirsi arrivare alle spalle un pescecane curioso.
Niente di pi. Eppure sono immersi nel medesimo punto dove quaranta corpi umani furono fulmineamente sbranati da un gruppo di pescecani!
Cercando di comprendere i motivi del diverso trattamento riservato
dai pescecani ai naufraghi e agli esploratori subacquei, cercheremo
di spiegare a quali prime conclusioni siamo giunti sul problema
dell'aggressivit degli squali del Mar Rosso. Naturalmente in questo ultimo decennio, con l'enorme sviluppo delle ricerche sottomarine,
molte altre interessanti e nuove esperienze si sono aggiunte alle nostre prime; ma - come ho appena scritto - mi sembra che gli studi della nostra Spedizione restino ancora ben validi come base per una prima, generale analisi del problema squali.
All'inizio della storia dell'esperienza diretta nel fondo del mare, ogni qualvolta gli esploratori subacquei hanno voluto studiare il
problema degli squali si sono trovati perplessi nel paragonare dati di fatto incontrovertibili, ma cos diversi gli uni dagli altri, da sembrare fatti apposta per non permettere di trarne sicure conclusioni.
Gli squali sono antropofaghi?. Assalgono o no l'uomo?.
Gli squali sono assolutamente innocui?. Questi gli interrogativi.
E le risposte sono sempre state le pi diverse: No, lo squalo non assale.  un vigliacco, fugge. Attacca! attacca! un uomo pi di un subacqueo.  sempre, e comunque, pericoloso.
 merito delle Spedizioni subacquee, dalla nostra a tutte le altre succedutesi poi in altri mari, oltrech nel Mar Rosso, se oggi  possibile
dare una risposta abbastanza sicura a quelle domande.
Innanzi tutto occorre distinguere: l'uomo che affoga non  l'uomo che nuota, e l'uomo che va a spasso sott'acqua non  un
bagnante.
 sempre sorprendente notare - sott'acqua - il fatto che il pescecane passa tranquillo e innocuo in mezzo a nuvole di pesci che egli potrebbe facilmente addentare; gli esploratori subacquei lo hanno
visto mille volte in mezzo a branchi di sauri (il suo boccone preferito)
pacifico come un agnellino; ma non appena uno di questi pesci era ferito, lo squalo diventava immediatamente aggressivo.
L'uomo subacqueo , per il pescecane, un pesce vivo, anzi , forse, qualcosa di peggio: un essere dalla forma e dal comportamento assai diverso da quelli che  solito incontrare e quindi si guarda bene dall'attaccarlo. L'uomo che nuota alla superficie , invece qualcosa
di completamente diverso. Abituato a nutrirsi di carogne di ogni tipo, il pescecane sa che quella specie di sacco galleggiante costituito dal corpo di un annegato  un ottimo boccone e che addentarlo
non comporta rischi; gli gironzola vicino a lungo e infine lo azzanna. Se poi il corpo che galleggia non  affatto morto, ma  quello di un uomo che nuota, la cosa non cambia. L'uomo alla superficie senza la maschera non vede il pescecane: quando questo gli fa le prime puntate contro, egli non se ne accorge e non reagisce, sicch dopo un po' lo squalo si sente autorizzato ad addentargli una gamba(2).
Qui in Mar Rosso, durante tutti i mesi della Spedizione, abbiamo
notato che ogni tentativo di attacco di pescecane  sempre preceduto
da lunghi e perplessi giri del bestione. Basta un tuffo o comunque
qualche gesto violento al suo indirizzo perch l'aggressore sparisca come un fulmine.
L'esperienza insegna, a conclusione di tanti incontri sottomarini con i re del mare, che bisogna tenersi lontani sia dal mito sugli squali ferocemente antropofaghi, sia dalla faciloneria di certi libri di avventure subacquee che liquidano l'argomento in poche parole.
Non consiglierei a nessuno di fare una nuotatina nel Mar Rosso, senza maschera, attraverso i seicento metri del canale della Grande Dahlak, e porterei invece con me qualunque persona munita di autorespiratore
anche in un fondale dove stanno saettando venti o trenta squali dai due ai quattro metri.
Gli squali, hanno due tare principali: scarsa intelligenza e una incredibile vilt. Lo scarso sviluppo intellettivo  dovuto alla loro natura stessa di animali di confezione preistorica; appartengono
alla famiglia dei selacei, come le razze, famiglia che risale nientemeno
che al periodo miocenico. Sono animali senza scheletro, privi quindi di colonna vertebrale e il cui cervello, piccolissimo,  alloggiato
in un cranio fatto (come tutti gli ossi degli squali) di semplice
cartilagine.
Di qui la loro vilt: evidentemente son tanto stupidi da non rendersi
conto della propria forza, n delle reazioni psicologiche degli esseri che vivono loro accanto: non si rendono conto che nessuno potrebbe loro resistere. Se e quando attaccano non  per coraggio o astuzia:  solo la loro fame insaziabile che, come una molla, li decide ad agire.
Ci premesso si pu scendere a ulteriori ragguagli, sempre importanti:
esiste una sostanziale differenza tra gli squali costieri e gli squali d'alto mare. I primi sono quasi sempre innocui per l'esploratore
subacqueo, i secondi possono essere pericolosi. Molti subacquei
hanno fatto questa esperienza a loro spese; io stesso ho vissuto
avventure notevolmente pericolose con squali d'alto mare sia in Pacifico - qualche anno dopo la Spedizione di Sesto Continente
- sia nel Mar Rosso stesso, davanti a Marsa Halaib, nella seconda parte della nostra impresa.
Ma cosa mangiano in effetti gli squali? Ad eccezione dei due pi grossi squali viventi, lo squalobalena e lo squalo pellegrino,
che si nutrono di organismi planctonici e che hanno denti piccolissimi, tutte le altre specie sono carnivore e la loro fame insaziabile:
qualsiasi oggetto che possa loro apparire commestibile  inghiottito dalle loro fauci.  pertanto da escludere che si verifichi tra essi la particolare selezione di mangiatori di uomini, come invece  stato accertato avvenga tra i felini terrestri (tigri, leoni e leopardi), soprattutto perch il materiale umano disponibile in mare per i denti di questi predoni  decisamente scarso, mentre i felini suddetti trovano, negli indifesi villaggi indigeni, sufficiente materiale per soddisfare i loro gusti antropofaghi. Si pu aggiungere, che nessun
cibo riesce indigesto e disdicevole all'appettito di questi affamati vagabondi del mare, dai rifiuti di cucina dei piroscafi e dei velieri alle carni di qualsiasi uccello, pesce o mammifero che si trovi alla sua portata, comprese le carni dei suoi simili, tanto che il cannibalismo  pratica costante presso gli squali. Del resto il tipo di dentatura rappresenta
l'indice pi sicuro per determinare il genere di nutrizione dominante, e infatti una conferma  facile rilevarla osservando le mascelle
di due particolarissimi squali, il pesce-sega ed il pesce chitarra. Queste due specie non posseggono denti nelle loro mascelle,
ma delle placche ossee lisce, sistemate a mosaico, capaci di triturare corpi anche molto duri, ma assolutamente inadatte a tagliare
e strappare il pi morbido frammento di carne. Il loro nutrimento  di conseguenza limitato a quegli organismi che essi trovano frugando
nel fango, e cio invertebrati marini, crostacei e molluschi, i cui gusci calcarei vengono frantumati dalla morsa formata dalle mascelle munite di questi mosaici di denti appiattiti.
Baschieri, durante una delle interminabili sere passate sul Formica
ci narr una famosa storia, avvenuta nel secolo XVII nel Mar dei Caraibi, teatro delle gesta dei filibustieri, bucanieri e corsari. 
una delle pi incredibili prove della voracit degli squali e ne furono protagonisti una nave corsara americana in fuga e una nave da guerra
britannica quale inseguitrice.
Catturati i corsari e portati al tribunale di Port Jackson nella Cirenaica, stavano per essere rilasciati non essendo stato possibile trovare nessuna prova materiale della loro attivit, avendo, prudentemente,
il capitano corsaro, gettato in mare tutte le carte di bordo prima di essere raggiunto e abbordato. Senonch, con enorme stupore dei pirati, che credevano i documenti ben sepolti in fondo al mare,
il capitano di un'altra nave inglese, entrata in porto poco prima che i corsari fossero rilasciati, esib al giudice, in perfette condizioni, tutte le carte di bordo, dichiarando di averle recuperate, intatte, nello stomaco
di un pescecane catturato dai suoi marinai al largo dell'isola di Haiti. Le carte miracolosamente ritrovate, servirono dapprima a far condannare tutto l'equipaggio dei corsari, e poi, come oggetto di curiosit, vennero esposte all'istituto della Giamaica in Kingston, sono ancora l col nome di Carte dello squalo.
Lasciando i Caraibi e tornando agli squali del Mar Rosso, bisogna
sottolineare un'altra nostra precisa esperienza, poi confermata da altre spedizioni in quel mare - e in altri - negli anni successivi.
Lo squalo  cacciatore soprattutto notturno: la sua vilt (che lo porta ad assalire altri esseri solo quando li trova in condizioni di netta inferiorit), costituisce la riprova che il pescecane si mette in caccia durante la notte perch sa di poter attaccare senza essere visto e quindi con grande vantaggio. I suoi occhi giallastri, fosforescenti, gli consentono di vedere anche nel buio, come il gatto.
 quindi certo che di notte e in alto mare, il discorso sulla superiorit
subacquea dell'uomo immerso cambia completamente, e cambia a favore degli squali.  questo il momento e il luogo dove il pescecane, per la presenza di esemplari pelagici di grosse dimensioni,
pu effettivamente considerarsi il re del mare e il piccolo uomo anfibio deve cedere di fronte al suo incontrastabile potere.
Oltre a questo studio ed a queste prime conclusioni sulla pericolosit
degli squali,  stato possibile compiere, nella nostra prima esplorazione sottomarina del Mar Rosso, altre osservazioni relative ai loro pesci parassiti; parlo dei pesci-pilota(3) e delle remore(4)
che, in cambio degli avanzi del pasto del loro signore, eseguono perfette
operazioni di pulizia e addirittura, come si credeva, funzioni di guida.
Il pesce-pilota (un pesciolino a righe gialle e nere), deve il suo nome al fatto che lo si vede sempre qualche centimetro avanti al naso dei pescecani. Essendo ritenuti, questi, fortemente miopi si pensava affidassero ai pesciolini che li precedevano la funzione di guidarli: ma quando si  assodato che la vista dello squalo non  inferiore
a quella degli altri pesci, nessuno ha pi insistito sulla teoria del
pesce-pilota come tale, ma il nome  rimasto.  molto probabile che il pesciolino a righe gialle e nere se ne stia davanti al muso dello squalo, solo perch l pu seguire senza fatica il suo grosso padrone.
Senza fatica perch in quella posizione e date le sue piccole dimensioni, viene spinto dalla massa d'acqua spostata dal bestione,
in quel punto compressa in una specie di cuscinetto liquido.
Oltre ai pesci-pilota (in genere tre pescecani su cinque ce l'hanno) gli squali hanno un altro parassita: la remora, pesce assai pi lungo del pilota, che segue il pescecane avvinghiandosi al suo ventre o ad una pinna mediante una specie di ventosa che ha sulla testa.
Come i pesci-pilota, le remore seguono i pescecani, loro padroni, ovunque. E quando c' accaduto di catturare esemplari di squali dopo momenti altamente drammatici, ne abbiamo vissuti altri, patetici: portate le nostre prede fuor d'acqua, rimanevano, soli, sott'acqua, i suoi parassiti, le remore e i piloti, che vagavano tra le onde e sul fondo all'impazzata, alla ricerca di un nuovo grosso pesce a cui prestare i loro servigi e chiedere in cambio qualche briciola
di pasto. E poich qualche volta noi stessi s'era scambiati dai pesci per altri pesci, ci  anche accaduto che remore e pesci-
pilota, vedove e orfani inconsolabili di squali da noi uccisi e catturati,
abbiano scelto qualcuno di noi come nuovo padrone.
E fra le tante avventure vissute nei nostri lunghi mesi in Mar Rosso, quelle furono certamente le pi curiose.

Note.
1. Debbo aggiungere - scrivendo queste righe a quindici anni di distanza -
che quelle nostre prime esperienze e prime impressioni furono raramente smentite, e invece sovente confermate da chi prosegu e approfond i nostri primi studi diretti.
2. Solo in un caso gli squali sono pericolosi anche per un uomo immerso: quando il sub ha arpionato una preda e cerca di portarla in superficie il sangue e le vibrazioni di un pesce ferito possono eccitare uno squalo al punto di spingerlo a un attacco per tentar di strappare il boccone dibattentesi sulla punta dell'arpione.
In quel caso la bestia morde a casaccio e la situazione pu diventare pericolosa al massimo per il sub.
L'incidente che nel 1962 cost la vita a Maurizio Sarra - uno dei pi noti ed esperti sommozzatori italiani - fu causato da un motivo come questo.
3. Naucrates doctor.
4. Echeneis naucrates.

Capitolo 17.
Bucher contro il diavolo.

Il 3 maggio finalmente rientriamo a Massaua, dopo aver terminato
definitivamente i nostri lavori nelle Dahlak.
Cominciamo a riordinare le nostre idee riepilogando le attivit svolte da ciascuno di noi. Sin da ora ci dichiariamo soddisfatti dell'esito;
come gi ho annotato, il gruppo scientifico ha raccolto quantit
impensate di materiale biologico marino, per i Musei di Roma e Milano; sono state compiute migliaia di osservazioni
nell'habitat naturale della fauna subacquea, raccolte preziose esperienze sul comportamento
degli squali nei riguardi dell'uomo, e noi del gruppo di documentazione abbiamo potuto raccoglier una massa di materiale
filmato e fotografato - in nero e a colori - su questi lavori del gruppo guidato e diretto da Baschieri.
- Io invece non sono del tutto soddisfatto dei risultati del mio Gruppo, - dice Bucher.
Secondo il nostro campione manca un ultimo anello che saldi la catena di lotte e di vittorie del gruppo sportivo. Qualcosa che egli ostinatamente da un mese a questa parte ha cercato, tornando in acqua anche al crepuscolo, quando aggirarsi nel Sesto Continente
diventa pericoloso. Qualcosa che poteva essere uno squalo d'alto mare, o una manta gigante, di quelle che s'intravedono, verso sera, giocherellare in superficie. Manca insomma la grande cattura compiuta
da un subacqueo; la vittoria sul pesce pi forte, che confermi l'egemonia dell'uomo sugli altri animali anche negli abissi marini.
Noi siamo d'accordo con Bucher e gli diamo ragione; sentiamo che nei nostri film e nelle nostre fotografie manca qualcosa di eccezionale
che possa far convergere sulla nostra Spedizione l'attenzione di chi  particolarmente interessato ai problemi del mare e delle sue profondit. Ma pensiamo per che ormai dovremo accontentarci degli obiettivi sino ad oggi raggiunti. Ormai la Spedizione sta per concludersi, e stiamo preparando la nostra base viaggiante al lungo itinerario di ritorno.
- Dobbiamo saldare le casse di zinco.
- Siete pronti per la spedizione della pellicola?
- Occupati tu delle bombole dell'aria.
- Vailati, s'informa lei per la nafta?
Guide, ordini e raccomandazioni s'intrecciano. Ed eccoci gi al quattro di maggio. Di buon'ora quasi tutti siamo a terra, per portare
a termine varie commissioni in vista della partenza. Il cinque  il giorno fissato per levare le ancore e puntare verso l'Italia.
A un tratto si vede gente correre, altra gente che ci chiama.
L'apatica calma mattutina di Massaua scompare di colpo.
- Al porto, al porto, venite! Bucher ha preso un pesce-diavolo.
- Il vostro Bucher ha preso una enorme manta, correte.
Ci precipitiamo tutti a bordo: a remi, la barca bianca del gruppo sportivo sta accostando al Formica, gremito di gente che dalla banchina
si  arrampicata sulla nave.
Sulla barca Bucher e la moglie, felici.
Un corpo spropositatamente grande, biancastro,  buttato a prua, di traverso; qualcosa largo circa tre metri e che pesa quasi due quintali.
Un arpione piantato al centro, distorto in maniera inverosimile,
 infilato senza remissione nella parte pi vitale del mostruoso animale che con la punta delle due ali e la coda scandisce gli ultimi istanti della sua agonia.
 una manta!
Bucher salta a bordo, ci raccogliamo intorno a lui per udire la sua storia.
Una storia che ha per teatro il porto di Massaua, un torbido specchio d'acqua tristemente noto per drammatiche storie di squali.
Una scena diversa da ogni altra di caccia subacquea, una scena che non ha niente a che vedere con il silenzio e la solitudine delle battute sulle secche o tra le scogliere, niente a che vedere con la tradizionale caratteristica di questo sport, individuale e senza spettatori.
Questa volta, eccezionalmente, il sub  stato come al centro di una arena, con centinaia e centinaia di spettatori, protagonista di una sensazionale e incredibile corrida.
Il porto, dunque. Una leggera brezza, l'acqua percorsa da lunghi
brividi, a seconda da dove spira il vento.
Due pinne, sempre equidistanti, fendono tranquille la superficie.
A tratti, al centro, una terza pinna: nessun dubbio, una manta. Le due pinne con le punte delle ali battono il mare; la terza  la piccola
pinna dorsale.
La distanza tra le due pinne parallele  la carta d'identit delle mantas; denuncia subito l'ampiezza delle ali e quindi le dimensioni dell'animale. Bucher vede che si tratta di un esemplare di grande mole e non perde un secondo. Si arma e si butta in mare, mentre la moglie dalla barca cerca di guidarlo verso i punti dove il bestione affiora. Della cosa si avvede qualcuno sul molo, e in breve tutta la riva  punteggiata di persone che urlano, facendo il tifo per quel piccolo uomo che nuota lentamente per portarsi a tiro di una bestia tre volte pi grande di lui.
La manta compie ampi giri, fa di tutto per fuggire. Adesso pare sia abbastanza vicina. Ma Bucher, che conosce al centimetro la portata del fucile ed  deciso a trafiggerla con un sol colpo, non si lascia tentare e rimanda all'occasione migliore. Non corre, non si precipita, non vuole spaventarla, ed ecco che stando quasi immobile
riesce a piazzarsi in modo d'averla a tiro. La manta continua ad avanzare; solo a pochi metri s'accorge di Bucher e subito picchia
verso il fondo.
Bucher si tuffa, punta il fucile e spara. Non accontentandosi dei centotrenta chili di spinta del fucile, nello stesso istante in cui preme il grilletto, d all'arma uno slancio fortissimo col braccio.
Il colpo si conficca vibrante.
La manta ha un sussulto, un guizzo e d uno strappo violento.
Bucher  trascinato per parecchi metri, poi la sagola che unisce l'arpione
al fucile si spezza. Rimane quella che unisce l'arpione al grosso galleggiante. Questo, trascinato dalla manta, che come impazzita corre forsennatamente in tutte le direzioni, comincia a sua volta a sobbalzare come spinto da un motore invisibile.
Il pubblico comprende cos che la bestia  stata colpita ed urla e applaude creando una confusione inverosimile. Bucher pinneggia rapido dietro al galleggiante per cercare di dare alla manta un secondo e definitivo colpo. Non si sa mai, si potrebbe spezzare la sagola...
Un istante di timore lo si ha quando la bestia si mette a tirare disperatamente per scendere il pi a fondo possibile;
la sagola tesissima, riceve tali strappi che il galleggiante,
per quanto di un rispettabile
volume, affonda per met.
Infine la manta trova un piccolo spiazzo di sabbia sul fondo e vi si rifugia con l'asta sempre conficcata al centro della
testa. Bucher, si tuffa, si prepara a darle il secondo colpo. La manta, per quanto
sfinita, nel vedersi piombare addosso quell'implacabile e sino allora sconosciuto nemico, battendo con le ultime energie le ali appuntite
sfugge verso il largo. Ma non fa molta strada. L'arpione dalla testa le ha perforato le branchie e il sangue uscito a fiotti, l'ha privata di ogni energia.
Gli occhi della bestia erano gi spenti quando Bucher ha compreso
che la partita era vinta e s'era precipitato sulla preda per riportarla alla superficie. La manta cos non ha visto da vicino l'uomo anfibio che per la prima volta ha vinto il pi grande animale marino nel proprio ambiente, con la tecnica, le armi e l'attrezzatura della caccia sottomarina.
Ora  a poppa del Formica e un folto pubblico le si assiepa sotto. La folla si fende, appare una jeep sulla quale la manta viene caricata dopo le immancabili foto: abbiamo deciso di regalarla alla fabbrica della farina di pesce. Massaua vede passare cos sotto i suoi occhi la conclusione delle imprese sportive della Spedizione.
L'indomani, cinque maggio 1953, il Formica salpa puntualmente le ancore, e comincia la sua lunga strada di ritorno verso il Nord.

PARTE SECONDA.
- Sesto continente?... cosa vuol dire sesto continente?
Eravamo tornati in Italia, i lavori scientifici della Spedizione s'eran considerati conclusi, ma non quelli per il film sulla Spedizione stessa. Al film mancava qualcosa, e in un giorno dell'estate 1953
- due mesi dopo il nostro ritorno - si discuteva di questo, a Roma.
- Vorremmo dalla storia della nostra Spedizione Subacquea far scaturire nel film il concetto che l'uomo potr vivere sott'acqua, lavorare,
sfruttare le ricchezze del fondo del mare come se questo fosse un altro continente, il sesto.
Udivo la voce che parlava diversa da come la conoscevo, era una voce dura, che usciva a fatica; Bruno Vailati cercava di farsi capire da certi signori seduti dall'altra parte del tavolo, i finanziatori del film girato in Mar Rosso durante i lavori della Spedizione Subacquea
Nazionale. Ora dovevano compiere un ulteriore sforzo finanziario
per farci terminare il nostro lavoro. Erano insomma quegli uomini che solitamente vengono chiamati produttori.
Le loro idee erano semplici, ma precise: un film documentario annoia il pubblico, volevano quindi utilizzare le migliaia di metri di pellicola che noi avevamo girato durante i lavori della Spedizione per farne un film con attori popolari. Altro che documentario per dimostrare che il fondo del mare  un Sesto Continente!. Avventure,
ci volevano, e colpi di scena... Dalla storia della nostra Spedizione,
che aveva avuto tra i suoi membri un insegnante di universit,
studiosi, uomini che avevano rischiato per sei mesi, ogni ora, la pelle per enunciare e dimostrare concetti di una scienza d'avanguardia
nello studio del mare, si voleva trarre (questa era una delle idee emerse durante la discussione) l'avventura di un capospedizione
folle d'amore per una donna dallo sguardo fatale che lo travia dai suoi doveri di scienziato e di guida, fino a che ad uno ad uno i suoi compagni scompaiono, facili prede di famelici squali. Altra idea era quella di assoldare un attore comico, mescolarlo a noi in alcune
scene da girarsi in Italia, e di trarne un ottimo film con avventure e disavventure di costui nel Mar Rosso.
- Gi vedo il titolo - mormor uno dei produttori - e sar un titolo spettacolare: Tot tra gli squali!
Se non fosse stata persino troppo banale, quella riunione sarebbe
anche potuta diventare divertente.
Passarono le ore: guardavo Vailati e speravo in lui, era un tipo testardo, lo conoscevo bene. Pass al contrattacco quando fuori dalla finestra il rumore della Roma d'agosto, che si sveglia alla sera, era cessato e s'udivano solo passare gli ultimi tram, lontani; parl del nostro lavoro con parole che suonavano precise nel silenzio che alla fine ci aveva avvolto.
Io unii qualche parola alle sue, poi scopersi che avevamo un alleato nel gruppo dei produttori. Era un uomo serio e consapevole.
Ascoltava quello che dicevamo.
Vedeva una soluzione: avere nel documentario (ricordo le sue parole) qualcosa di tanto strabiliante da richiamare il pubblico per l'eccezionaiit dello spettacolo. Se ci sentivamo, disse, pronti a gettarci
in mare e dar la caccia a qualcosa di incredibile, a qualche pesce gigante, se ci sentivamo di poter filmare una avventura vera pi forte di una storia inventata, da aggiungere alle sequenze che gi avevamo, ebbene, allora il film lo potevamo fare sul Sesto Continente.
Dieci minuti dopo, o forse assai di pi, tornavo a casa, a piedi;
il mio cammino, un passo dopo l'altro, echeggiava nelle strade e su quel ritmo riordinavo le idee. Avevamo detto si, giocavamo il tutto per tutto pur di salvare il film. Avevamo accettato di tornare in Mar Rosso per cercare di avere la scena grossa. Accettavamo la proposta. Se non fossimo riusciti nel nostro intento, avremmo finito il film come loro desideravano. Girai l'altro angolo e mentre da una parte della citt cominciava il grigio della prima luce di un altro giorno, cominci a cadere, filtrata dal caldo che ancora persisteva, una minuscola pioggia gelata d'estate.
Partimmo da Roma a fine settembre, in aereo.
Altre migliaia di ore di lavoro ci attendevano. E tutto infine si doveva risolvere, riassumere in una piccola frazione di quel tempo.

L'ora dell'incontro.
Pensai ad un'occasione perduta: quando Bucher nel porto di Massaua era sceso in acqua per affrontare la manta, aveva lottato e
l'aveva vinta: anche allora eravamo arrivati all'ultimo anello, in fondo al vortice, alla conclusione.
Ma l'uomo e la bestia s'inseguivano, lottavano l dove non era possibile cinematografare, nell'acqua pi torbida di un porto...
L'uomo e la bestia in duello, i colpi inflitti, le nubi di sangue che rigavano lo specchio dell'acqua, il dibattersi del diavolo del mare vinto da un piccolo uomo solo, tutto questo non era stato possibile impressionare in fotogrammi nella nostra pellicola. Un'occasione perduta.
Una virata, lo scendere senza forze dell'aereo, poi i carrelli toccarono
l'Africa, l'aeroplano scivol in mezzo a delle luci accese, era sera.
Al Cairo trovammo Vailti che ci aspettava; ci aveva preceduto
da dieci giorni, sapemmo subito che era arrivato fino in Sudan ed in Eritrea, aveva ottenuti tutti i permessi necessari al nostro lavoro,
aveva noleggiato un battello ancora pi piccolo ma pi veloce del Formica (Maria Gabriella, si chiamava), ottanta
tonnellate, nove-dieci miglia orarie, quattro uomini di equipaggio, eritrei, pi il comandante
italiano. Sarebbe venuto a prelevarci al pi presto.
A Suez riincontrammo il Mar Rosso.
Da quel momento, non valeva pi per le avventure che ci aveva dato, non lo coniugavamo pi al passato ma al futuro, per ci che ci doveva dare. Lo guardavamo interrogativamente-, sapevamo cosa nascondeva in grembo, cosa poteva darci-, era un ben conosciuto compagno. Gli chiedevamo se avrebbe mantenuto fede all'amicizia, se ci sarebbe stato ancora amico.


Capitolo 18.
Il comandante del Maria Gabriella.

Tre giorni dopo il nostro arrivo a Suez, s'era tutti al porto per discutere con la dogana d'un problema relativo alle bombole d'ossigeno
che dovevamo esportare per avere a bordo una buona riserva di carico per gli autorespiratori, quando fummo colpiti dall'eco di un cozzo metallico sonorissimo, profondo, seguito da un vociare lontano.
Era il gong sonoro, che annunciava l'arrivo del nostro battello.
Noi, naturalmente, non lo sapevamo; uscimmo dagli uffici della dogana
e ci accorgemmo che il consueto caos del porto ove ci trovavamo era colpito da un'ondata di disordine ancora maggiore.
E grande fu la nostra meraviglia nel vedere che in quello specchio
d'acqua, popolato da giganti del mare, tutta la confusione era causata da una piccola nave buffa che si stava allontanando a macchina
indietro, da un piroscafo il cui equipaggio si sgolava e si agitava
affacciato alle murate. La nostra grande meraviglia aument ancor di pi quando vedemmo che la piccola nave buffa, che continuava
il suo cammino a zig zag ali'indietro, seminando il terrore nella flotta delle barche a remi dei mercanti arabi pieni di cuscini policromi,
aveva ben leggibile un nome scritto in bianco: Maria Gabriella.
Era entrata ed aveva sbattuto un mercantile danese; aveva rinculato,
s'era fermata, era stata raggiunta da un battello della polizia, poi da un altro con una grande scritta Pilote, ed infine da una barca a motore del mercantile investito.
Esterrefatti avevamo seguito le vicende dei minuti successivi.
C'era stato un saliscendi dalle varie plance di uomini gesticolanti, i quali successivamente s'erano stipati su altre barche erano scesi a riva ed erano scomparsi nella Capitaneria urlando.
Quando il gruppo era passato vicino a noi, avevamo scorto al suo centro un uomo placido, grasso, vestito di bianco che senza scomporsi
reagiva alla bufera di parole concitate in arabo, in inglese, in
danese, con tranquille e ben distinte imprecazioni in siciliano. Aveva un naso enorme ed un meraviglioso panama in testa.
La cena di quella sera all'Hotel du Commerce ove eravamo alloggiati fu consumata con una lentezza estrema. I piatti non vennero
toccati per interi quarti d'ora, una pregevole zuppa di verdura
divenne fredda e collosa; c'era solo un rilevante traffico di bottiglie di birra, ma le linee di entrata ed uscita delle bottiglie stesse seguivano un'unica rotta, finivano tutte verso un'unica persona,
Era il nostro ospite: il comandante del Maria Gabriella che, con lo stesso vestito bianco del mattino e lo stesso accento siciliano, ci incatenava in una girandola di racconti, racconti che noi ascoltavamo sempre pi divertiti e increduli. Futuri passeggeri di quel battello che avevamo visto al mattino comportarsi in porto in maniera per lo meno inconsueta per una nave dabbene, di minuto
in minuto ci rendevamo conto che quell'episodio non poteva
presentarci meglio il Maria Gabriella, il suo comandante ed il suo equipaggio.
- ...allora io a vedermi tutta quella grazia di Dio intorno, barili di olio, perdio Hussein - grido - e tirala, e tirala questa fiocina.
(Hussein?  forte quant' nero). Lui s'alza, si sporge dalla prua e scaglia l'asta di ferro. Io ero in plancia e mi trovai nell'acqua bianca dappertutto sul Maria Gabriella. Hussein l'aveva preso il capodoglio, ed il bestione era saltato fuori dall'acqua, grande quanto noi, e cominciava a tirarci senza posa -. Il comandante sbarr gli occhi per sottolineare questo punto del discorso, tracann d'un colpo un altro bicchiere di birra, poi continu il racconto del giorno in cui aveva usato la sua nave carica di passeggeri per dar la caccia a un capodoglio apparso di prua.
- Ad Aden dovevo andare, avevo i passeggeri a bordo che strillavano come aquile perch per tre giorni corremmo invece in direzione opposta, verso Hodeida. Ci tirava il capodoglio, non moriva
mai e la corda d'acciaio non si rompeva. Dove finiremo?
mi dissi. La cassa della birra  quasi vuota... basta con questo pesce!. E cosi segammo la sagola, perdemmo il capodoglio e riprendemmo
la rotta.
Era l'ennesima storia della sera; dopo l'ultima parola ci fu un istante di pausa e di silenzio.
Nel pomeriggio eravamo saliti a bordo. La nave, tutta di ferro, era rovente: dopo un minuto eravamo abbrustoliti ed inverosimilmente
sporchi.
A prua, da una microscopica cucina a legna, nera come l'inferno,
uscivano nubi di fumo e piccole focacce di cui a bordo (ce ne accorgemmo successivamente) si faceva un'ininterrotta consumazione.
Conoscemmo Hussein, il nostromo (Zecca gli arrivava all'ombelico),
un gigante pelato che al vedere il cappello di paglia di Vailati
fu preso da un riso convulso che cercava di frenare mettendo le dita nel naso.
Conoscemmo Al, Mohamed, Lougudh, Tesfanchiel, Asgodom e tutti gli altri; conoscemmo la sirena di bordo che era una tromba di caserma ed era l'unico oggetto lucido della nave; infine, conoscemmo
la macchina a mano per salpare l'ncora. La guardai con preoccupazione:
non mi diceva niente di buono.
Ora, a cena, ascoltavamo dal comandante le storie di quella nave, ed io pensavo: no, una nave e dei marinai cos non esistono, li sto inventando io.
Quando la carena era sporca di alghe ed il Maria Gabriella avrebbe dovuto entrare in bacino per farsi ripulire, il suo dinamico equipaggio cercava di risolvere diversamente la questione: metteva i motori al massimo e la prua verso un banco di sabbia sul quale il battello arrivava in velocit, strisciava, si grattava, si puliva. Naturalmente
rimaneva in secca semirovesciato; ma poco male ci assicurava
il comandante: all'arrivo dell'alta marea il Maria Gabriella ritornava a raddrizzarsi, galleggiava e si poteva ripartire. Con la carena
liberata dalle alghe, pulita a poco prezzo.
- Ma non avete paura di spaccare la nave, o le eliche? -
obiett Giorgio, scandalizzato.
- Spaccare? Spaccare il Maria Gabriella? Ma questo battello  del 1916, signore,  ferro, ferro vero! Solo le eliche, una volta ci causarono un guaio. Eravamo andati a pulirci in secca ed il battello era rimasto mezzo rovesciato sul fianco destro; l'elica di quel lato emergeva. Bisognava attendere l'alta marea, che ci avrebbe raddrizzati.
Poich mancavano ancora otto ore, lasciammo una sentinella
ed andammo a terra, noi. Nella baia di Aden, eravamo. Restammo in citt fino alle due del mattino, poi tornammo. Di buon umore eravamo perch ad Aden c' della buona birra: ma, gesusantissimo, quella stupida sentinella s'era addormentata e dei negri di un sambuco
s'erano rubata l'elica destra che sporgeva. Fortunatamente la nave era piccola, cos il danno fu piccolo. Ma se era un transatlantico, che figura ci facevo?
- Ma stamattina che  successo nel porto? - torn a domandare
Vailati, che dall'inizio della serata poneva questa domanda, preoccupato dello spettacolo cui avevamo assistito.
- Il pilota mi vogliono dare quando entro nei porti! Io che i porti del Mar Rosso li conosco da ventidue anni! - esplose capitan
Gibaldi.
- Ma  obbligatorio, per tutti.
- Per i somari! Non per me. Io i porti li conosco, e questa storia dei piloti  una storia di ladri. Io nei porti c'entro da solo.
Stamattina il battello del pilota m' corso dietro, io sono dovuto entrare in fretta, e con la spinta ho picchiato...
Verso luna di notte finalmente riuscimmo a frenare i racconti ed accordarci per la partenza. Raimondo e Enza Bucher sarebbero giunti, con l'aereo, l'indomani, in giornata avremmo caricato tutto, la sera si poteva partire verso il sud; si parl di nafta, di permessi e di rotte sino a che il sonno non ci fece cascare ad uno ad uno come birilli e il silenzio, in cui si spense il rumore dei passi di capitan Gibaldi che attraversava la piazza per tornare a bordo, scese sull'Htel du Commerce.
Quando l'ncora usc gocciolando dall'acqua nera e dondol sospesa, illuminata dalla luce, mi parve che saltasse per aria il tappo di una bottiglia salito lentamente, spinto dalla pressione.
Ceravamo liberati del peso dei giorni precedenti, delle noie, delle difficolt organizzative, delle attese, dei contrattempi: il viaggio
cominciava, partivamo.
Il comandante aveva aperto il Giornale e aveva scritto:
Partenza ore 23,45, prua a sud-sud-est - Vento caldo da nord-ovest.
Nuova avventura nel Mar Rosso, ora zero.
Un vento forte ci avvolgeva, ci veniva dalle spalle, ci spingeva gi per il lungo golfo. Onde dal ritmo possente si alzavano e ci spingevano.
Un sole forte era sorto e ci bruciava la pelle, facendoci sobbalzare
come per una frustata, quando il mare rompeva a poppa e qualche schizzo di spuma balzava sopra coperta e ci colpiva, gelido.

Capitolo 19.
Che fatica per non lavorare!

Poco prima dell'alba siamo in vista di Shadwan, la lunga isola rocciosa messa al centro dello stretto di Giubal, tra la fine del golfo di Suez ed il mare aperto dove nel precedente viaggio avevamo avuto il nostro battesimo subacqueo. Nella luce violacea del mare e delle montagne lontane e senza vita avevamo visto il fascio luminoso del faro di Ashrafi girar su se stesso e dopo di lui quello di Giubal e finalmente quello di Shadwan. Con la prima luce s'era scorta la costa, tutta disegnata da una lunga riga bianca di spuma.
Onde grosse s'infrangevano sulla barriera di corallo che cingeva
Shadwan, sicch chiedemmo a capitan Gibaldi di fare un'ampia
curva e portarci sotto vento a cercare un ridosso di mare calmo
sul lato ovest.
Eravamo stati pronti a commuoverci quando ci si avvicinava a terra. Appoggiati alla balaustra di prua, attendevamo d'intravedere di lontano il riflesso sottomarino dei coralli della barriera per sospirare
nostalgicamente ripensando che proprio l, in quelle acque, un anno prima avevamo iniziato i lavori della Spedizione.
Eravamo pronti a questo, qualcuno di noi stava cercando di trovare le parole adatte ad una commemorazione, quando il Maria Gabriella ci strapp da quello stato d'animo, per farci vivere una decina di eccitanti minuti.
Avevamo passato sei mesi tra le rocce di corallo a bordo del Formica, che aveva l'abitudine di fermarsi ad un paio di miglia al largo e di farci poi raggiungere la costa con le lance di bordo, perch il comandante di quel battello considerava pericolosissimo avvicinarsi
a terra, per l'insidia delle secche che egli immaginava, non a torto, affioranti dappertutto e pronti a sfondargli la chiglia di legno come la buccia di un cocomero maturo.
Con tale ricordo, si potr ben capire come noi fossimo prima meravigliati, poi preoccupati, ed alla fine in preda al panico, nel vedere
che il comandante e l'equipaggio del Maria Gabriella (tanti
corpi, ma uno spirito solo) puntavano direttamente avanti
tutta verso la costa.
- Meno male, questa ci porta vicino, - aveva sulle prime esclamato Zecca tutto contento.
- Almeno non dovremo remare due ore, - aveva con soddisfazione
aggiunto Giorgio.
- Certo che si avvicina molto! - borbott Vailati.
- Moltissimo, troppo direi!
- Ehi, ma ci stiamo andando proprio addosso.
- Ma che aspettano a fermarsi questi matti?
Volgemmo la testa verso il comandante che fumava tranquillo la pipa affacciato in plancia. Poi guardammo Hussein, il gigante, che sedeva a prua a cavalcioni dell'argano dell'ncora e non sembrava
n deciso a calarla, n turbato dai nostri sguardi impressionati.
- Ora naufraghiamo, questi sono dei matti, - torn a ripetere
una voce dietro di me.
Eravamo a cinquanta metri dalla riva e filavamo ancora a cinque nodi all'ora. A quel punto vedemmo Hussein fare un cenno a prua ed udimmo in plancia strillare.
- Fondo all'ncora! Macchina indietro! - e in meno che non si dica, dopo un tonfo e lo sferragliare della catena, il Maria Gabriella ancorata a prua, s'arrest, gir su se stesso, e la poppa giunse a lambire il bordo affiorante della barriera. Due altri indigeni, da li, lanciarono allora una cima, che aveva attaccato, in fondo, un ritorto e pesante pezzo di ferro che scese tra i coralli impigliandosi e fermando
la nave anche posteriormente.
Eravamo a bocca aperta e ci grattavamo la testa. Equipaggio e comandante invece (sempre tanti corpi ed un'anima sola), per nulla turbati, si affollarono davanti al buco fumoso della cucina, reclamando da Lougudh, il cuoco, la consueta montagna di focacce dolci. Per loroy la manovra era finita.
E mentre noi preparavamo nelle lance il materiale occorrente per la giornata di lavoro, capitan Gibaldi ci venne vicino e, riuscendo
simultaneamente con rara abilit a fumare la pipa, mangiare una focaccia e parlare, ci diede alcune confuse spiegazioni sul perch era contrario al sistema del Formica di restare al largo delle isole.
- Questione di esperienza - farfugli. - I vostri marinai venivano dall'Italia e non avevano l'abitudine di questi mari... Io invece vi navigo da ventidue anni!
La verit era solo parzialmente questa. Per il resto la vera ragione del sistema d'attracco del Maria Gabriella (quella specie di frenata
sottocosta) era da ricercare nel continuo studio che facevano comandante ed equipaggio per compiere il meno lavoro possibile.
Restare al largo ed incrociare avrebbe significato essere s al sicuro, ma lavorare tutto il giorno. Cos avevano preferito accostare ed ancorarsi: una volta ancorati, a bordo si poteva dormire. Quanto poi ad ancorarsi a soli due metri dalla roccia, arrivando ad un pelo da un disastro, questa audacia era dovuta ad Hussein, l'addetto all'ncora.
Non c'era a bordo, come ho gi detto, un argano a motore per calare ed issare l'ncora. Alla partenza la si doveva alzare con un argano a mano a costo di molta fatica. Cos Hussein la faceva calare all'ultimissimo momento dove il fondale era estremamente basso in maniera che non dovesse uscir molta catena per arrivare a toccare il fondo. Conseguentemente, al momento della partenza, non doveva faticar molto per salparla. Tanti corpi ed un'anima sola, dunque: soprattutto per quel che riguardava la legge del minimo sforzo.
Entrammo in mare, godemmo del reincontro con la giungla di corallo; la parentesi dell'attracco era finita, ci eravamo riallacciati al filo dei ricordi, cercavamo di riannodarci alle emozioni di quel giorno
trepidante di un anno prima, passato alla scoperta del mondo che ci si era venuto svelando su quel muro, che si ergeva a picco attorno all'isola e la cingeva a corona, materializzandosi dal blu profondo dell'alto
mare e salendo in milioni di ghirigori rococ e policromi, verticale
come una parete dolomitica, fin sotto il pelo del mare. Ora, ricollegandoci a quello, vivevamo un altro momento non meno profondo
e toccante: ritrovavamo, riconoscevamo, riscoprivamo.
Ci rimettemmo in navigazione quasi a sera; avevamo Shadwan a poppa e puntavamo dritti ad occidente, sospinti anche dal solito vento di nord-ovest.
Non ci si vedeva quasi pi, il vento era calato ed il mare era liscio come l'olio, quando giungemmo ad Hurgada, piccolo centro sulla costa, vicina alle isole Ghyfatyn, luogo che avevamo prescelto per fermarci qualche giorno a lavorare.
Fortunatamente ad Hurgada c'era un lungo pontile, ed il Maria Gabriella pot compiere una manovra d'attracco quasi regolare.
Il professor Gohar aveva il volto e l'espressione degli occhi
come l'hanno solo i santi, i raccoglitori di francobolli e i cacciatori di farfalle. Voglio dire un volto buono, dolce, pieno di rughe, un barbone bianco, occhi infossati e piccoli ma non pungenti, anzi privi d'urto, annegati in quel tipo di sguardo continuamente fisso su qualcosa
che gli altri mortali non vedono.
Il professor Gohar, ittiologo dei pi famosi in Egitto, era il direttore dell'istituto Idrobiologico di ricerche scientifiche posto sulle rive del Mar Rosso, al quale ci avevano indirizzati dal Cairo, assicurandoci
che vi avremmo trovato abbondante materiale di studio e forse anche qualcosa da cinematografare, oltre che utili indicazioni per le zone di pesca che avremmo potuto battere.
Per questo, l'indomani del nostro arrivo mentre Raimondo, Enza Bucher e Giorgio andavano a fare un sopralluogo alle isole Ghyfatyn di fronte alla costa, noi eravamo saliti su un camion e avevamo raggiunto
l'istituto a una decina di chilometri dal porto, ad Abu Hurgada.
Dopo la presentazione di Gohar e i convenevoli in salotto, fu dato anche a noi di vedere le vasche dell'istituto; erano assai spaziose,
l'acqua era bassa, il fondo sabbioso; nella pi grande, oltre ad un migliaio di pesciolini di ogni tipo, vi era un piccolo squalo grigio, uno squalo chitarra e numerosi pesci torpedine appoggiati
al fondo. Nella seconda vasca v'erano, invece, solo tartarughe
di mare, in numero ed in proporzioni incredibili.
Eravamo fermi sul muretto che divideva i due specchi d'acqua;
il professore dando prova di notevole senso di equilibrio, si sbracciava,
senza cadere di sotto, per indicarci questo e quel pesce.
Cominciai a pensare che, certo, qualcosa di buono avremmo potuto cinematografare in quel posto; guardai Vailati, guardai gli altri: capii che anch'essi stavano pensando alla stessa cosa.
Il nostro capo si avvicin al professore e gli domand se potevamo
girare una piccola scena in cui si vedeva la vita sottomarina di queste vasche; colto alla sprovvista il professore gli disse di si.
Subito Vailati aggiunse che certo non c'era bisogno ch'egli si stancasse
a stare l sotto il sole a vederci lavorare. Sarebbero bastati i guardiani arabi a darci una mano, e che lui si ritirasse pure nel fresco
del suo studio.
Se il primo s del professore era stato grave, la gravit del secondo fu di dieci doppie maggiore. Infatti, appena egli scomparve alla nostra vista, i quattro guardiani furono assoldati con l'elargizione di una mancia preventiva e divennero di colpo nostri schiavi, pronti puranco ad uccidere il prof. Gohar se l'avessimo richiesto.
E cominciarono le operazioni, che avvennero in fasi distinte e successive,
progressivamente pi emozionanti.
Prima fase: Si gira la scena idilliaca del pasto delle tartarughe.
Gettate delle sardine vive nella vasca, i bestioni se le disputano in emozionanti inseguimenti. Impressionate un paio di bobine assai interessanti.
Seconda fase-. L'atmosfera comincia a scaldarsi. La nostra attenzione
si rivolge alla vasca del pescecane. Malgrado lo scarso entusiasmo
col quale reagisco alla proposta di Vailati di scendere in mezzo
alla vasca per vedere di cinematografare dei primissimi piani di questo squalo grigio, obbedisco. Ma quando entro in acqua, il pescecane mi sta prudentemente lontano. Gli schiavi arabi cominciano
allora a battere l'acqua con lunghe pertiche e a tirare sassi per farmi venire vicino la bestia in questione. Infatti, dopo qualche secondo
comincia a passarmi e ripassarmi vicino;  impauritissimo, nuota a cinquanta chilometri all'ora. Di squali in mare ne ho visti tanti, anche pi vicini, ma questo  cos terrorizzato che mi fa paura per qualche mossa inconsulta che potrebbe compiere. Dato che l'acqua s' talmente intorbidita che non si vede al di l di un palmo dal naso, ne approfitto per rinunciare ed esco dall'acqua(1).
Ed ecco che altri due di noi si ributtano nella vasca scommettendo
d'acchiappare l'altro squalo (il chitarra) per la coda. Il meschino, come gi si ebbe occasione di far notare, appartiene ad una specie assolutamente idiota, priva di riflessi, uno degli ultimi gradini nella pur gi bassa scala dell'intelligenza dei selaci. Aveva probabilmente
passato i suoi anni dopo la cattura adagiato sul fondo della vasca a sonnecchiare, ricoperto (piatto com') da un velo di sabbia.
Si pu immaginare, quindi, come rimanga scosso nel vedersi arrivare
addosso due energumeni che cercano di acchiapparlo per la coda, lo rincorrono mentre fugge, lo circondano, lo agguantano. Sono momenti assai rumorosi, e penso che effettivamente esageriamo nei confronti suoi e del prof. Gohar.
Dalla vasca escono braccia, teste, coda del chitarra, grida fammi
questa fotografia, e poi ancora spruzzi, roteare di corpi, balzi
fuor dall'onde di animali vari, infine urla agghiaccianti. Qualcuno aveva messo incautamente il piede su un pesce torpedine ed era stato giustamente punito.
Terza fase: Mentre Vailati cerca di rimettere ordine, mi apparto
con Zecca presso la vasca delle tartarughe di mare e lo convinco
a gettarsi l in mezzo e a lottare con la pi grossa. Zecca immediatamente
lo fa (cosa non farebbe pur di girare una scena a solo, dove non appare come il fido scudiero di Bucher?). Ne risulta una scena potente, e non  da dire che ci vergognassimo di girarla in una vasca, perch per essere pericolosa lo era forse pi che in mare.
Le tartarughe, tutte grosse e munite di becchi capaci di troncare
una mano con un colpo solo, nuotavano sotto e di fianco a Silverio
che si era aggrappato alla pi grossa e cercava di rovesciarla.
Gli inservienti arabi, eccitati dallo spettacolo che veniva loro offerto dopo anni di tranquillit e silenzio, cantavano ed urlavano a squarciagola. Probabilmente, dimentichi dei loro doveri scientifici,
speravano nella morte di una delle tartarughe per gustarne alla sera un prelibato brodo e stufato.
Quarta fase-. ...beh, la quarta fase fu quella in cui il professore, strappato dalla lettura del National Geographic Magazine dal clamore delle nostre imprese, ritorn sui suoi passi e venne a vedere cosa diamine stesse succedendo.
Gir l'angolo e gli si present la visione delle sue vasche dal fondo sconvolto, le acque divenute fango, i pesci e le tartarughe saettanti
qua e l con negli occhi muti sguardi di terrore e domande di soccorso.
Per non esplodere a vuoto se la prese con i suoi assistenti arabi che si rifugiarono in una capannina; e noi ne approfittammo per
levare il disturbo.

Note.
1. Un anno dopo questo mio tuffo, nella stessa vasca entr un subacqueo francese per tentare di cogliere un primo piano dello stesso squalo. Ne segui una scena analoga ma la conclusione fu diversa: un profondo morso alla gamba dell'incauto
sub, con rischio di perdere l'arto.

Capitolo 20.
La morte delle gorgonie.

Nei giorni successivi fummo immersi, dalla mattina alla sera, in un lavoro intenso, massacrante.
Le acque intorno alle desolate isole Ghyfatyn erano limpide e brulicanti di vita. Cento e cento scene di vita sottomarina si offrivano
ai nostri obiettivi e il tempo della nostra giornata era ritmato dal numero di volte che si usciva dall'acqua per ricaricare la cinepresa
o per ricaricare le bombole del respiratore, una, due, cinque, otto volte.
Ad un certo punto ci si accorgeva che la sacca delle bobine di ricambio era vuota, la riserva della bombolona d'ossigeno compresso
per le ricariche era finita. Allora s'alzava la testa, ci si guardava d'attorno e ci si accorgeva che le acque del mare erano di gi viola, increspate, il sole gi dietro la linea lontana e frastagliata delle montagne
dell'interno. Un'altra giornata era passata. E si rientrava a bordo con la bocca impastata, le labbra gonfie e screpolate per le lunghe
ore di autorespiratore, non stanchi ma al contrario eccitati per le lunghe bevute d'ossigeno, eccitati per le avventure vissute e per le cose viste, eccitati per la continua tensione a cui sottopone la ripresa cinematografica subacquea.
Attenti al diaframma, al fuoco, alla valvola della pressione.
Attenti ai movimenti dei pesci o a quelli degli altri subacquei con i quali non si pu comunicare che a gesti... Attenti, anzi attentissimi, non si deve sbagliare perch una scena, sott'acqua, non si pu rifare.
Quel che  dato per combinazione di vedere o di poter cinematografare
non si ripeter mai pi.
Stanchi, eccitati, tesi: mi ricordo come mi cedettero i nervi una sera. Eravamo appena rientrati a bordo, in quello stato d'animo del corridore che alla fine taglia il traguardo, non ci vede pi dalla fatica,
anela solo a buttarsi su una branda, a rilassarsi completamente.
Non avevamo posto ancora piede sul ponte che i marinai indigeni
mi vennero vicino e mi fecero cenno di guardare fuori bordo;
mi sporsi e mi accorsi che l sotto si stava muovendo uno sterminato
tappeto vivente, un fitto branco di piccoli pesci, tutti uno addosso
all'altro, come in scatola. Mi misi ad urlare ordini, subito Vailati corse a prendere una bobina per caricare la cinepresa, Giorgio agguant
al volo il respiratore che gli lanciai e si precipit a riempire le bombole di ossigeno. Io mi misi a preparare la custodia stagna e ad accordarmi con Bucher; mi sarei immerso all'altezza della poppa della nave, lui all'altezza della prua. Saremmo entrati nella nuvola di pesci, ci saremmo incontrati a met. Ma presto! presto, in nome di Dio, presto che il sole sta scomparendo, restano solo pochi minuti, gli ultimi dieci minuti.
Bucai la superfcie del mare, bucai la superficie del tappeto vivente,
mi arrestai in uno spazio innaturale; sopra, sotto, di fianco, di dietro avevo milioni di piccoli pesci giallognoli, quasi immobili. Per l'emozione e la concitazione avevo un affanno terribile ed i muscoli delle gambe tremavano da soli incontenibilmente.
Via! Mi misi a scendere diritto per incontrare Bucher. Nello stesso istante tutto l'orizzonte si rovesci, sfugg come in un sogno.
I pesciolini, spaventati dalle mie mosse, all'unisono erano scattati e nuotavano velocissimi, nuotavano a testa bassa, verso il fondo. Parevano
cadere, fitti come le gocce di un acquazzone.
Questo fece perdere a me e a Bucher il senso dell'orientamento, si vagava nella nube senza incontrarci.
Con terrore vedevo ogni tanto i raggi di sole che rompevano dalla superficie verso il basso come lunghe sciabolate luminose; erano gli ultimi che il sole inviava, lo si capiva da com'erano obliqui sotto il pelo delle onde. Il sole stava proprio tramontando, era all'orizzonte.
Toccai il fondo, mentre i pesci continuavano sempre a saettare;
non erano milioni ma di pi... di pi... Cominciai a non capire pi nulla; la eccitazione, l'angoscia di questa specie di smarrimento e la rabbia che il sole sarebbe sparito prima che io riuscissi a trovare
Bucher (cos'era, infatti, quella scena senza che vi si vedesse in mezzo un uomo che vi nuotava? Nulla, perch non si sarebbero capite le proporzioni dello spettacolo immenso cui era dato assistere)
mi fecero crollare.
Mi misi a piangere, sentivo le lacrime grosse e dure gocciolare
dalle guance sul vetro della maschera, scivolare gi, entrarmi nel naso, e pi mi rendevo conto dell'assurdit della situazione, pi
non riuscivo a controllarmi. Piangevo sott'acqua. Quasi senza vederci, con gli occhi appannati, puntai la macchina avanti e giro lo stesso
mi dissi, e cominciai. Mentre la macchina si metteva a ronzare udii alla mia destra un rumore familiare, quello dell'aria scaricata dalle bombole. Girai adagio la macchina in panoramica, e trovai, al di l della cortina sempre sfrecciante dei pesci, Bucher che avanzava nuotando.
Ceravamo trovati. La scena c'era! E subito ricominciai, pi di prima, a piangere, lacrime ed acqua di mare si mescolavano, salate, in bocca, le inghiottivo mentre respiravo. Facevo fatica a vedere il mirino, a fare l'inquadratura, spalancavo gli occhi perch il velo delle lacrime non mi facesse sbagliare... ora che la scena c'era.
Cos, dunque, dopo l'assaggio di Shadwan, alla Ghyfatyn avevamo ripreso il nostro lavoro, con tutto quel che comportava di emozioni, gioie e fatiche. Il tutto, come ho detto, a ritmo intensissimo,
pieno. Ci pareva di non dover perdere l'occasione che avevamo, per le acque limpide, per le giornate piene di sole, per la nostra buona forma fisica di poter metter da parte molto lavoro ben fatto.
Vailati, Bucher, Enza, Zecca, Giorgio, Stuart ed io, due ore dopo il sorgere del sole fino ad una mezz'oretta prima del suo tramonto, tornavamo ad essere di nuovo gli esseri anfibi del Sesto Continente, salivamo e scendevamo lungo la muraglia traforata della barriera, cacciando, osservando, fotografando, raccogliendo, cinematografando.
Una sera, nel tornare a bordo, trovammo il ponte invaso di vecchi,
maleodoranti barili attorno ai quali, sotto il vigile sguardo di capitan Gibaldi e di Hussein, l'equipaggio si dava un gran daffare per levare sporcizia, muffa e ruggine.
Sorpresi da questa improvvisa dimostrazione di vitalit da parte dei membri dell'equipaggio e del loro stato maggiore che trovavamo insolitamente al lavoro anzich sonnacchiosi ed abbrutiti, cercammo di capire cosa fosse successo durante la nostra assenza.
Era successo che la nostra attivit sottomarina aveva eccitato capitan Gibaldi. I suoi occhi brillavano quando alla sera si scaricava mezzo quintale di pesce pescato sulle assi del vecchio molo. Piangevano
vedendo che (a parte due o tre esemplari messi da parte per conservarli in formalina, ed altri due o tre particolarmente prelibati messi da parte per la cena) tutto quel ben di Dio lo regalavamo
alla marea di ragazzini arabi del villaggio, che attendevano pazientemente
il nostro ritorno.
S'era a poco a poco eccitato ed a poco a poco convinto che il fondo marino, che noi con tale facilit saccheggiavamo, sarebbe stato per lui una fonte di sicura ricchezza. Egli aveva, con azioni alle quali non ero presente, ma che facilmente potevo immaginare, sgomberato il terreno dalla turba di bimbi indigeni. Aveva poi strappato alla loro abulia i suoi marinai col miraggio di facili guadagni e aveva fatto loro estrarre dalla stiva vecchi fusti di nafta vuoti ed altri barili mezzi sfondati.
Quel che successe poi, fu assai puzzolente. Egli si impossess di tutto il pesce che avevamo pescato, e cos fece le sere successive.
Distribu i pesci ai marinai e insieme si misero
selvaggiamente a sventrarli e poi ad appenderli a lunghi fili
tesi da un punto all'altro del battello.
- Debbono seccarsi, - ci aveva confidato. - Poi li metter sotto sale nei barili, cinquanta chili al giorno, quando torno
a Massaua ne avr pi o meno una tonnellata da rivendere.
E facendo seguire l'azione alle parole, s'era fatto levare un patrimonio
di sterline egiziane da un astuto commerciante che gli aveva venduto tre sacchi di sale ad un prezzo incredibile. Ed era tutto contento;
pi a bordo aumentava la puzza pi era felice, inseguiva miraggi
di affari spettacolosi.
Le gorgonie giganti della barriera le scoprimmo Gigi Stuart ed io.
Eravamo sul lato est di Ghyfatyn Seghir e nuotavamo scrutando il fondo. La barriera era qui altissima e precipitava verticalmente verso il mare aperto per una trentina di metri, poi v'era una specie di scalino inclinato, infine tra i quaranta-cinquanta metri cadeva ancora
a piombo, e non se ne vedeva la fine. Proprio sullo spigolo di questa
seconda parete, s'aprivano degli immensi ventagli traforati. Erano
gorgonie, dieci, quindici volte pi grandi di quelle che eravamo soliti incontrare.
Era un caso straordinario che avessimo potuto scorgerle; molto di rado capita di avere una simile visibilit sott'acqua. Le avevamo intraviste, laggi, eteree, protese verso il blu profondo che le avvolgeva.
Verificammo la pressione delle bombole e cominciammo a scendere
a spirale; quanto, ad ogni colpo di pinne, andassimo profondi me lo dicevano le bombole del respiratore di Stuart che alla
superficie erano rosse fiammanti e a mano a mano che si scendeva diventavano
rosa, viola, marrone, nere (un nero slavato, un colore che non esiste). Come le bombole, cos anche coralli e pesci. Scendevamo a spirale, ad ogni giro avevamo la faccia una volta verso il mare aperto, una volta verso il muro della barriera. Ogni volta che eravamo di fronte alla barriera, eravamo scesi ancora di pi e vedevamo meno colori, assorbiti dal filtro della profondit.
Arrivammo allo zoccolo, scivolammo su questo, arrivammo allo spigolo. Sopra di noi, come catena di palloncini liberati durante una festa, saliva l'aria dei nostri respiratori(1). Sotto avevamo un abisso senza fine. Davanti, finalmente, c'erano le gorgonie. Vi girammo attorno, le toccammo; erano flessibili come giunchi. Attraverso l'intarsio
fitto dei loro rami (sembravano delle grandi foglie di platano quando d'autunno si seccano e non rimane che il disegno fragile delle venature) vedevo Stuart che nuotava, passava e ripassava, s'arrestava ad osservare.
Le gorgonie crescono a ciuffi e, mentre passavamo da una ad un'altra per scegliere la migliore, le bombole cominciarono ad essere vuote: nulla di grave, ma lo ricordo perch il mio respiratore ha una curiosa particolarit, e cio quando l'aria che contiene  verso la fine, gioca nel metallo delle bombole e crea una curiosa eco musicale;
sembra di udire delle note d'organo.
Ero alla fine dell'aria, e si cominci laggi, tra le gorgonie, a sentire questo suono. Stuart, che stava passando le dita sull'orlo di uno di quei rami, si ferm interdetto, mi guard. Gli indicai con un cenno il respiratore e gli feci capire che era il momento di salire.
Mi guard ancora, stacc la mano dal ramo bianco e demmo i primi colpi di pinna. La sottile magia di quei minuti era svanita.
N la ritrovai pi, nelle successive immersioni.
Tornammo l sotto ancora molte volte, girai l'uomo che si muoveva
intorno, girai nuvole di piccoli pesci azzurri che si rincorrevano nell'interno dei rami. Ma non godevo lo spettacolo, avevo la cinepresa
tra le mani, ero preoccupato. Siamo molto fondi, pensavo,
forse non verr nulla di quel che sto girando. Cercavo di mettermi
controluce in modo che le gorgonie si staccassero in silhouette.
Mentre Stuart, sempre per la scena, dava di piglio ad una sega
e tagliava due dei rami pi grossi, scesero anche Giorgio, con la macchina
fotografica, e Bucher. Eravamo quattro impacciati calabroni che volteggiavano sopra giganteschi boccioli di un fiore; ogni tanto la scena veniva frustata da un lampo secco, il flash era scattato.
Gigi seg il grosso tronco con grande fatica. Ogni tanto lasciavo
la cinepresa e l'aiutavo. Lo sforzo, a quella profondit, costava fatica, dava l'affanno e, cos, col respiro corto, consumavamo troppo
rapidamente la riserva d'aria.
Infine i due rami si staccarono, Stuart li impugn e si mosse.
Via, verso la superficie. Un uomo alato: cos lo facevano sembrare i rami, e le ali parevano messe a nudo nelle loro nervature da un esperto disegnatore. Gli andavo dietro, cinematografando la scena.
A venti metri le ali divennero vele, cio raccolsero la forza di una violenta corrente. Stuart, sino all'emersione, dovette combattere quella forza che lo spingeva verso il largo e gli impediva di salire.
Alla superficie, infine, le gorgonie chiusero il loro spettacolo con una sorpresa incredibile. Loro che laggi sul fondo erano bianchicce, alla luce del sole ci apparvero come in realt sono, soffuse cio di un lieve rossore dorato.
Mezz'ora dopo essere state caricate sulla barca divennero rosse cinabro, poi tornarono a sbiancarsi; la sera, a bordo, di nuovo senza colore, erano puzzolenti e flaccide. Erano morte.
Una esperienza assai curiosa e divertente, e che pi o meno facemmo tutti, fu quella del pesce ipnotizzato.
- Questo l'ho ipnotizzato io, - diceva ogni tanto qualcuno a tavola quando arrivava il miglior piatto della giornata: il dentice rosso(2) ai ferri.
Il dentice rosso aveva una particolarit tutta sua: quella di farsi ipnotizzare.
Particolarit che potemmo costatare molte volte perch sempre,
a chi capitava di vederne un esemplare infilarsi in tana, veniva l'acquolina in bocca e non lo lasciava sfuggire tant'era buono da farsi ai ferri e tant'era facile da catturarsi.
Accadeva questo, in ottanta casi su cento: il dentice rosso, se s'introduceva la canna del fucile nella sua grotta e poi la
si ritraeva dolcemente, usciva con il suo muso, dietro la
punta dell'arpione.
Da rimanere a bocca aperta! Era ipnotizzato da quella punta metallica!
Erano giunti a bordo una carrettata d'invitati: gli importanti,
e le loro famiglie, che dimoravano nel piccolo centro di
Hurgada. C'erano inglesi della Shell, le locali autorit militari e amministrative
egiziane, altri privati cittadini, tra cui il commerciante che aveva
venduto il sale a capitan Gibaldi ed uno studente di filosofia, non meglio identificato; e c'era anche il professor Gohar. Per quanto avesse un'aria un po' sostenuta, i suoi occhi ci dicevano che ci perdonava
d'aver brutalizzato le sue povere tartarughe e il suo prediletto pesce chitarra. Le ragioni del perdono andavano ricercate nel fatto che gli avevamo inviato in dono (a titolo di riparazione) uno dei rami di gorgonia portati alla superficie da Stuart.
Nel piccolo spiazzo di poppa s'incrociavano, in lingue assai miste,
le presentazioni. Una trentina di persone cercavano di stringersi la mano senza urtare i pesci sventrati che dondolavano appesi ai fili per seccare. A causa del loro odore gi met dei nostri ospiti non riusciva nemmeno ad aprire la bocca, per dire il proprio nome, dato il malessere che dava loro la puzza orrenda e stagnante.
- Permetti, Bucher, ti presento il prof. Gohar.
- Enchant.
- Il dottor Stuart, il capitano Ahmed El Fuz.
- Piacere.
- How do you do?
- Our Captain, Mister Gibaldi.
- La signora Epheart, il comandante Gibaldi, il signor Zecca.
- Piacere.
- Piacere.
- Enchant.
- Permette, signora...
Mentre il nostro battello, staccati gli ormeggi, cominciava a muoversi, a poppa continuava tutto questo cicaleccio, tendersi, incrociarsi e ritirare rapido di braccia, mani e sorrisi.
Il comandante Gibaldi troneggiava a torso nudo con i suoi pantaloni bianchi che gli arrivavano alle ginocchia. Con gesti sempre
pi veloci sottolineava il ritmo di quelle presentazioni, levandosi e rimettendosi cento volte il panama che non l'abbandonava mai.
Il tradizionale silenzio imbarazzato che segue queste
circostanze, e nel quale tutti cominciarono a fissare i pesci appesi che s'erano messi a dondolare non appena il Maria Gabriella s'era mosso, fu rotto da un urlo inumano. Con un balzo il comandante Gibaldi fu in plancia e subito ci accorgemmo, dalla virata che fece il Maria Gabriella evitando per un pelo la collisione con un sambuco arabo, che eravamo partiti senza che nessuno fosse alla barra. L'equipaggio era da anni abituato al fatto che il comandante fosse sempre lass davanti al timone ed aveva tranquillamente mollato gli ormeggi.
Quelli della sala macchine, appena avevano udito che la nave s'era staccata, avevano messo in moto il motore, e cos tranquillamente eravamo partiti diritti e sicuri, senza che nessuno guidasse la nave.
Spiegammo agli ospiti che il Maria Gabriella era una nave del tutto particolare e non si dovevano impressionare, e riprendemmo a chiacchierare.
Durante il viaggio, mentre si preparavano armi e strumenti, ci si avvicin il prof. Gohar e subito gli parlammo del fatto che pi ci preoccupava in quei giorni, la scomparsa degli squali dalle acque del Mar Rosso.
Abituati, durante il lavoro dei mesi precedenti a vederne una dozzina ogni qualvolta si scendeva in acqua, ora eravamo preoccupati
dal fenomeno curioso che non se ne vedeva in giro nemmeno l'ombra.
-  il caldo, - spieg il prof. Gohar. - Voi partiste di qui a giugno, proprio all'inizio dell'estate. Quando questa  al suo culmine
ed il caldo sale a gradi incredibili, anche le acque del mare diventano
bollenti e i pesci grossi e piccoli, ma soprattutto i grossi, scendono
a grandi profondit. Probabilmente dar loro fastidio la temperatura,
ancor pi probabilmente le nubi di plancton, sempre per ragioni stagionali, saranno pi ricche laggi; fatto sta che esiste una specie di emigrazione verso il fondo, e per questo voi ora non incontrate
la grossa fauna con la frequenza e l'abbondanza con cui l'incontraste
a primavera. Comunque ora  ottobre: questione di giorni, al massimo una settimana o due, e vedrete che il Mar Rosso lo ritroverete
ricco di squali come volete. Questione di pazienza.
Cos ci disse il professore e le sue parole ci rinfrancarono un po'.
Intanto eravamo gi alle isole e finimmo di prepararci.
Alle nove s'era in acqua, e alle undici successe l'incidente a Vailati.
Stavamo lavorando verso la secca di Abu Rimalhi, Stuart, Zecca,
Enza ed io, quando vedemmo arrivare, velocissima, la barca a motore
di Said, uno dei marinai del Maria Gabriella.
- Ferito Bruno! Ferito Bruno! - urlava sovrastando il rumore
del motore.
- Vieni tu, vieni tu a bordo, Bruno ferito - continu arrestandosi
presso di noi.
Col cuore in tumulto, molto impressionati, buttammo ogni cosa nel fondo della barca e mettemmo prua verso il Maria Gabriella ed il motore al max dei giri.
Said non sapeva niente di preciso; quel che ci aveva riferito glielo avevano urlato da bordo mentre passava con la barca nei pressi, ed era venuto a prenderci. Quando arrivammo fummo sorpresi di trovar Vailati tranquillo in piedi. Gli stavano fasciando la mano destra e fu a sua volta meravigliato di vederci; ci chiese perch avevamo
lasciato il lavoro per venire da lui.
Comunque, bench la ferita, un lungo e profondo taglio a strappo
nel palmo della mano, sotto il pollice, non fosse grave, era tuttavia
molto fastidiosa sia per il dolore che dava, sia perch arrivava proprio malamente ad interrompere ogni possibilit di lavoro di Vailati
per le prossime settimane.
Fu una faccenda lunga radunare tutti per tornare ad Hurgada, dove Bruno avrebbe potuto essere medicato e la ferita suturata con due punti. Ci volle un'ora; ogni volta che qualcuno arrivava, ricominciavano
daccapo i racconti dell'incidente. Ad un certo punto mettemmo Vailati nella cabina di Enza e demmo noi il resoconto dei fatti, altrimenti finiva, che aggiungendosi al dolore ed allo shock della ferita la stanchezza di quel continuo chiacchierare, sarebbe aumentata la febbre.
Il nostro capospedizione aveva pescato, nel canale tra Ghyfatyn Khebir e Ghyfatyn Seghir, uno stupendo esemplare di barracuda, lungo un metro e venti, del peso di una trentina di chili e con la solita dentatura di questi lupi del mare, degna di un caimano.
Vailati l'aveva messo in barca, ma il pesce, con la sua vitalit, non era n morto n tranquillo malgrado la ferita, ma si dibatteva, cercava di mordere qualunque cosa gli capitasse a tiro nei suoi balzi;
era un vero pericolo, sicch il cacciatore, per evitare guai a s e agli altri che erano a bordo, estrasse dalla guaina il coltello e fece per assestare al pesce un violento colpo nelle branchie. E cos fece, ma
la bestia si mosse, balz di lato, proprio in quel momento, e Vailati in un lampo si trov con una parte della mano destra aperta da una ferita profonda e slabbrata.
Niente di grave, ma riposo e proibizione di fare i bagni per due settimane, - sentenzi il dottore che medic il ferito a terra.
E ce lo rese tutto cucito, fasciato ed un po' pallido per il dolore della medicazione.
Cos con il nostro bagaglio di guai e di speranze, di soddisfazione
per il lavoro fatto, di preoccupazione per quello da fare, dopo i saluti alle amicizie strette in quella settimana e dopo aver definitivamente
firmato la pace col professor Gohar, lasciammo nel tardo pomeriggio Hurgada, passammo nell'arcipelago nella luce del tramonto
e quando fu notte eravamo in mare aperto e ci mettemmo in rotta.

Note.
1. Dall'anno precedente, al tempo del viaggio del Formica, all'epoca della seconda
parte della nostra Spedizione, avevamo migliorate le nostre attrezzature, e avevamo respiratori AR a ciclo aperto che ci permettevano immersioni sempre pi profonde e di discreta autonomia.
2. Holotryachys triste.

Capitolo 21.
Lo squalo azzurro.

Nell'allucinante caldo afoso del pomeriggio il Maria Gabriella era immobile in uno specchio di mare che sembrava di piombo fuso, anzich d'acqua, tanto le lamiere della nave s'erano infuocate.
Sullo sfondo di Mersa Halaib s'intravedeva confusa, nel riverbero della spiaggia, la tomba di un santone: cento stracci multicolori piantati su pali accanto a un tumulo, a mo' di bandiere. Erano gli ex voto dei pellegrini che il vento al mattino faceva sventolare e che ora, inghiottiti dal caldo e dal vento, erano l afflosciati senza vita.
A bordo eravamo sdraiati, immobili sulle brandine e sui materassi.
Fissavamo il volo degli uccelli, il loro roteare; ad ogni cambiamento
di direzione mutavano in noi le sensazioni che stavamo vivendo, di speranza, di scetticismo, di attenzione e di noncuranza.
Poi vedemmo sotto la zona ove le sule volteggiavano, il mare schiumare
bianco, ribollire.
- Per Giove! - disse Vailati balzando in piedi. - Ma l c' qualcosa! Andiamo a vedere.
Si mise a dar ordini in arabo, era eccitato pi di noi; questo fatto lo scuoteva dalla forzata inattivit cui l'aveva costretto la ferita, ora poteva far qualcosa, riprender in mano il comando di un'azione.
Si cal la lancia in mare, fu messo a poppa il motore; Giorgio ed io arrivammo con la cinepresa e saltammo nella barca che part velocemente.
La prua era puntata verso un punto del mare e del cielo ove confluivano tutte le nostre speranze; lo fissavamo pensando che l forse saremmo riusciti a cancellare la sottile paura che c'era entrata nelle ossa di terminare la Spedizione con un insuccesso dovuto, pi che a noi, all'ostilit del mare.
Dopo mezz'ora, abbassammo la leva del gas, Said si mise ai remi. Cessato l'urlo del fuoribordo, s'era dentro lo stridio, che pareva
disperato, della nube nera delle sule. Ogni tanto qualcuna lasciava
il gruppo; con le lunghe ali nere tese ci sfiorava curiosa, il becco giallo storto, la testa tutta rivoltata, passava fissandoci a lungo.
Alle nostre spalle scrosci il mare; tra un'onda e l'altra (le acque non erano calme), il mare si fece schiumoso, migliaia di pinne e di code, di piccoli corpi argentei schizzarono alla superficie, e subito gli uccelli vi furono sopra aumentando le strida. S'era scatenato il massacro.
Noi, immobili e muti, attendevamo di vedere chi fosse quello che teneva le fila dello spettacolo, il deus ex machina di tanta battaglia
per la vita e per la morte. Certo, se le sardine (erano sardine, lo avevamo visto bene) venivano cos convulsamente alla superficie e si mettevano alla merc degli uccelli che le attendevano al varco, sotto il pelo del mare ci doveva essere qualcosa di molto grosso che dava loro la caccia; forse era un capodoglio, come quello che avevamo incontrato in maggio col Formica nel Sud.
La luce dell'ora tarda aveva scurito ancor pi il mare che si era venuto sempre pi gonfiando. Le onde diventavano pi turgide e forti e si susseguivano facendo a tratti scomparire dietro un muro d'acqua
la zona della mischia che era a poche decine di metri da noi, e ogni tanto si placava, poi riprendeva violenta; molte sule, stanche per il continuo volteggiare, erano venute ad appoggiarsi alla barca, ma non le guardavamo nemmeno, intenti a scrutare il mare; attendevamo
che il bestione venisse fuori per poterlo vedere.
E sbuc, infatti, veloce e terribile. Era, con nostra estrema sorpresa,
un grande pescecane color ferro, di quattro o cinque metri.
Usc di prepotenza, il dorso scivol un dito sotto il pelo dell'acqua tagliato dalla pinna che si lasciava dietro una striscia bianca di spuma.
Arriv sul mucchio dei pesci, tutto ebbe un guizzo, volteggi la coda mentre gli uccelli salivano impauriti verso l'alto.
I piccoli pesci e il pescecane scomparvero. Poi, un minuto nemmeno
era passato e, allibiti, non avevamo ancora scambiato una parola, ecco che tornarono ad uscire le sardine, da un'altra parte, alla destra della barca; subito sbucando proprio sotto di noi emerse ancora il pescecane, tanto vicino che istintivamente ci aggrappammo tutti ai bordi temendo che l'imbarcazione dovesse ribaltare per un colpo della coda. Ma non era solo, vedemmo le onde venir tagliate,
pi in l, da altre sfreccianti pinne di squali che, da quel che c'era dato di capire, erano anch'essi di grossa taglia.
Non pi di qualche minuto dur ancora la sarabanda, spostandosi,
scomparendo e riemergendo in momenti successivi; ne seguimmo
eccitati ed anche impauriti lo svolgimento; poi, quando sardine e squali, dopo un ultimo tuffo, non riapparvero pi, furono inghiottiti
dal mare, e gli uccelli ruppero la formazione e si allontanarono sparpagliati, voltammo la barca e, rimesso in moto il fuoribordo, ci dirigemmo verso il Maria Gabriella.
S'era di minuto in minuto pi felici e ci mettemmo a urlare sin dalla lancia quel che avevamo visto, mentre ci si avvicinava al Maria Gabriella.
Da un'ora all'altra tutta l'atmosfera di bordo cambi; lo spettacolo
ci aveva sferzato, avevamo visto uno, due, cinque grandi squali. Avremmo presto potuto rincontrarli, sott'acqua questa volta.
La cernia sfrecci sotto un masso madreporico; era una di quelle violacee, a pallini.
Stuart le nuot dietro, la colp al volo mentre stava per infilarsi
in uno spacco profondo. Ci fu una piccola battaglia, la cernia si dibatteva, cercava di divincolarsi; Stuart si contorceva cercando d'afferrare l'asta della freccia conficcata in quel corpo rossobruno, forte.
La macchina era carica, non avevo girato un sol metro ancora;
Beh, questa scena la riprendo mi dissi e stesi il corpo cercando di restare immobile. Inquadrai pescatore e preda e premetti la messa in moto. Non  una gran caccia, mugugnavo, ma pu venire una scena abbastanza bella.
Stuart aveva agguantato l'asta, andava cauto, le cernie del Mar Rosso hanno una dentatura seghettata, una bocca forte, paiono bulldog.
Un morso non sarebbe stato divertente.
Ed ecco che l'ha uncinata: la bestia rimane subito immobile.
Stuart risale, arriva alla superficie, dando delle lunghe falcate con le pinne. Lass (io son rimasto sotto a mezz'acqua, librato come una libellula), vedo che molla la preda, la quale, inerte, ricade a ciondoloni,
la bocca verso il fondo. Ha ancora dei piccoli sussulti, pare tendersi in un ultimo sbadiglio. Giro sempre. Qualcosa di incredibile
accade: la bocca s'apre, la cernia morendo vomita il boccone che aveva in gola, un grosso dentice.  bianco, tutto intero, succhiato
(la cernia, quando mangia, non usa tranciare e inghiottire, ma tiene per giorni il boccone in gola, succhiandolo).
Il dentice morto pare un fantasma, cos bianco, e lasciato a se stesso come una foglia; scende a spirale, lentissimo, verso il fondo;
mi passa vicino, le palle nere degli occhi rinsecchite nelle occhiaie sembrano un gelato mezzo sciolto in una coppa. L'ombra del pesce cala verso il fondo. Ora finisce la carica della molla, penso, ma ormai ho girato abbastanza, ho un finale stupendo per questa scena.
Ma proprio mentre sto per levare il dito dalla leva e smettere di girare, vedo qualcosa di ancora pi incredibile nel mirino. Un'altra cernia sbuca dalle madrepore, con due colpi di coda va incontro al cadavere che sta scendendo, lo fissa un istante, poi spalanca la bocca e lo addenta. Non lo inghiotte perch  una cernia assai pi piccola dell'altra.
Rimane cos, immobile, con il boccone di traverso. Poi, scuotendosi
tutta, lo sputa, e se ne va.
- S'era accorta che non era pesce fresco - borbotta Gigi quando lo raggiungo in superficie; anche lui aveva seguito tutta la scena, divertito e stupito.
All'alba del nostro secondo giorno di Mersa Halaib, fummo svegliati da un odore orrendo, pestilenziale.
- Hussein, prova quell'altra, prova... Maledetti cretini, io vi butto in mare!
- Stare cattiva!
- Anche quella?
- Stare cattiva!
- Maledetti, maledetti! Sciupate tanta grazia di Dio...
La puzza veniva dalla stessa direzione dalla quale ci giungevano
le grida che, per l'accento con cui venivano esclamate, erano sicuramente di capitan Gibaldi.
- E quella l, Hussein? Quella l di legno?
- Stare cattiva anche.
A questo punto c'eravamo alzati e vincendo la nausea per l'odore
che si faceva pi penetrante, avevamo raggiunto la plancia.
Davanti a noi c'era capitan Gibaldi, e c'era Hussein. Gibaldi, gonfio, con un asciugamano, una volta di spugna, avvolto ai fianchi, ed il panama sulla testa e Hussein ciclopico, nero, tutto nudo, sgambettavano
in una poltiglia di pesce marcio e di barili vuoti.
Hussein poco prima aveva sbadatamente fatto cadere uno dei preziosi recipienti riempiti da capitan Gibaldi con il sale ed il pesce secco ricavato dalle nostre cacce, il quale barile, cadendo, s'era aperto e n'era uscita una sostanza putrefatta, dall'odore e colore incredibili.
Subito Hussein era corso in plancia a comunicare la notizia al comandante,
il quale stava dormendo. Stropicciandosi gli occhi e coprendo le proprie nudit con il gi descritto asciugamano a spugna:
- Non  possibile! - aveva esclamato vincendo il chiasso del motore; - vedrai che ti sei confuso con un fusto di nafta. 
nafta, non sono pesci.
- Non nafta, pesci - grugn Hussein insistendo.
- Beh, si vede che era un recipiente non chiuso bene, - aveva ammesso, poco dopo, davanti al barile sventrato, capitan Gibaldi cominciando ad essere preoccupato. - Vedrai che gli altri sono tutti buoni.
- Aprire altri? - aveva chiesto impassibile Hussein. Poi:
- Stare cattivo... stare cattivo - aveva cominciato ad esclamare, mentre li apriva uno dopo l'altro maneggiando una leva di ferro come uno stuzzicadenti. E pronunciava quelle parole, che erano altrettante mazzate sulla testa del suo Comandante, con una implacabilit degna del coro di una tragedia greca. Forse i recipienti non erano stati ben lavati, forse l'interno era arrugginito o la quantit di sale fosse insufficiente
o certamente i pesci stessi non erano stati preparati per lo scatolamento seguendo le regole dovute, fatto sta che i quintali di pesce fatto seccare s'erano ora ammuffiti, putrefatti, sciolti. Erano tutti da gettare.
Gibaldi, quando fu quasi sommerso da quella sostanza organica, che avrebbe dovuto dargli la ricchezza, anzich prorompere in singhiozzi,
esplose violentissimo, cercando di trovare uno sfogo nei coloriti insulti che aveva appreso nella sua isola da giovanetto. Se la prendeva con gli arabi dell'equipaggio, naturalmente. Evocati dalle grida, gli accusati apparvero ed osservarono muti la massa gelatinosa delle loro fatiche tremolare per terra, percorsa dalle vibrazioni del motore della nave. Non erano turbati dalle maledizioni che capitan Gibaldi andava loro rovesciando in testa, ma piuttosto avviliti che tutto quel lavoro, tutta quella fatica fossero finiti cos malamente.
Guardarono capitan Gibaldi e da accusati divennero accusatori.
Said si mise di tre quarti, indic con una mano i pesci a terra e gli disse, senza guardarlo:
- Tu fatto lavorare tanto noi per questo? -. E la storia ebbe fine.
Fui felice, quando misi la testa fuori dell'acqua, nel vedere che stava arrivando Bruno con la barca a motore, chiamato dalle grida di Zecca e di Stuart.
Le gambe mi tremavano in maniera incontenibile; non avrei mai pensato che salire su un piccolo masso che emergeva sul ciglio della barriera potesse costare una fatica cos grande. Il peso delle bombole e della cinepresa mi faceva ripiombare in acqua, l sotto, proprio come accade nei sogni in cui non ci si riesce a levar dalle rotaie sulle quali s' adagiati ed intanto arriva velocissimo un treno.
- Uno squalo, enorme, dovevi vederlo.
- Ma com' venuto?
- La sagola, maledizione, Silverio slegala, che s' aggrovigliata l sotto.
- Com' andata la storia?
- Folco, faresti bene a salire in barca, ehi Folco!
-  andata che il bayard si dibatteva, perdeva sangue, si vede che l'ha chiamato.
Risentivo le voci, ero fuori, nella luce accecante di un mezzogiorno
di mare. Ero fuori, me l'ero scampata.
Il Maria Gabriella non era lontano, salimmo in barca e vi ci dirigemmo: poich il mio respiratore era scarico non avrei pi potuto lavorare quella mattina.
- Hai potuto girare? - badava a chiedermi Bruno.
- S, era molto scuro ma ho girato, naturalmente.
Avevo girato per vincere la paura, m'ero occupato di fuoco, di diaframma, di luce per non pensare al bestione che avevo intorno.
Tant' vero che quando fin la pellicola e lo scontro continuava, non smisi di girare, feci finta che ci fosse ancora pellicola, e ad ogni carica premevo la messa in moto per restare calmo.
A bordo trovammo del t, usciva bollente e puzzolente di fumo dalla cucina. Da bordo avevano udito un po' di grida, ma non ci avevano fatto caso, si gridava sempre durante il lavoro, per chiamarci o per altro.
- Dunque adesso fammi un racconto con calma, dimmi tutto.
- mi disse Vailati.
- Ho avuto una paura micidiale, da vergognarsi.
- Ma che vergognarsi, ti vedevamo da sopra, avevamo paura noi, una paura di quelle buone! - interruppero Stuart e Zecca, che m'avevano seguito nell'avventura appena terminata.
- Insomma, com' andata questa storia?
L'orgasmo, con le chiacchiere, si scaricava come la molla d'un carillon. Prendemmo fiato. Cominciai a raccontare quel che era accaduto
sott'acqua.
S'era in tre, Stuart, Zecca ed io. Avevamo lasciato la barca, che doveva ritornare a bordo per prendere Bruno, e c'eravamo messi a nuotare seguendo il bordo della barriera. Acqua torbida vicino alla superficie, pi sotto invece quasi limpida; ogni tanto ci si immergeva
scrutando in tutte le direzioni (io solo avevo il respiratore).
Durante una di queste immersioni mi venne incontro dall'alto mare un bellissimo esemplare di bayard piatto e lucente di una trentina di chili, per la sua specie proprio grosso. Non aveva alcuna paura di me, mi cominci a venire vicino, mi girava attorno, sempre fissandomi
come per capire chi diavolo fossi.
Ricambiavo lo sguardo, traguardandolo nel mirino; lo giravo, talmente
era bello nel colore e nei movimenti. Mentre lo fissavo, intravidi
Silverio che s'immergeva. - Magnifico! ne uscir una buona scena
di caccia, penso. Ed ecco la prima emozione della mattinata. Praticamente
fermo, ero sospeso a mezz'aria, ruotavo su me stesso seguendo
il percorso del bayard che imperturbabile continuava a girarmi attorno. Silverio arriv di fronte a me, un po' alto, attendendo che il pesce gli passasse davanti. Sulla direzione della freccia, proprio sullo stesso asse, c'ero io: Silverio tir mirando me, aspettando che il pesce saettasse fra noi due.
Per centrarlo, naturalmente, premette il grilletto una frazione di secondo prima che il bersaglio fosse al punto giusto; in quella frazione di secondo mi vidi partire la freccia dritta addosso; fortunatamente
non feci neanche a tempo a gelarmi di spavento che il pesce, continuando la sua rotta, si frappose fra me e l'arpione e se lo prese in corpo.
- Ma sei matto? - feci cenno a Silverio non appena finii di girare il pesce che si dibatteva. Silverio aveva il suo daffare a tener forte la preda che tirava disperatamente per scappare, non poteva rispondermi, cercava di risalire, doveva essere all'estremo limite della sua apnea. Mentre seguivo i suoi movimenti, con la coda dell'occhio
intravidi una grossa ombra risalire dal blu, venir lentamente verso di noi, cominciare a virare mostrando tutto il suo fianco.
Uno squalo! E che squalo: non enorme ma corpulento, estremamente
grosso. Nuotava maestosamente, la sua linea era assai diversa
da quella degli esemplari che eravamo soliti incontrare alle Dahlak.
Uno squalo, pensai, uno squalo sicuramente richiamato dalle vibrazioni del bayard ferito. E che squalo! mi ripetei. Secondo la vecchia legge scoperta e sperimentata nei precedenti mesi di Mar Rosso, il pesce ferito emettendo grida ultrasoniche aveva richiamato
il pescecane le cui prede preferite sono gli esseri in difficolt.
Qui, un bayard grosso aveva attirato uno squalo grosso. Ce l'avevamo davanti. Stava ora girando come se, vista la situazione, volesse andarsene.
Diedi un colpo colle reni, buttai le gambe in alto, la testa in basso, tenni forte la cinepresa, cominciai a scendere. Gli andavo dietro.
Avevo inspirato profondamente dalle bombole del respiratore e trattenevo il fiato; non volevo che il rumore dell'aria spaventasse il bestione.
Scendevo, gli andavo dietro. Stavo mettendomi con le mie stesse mani al centro d'una trappola, da cui avevo poche probabilit d'uscire
vivo.
D'un tratto il pescecane, che sino a quel momento aveva continuato
a nuotare lentamente avanti a me come se avesse intenzione di andarsene, si ferm, mettendosi di fianco.
A mia volta, sempre temendo di perdere l'occasione di poterlo cinematografare da vicino, ch quella sinora era la mia sola paura, mi arrestai. Sapevo per esperienza che gli squali fuggono con un guizzo se gli si nuota decisamente incontro. Non immaginavo che questo avrebbe dimostrato un carattere leggermente diverso.
Mi rigirai la cinepresa tra le mani per mettere a punto fuoco e diaframma. Mi resi conto in quel momento che la luce era molto poca, guardai in alto, dietro a me, sotto: il cuore mi diede un tuffo, ero molto fondo. Nello stesso istante lo squalo prese a girarmi assai lentamente attorno, con un movimento a spirale.
Ce l'avevo nel mirino, lo giravo. Cominciavo ad essere preoccupato,
ad ogni giro mi veniva pi vicino.
Chiusi nella massa di silenzio dell'immersione profonda, non s' raggiunti dal minimo rumore che possa distrarre, si odono soltanto i pensieri che si stanno facendo, tanti, simultaneamente. Inoltre, e
questo  assai pi importante, quel silenzio toglie ogni realt alle cose, quel che accade non pare di viverlo, ma di vederlo soltanto.
Per questo un pesce trafitto e che si dibatte non suscita fisicamente
alcuna piet: non lo si ode.
 per questo che si ha il coraggio di affrontare determinate situazioni
e di superarle.
Ma se l'attacco continua, se la situazione pericolosa perdura, se s'ha il tempo di riflettere, di rendersi conto che quell'ombra silenziosa
che si sta in modo sempre pi preoccupante avvicinando, non  un'ombra, ma qualcosa di reale, e noi siamo fisicamente davanti a lei, completamente alla sua merc e che questa gioca come il gatto col topo, e non ha fretta; appena ci si accorge di questo, si vien presi da una forma di terrore che  lo stato d'incubo totale, profondo e lucido.
Lo squalo mi saett contro da una distanza di sette o otto metri, mi pass vicinissimo, fui spostato sott'acqua dal colpo di pinna dato con la coda mentre mi sfiorava. Ero abbracciato alla cinepresa, avevo istintivamente rattrappito le gambe.
Poi, di nuovo scatt, sfrecciandomi pi distante e dopo avermi oltrepassato cabr un po' verso l'alto, in direzione della barriera di corallo, gir su se stesso, e dando con la coda nervosi, potenti colpi all'acqua, mi ripiomb addosso inclinato dall'alto al basso e passandomi cos vicino che per qualche fotogramma dello squalo inquadrai
solo una parte del muso con l'occhio piccolo, freddo e giallo che mi fissava. E vidi bene la bocca che gli squali hanno sempre socchiusa,
lasciando intravedere i denti.
M'aveva letteralmente sfiorato, ora continuava la sua corsa verso il fondo, poi risaliva lentamente ed ancora una volta s'arrestava ad una diecina di metri da me. A questo punto ebbi l'idea che determin il momento pi pericoloso dell'avventura: mi spinse a fuggire.
Mi volsi d'attorno. Per quanto immobili, sia lo squalo che io, avevamo continuato a scendere. La superficie distava ormai pi di trenta metri. Guardai indietro: la barriera! Se fossi riuscito a raggiungere
i coralli che verticalmente come una montagna scendevano dal fondo verso la superficie, la bestia m'avrebbe perso di vista.
Non avevo dato ancora cinque colpi di pinna fuggendo, che lo squalo s'avvent, aveva capito che avevo paura, ora si sentiva sicuro.
Fortunatamente l'istinto mi aveva suggerito di fuggire senza
voltare le spalle al pescecane, nuotando sul dorso, con la faccia voltata al pericolo. Fu questo che mi salv.
Se fossi stato girato di spalle, son certo che in quella prima carica lo squalo azzurro avrebbe dato il primo morso, al quale avrebbero
subito fatto seguito gli altri, nella nube violacea di sangue che si sarebbe liberata in quel punto. Invece stavo scappando, nuotando sul dorso e tenendo d'occhio la situazione, sicch non appena vidi la bestia arrivarmi addosso, io stesso con il coraggio della disperazione,
gli andai incontro agitando la cinepresa, e scaricando violentemente
aria dal respiratore. Avevo imparato, in quei mesi di lavoro sott'acqua che quello era il modo migliore per spaventare gli squali.
Lo squalo parve sorpreso dalla mia reazione, e non termin nemmeno
la carica passandomi accanto, ma a due metri da me vir di scatto, allontanandosi un poco.
Mentre schivavo l'ultima di queste cariche arriv ormai completamente
inaspettata la salvezza. Improvvisamente mi sentii bruciare la spalla destra. Girai la testa. Ero finito in mezzo ad un cespuglio di coralli.
M'abbrancai ai coralli, pungendomi, tagliandomi, non m'importava
nulla. Vidi un canalone stretto, mi ci misi in mezzo e cominciai a salire verso la superficie come un alpinista. L in mezzo la maledetta bestia non poteva certo raggiungermi. La vidi restare un po' perplessa, poi girare ed inabissarsi.
L'aria mi termin a met strada, ma arrivare alla superficie fu cosa da nulla. Mi issai su un masso madreporico affiorante. Erano tutti l. Mi bruciava la spalla urtata dai coralli. Mi bruciava il sole sul volto, mi ero subito levata la maschera. Stuart e Zecca mi raggiunsero
mentre s'avvicinava la barca di Vailati.
- Sai, ti abbiamo visto impegnato con lo squalo. Quando ci siamo resi conto che le cose si mettevano male, ci siamo buttati in picchiata
per venirti a dare una mano, forse un colpo di fucile nel groppone
sarebbe servito a qualche cosa.
- Si, vi ho visto, ma non ce l'avete fatta a scendere per la profondit,
no?
- La colpa  stata della profondit, ma non per la pressione ma per le sagole dei nostri fucili, che son lunghe trenta metri e pi di questo non ci facevano scendere. I palloni di gomma tiravano tanto i fucili da impedirci di proseguire, siamo riemersi allora, per sganciare i fucili da questo impiccio. Quando l'abbiamo fatto, s' visto lo squalo andarsene e tu tra gli scogli che risalivi.
Alla sera Zecca ci apostrof agitando un cucchiaio ricolmo di fagioli con le cotiche.
- Bella figura avremmo fatto - disse - se quella bestia ti avesse mangiato! Bella figura. Dopo tutte le conferenze, le interviste, gli articoli che abbiamo stampato, proclamando che gli squali non sono pericolosi... Bella figura!
Davanti alla barriera di Mersa Halaib non avemmo solo incontri con squali, ma anche fortunati incontri con pesci straordinari. Furono parentesi distese, tranquille, oasi preziose nel tumulto delle giornate che stavamo passando. Scivolavamo, Giorgio ed io, all'inseguimento di un pesce che ancora non s'era visto o non s'era cinematografato, vivevamo immersioni che avevano un loro fascino meraviglioso, privo della concitazione e della violenza delle immersioni di caccia.
La partita a rimpiattino per raggiungere e cinematografare l'esemplare
o il branco intravisto, si svolgeva al rallentatore. Tutta la tecnica
stava nel non spaventare le bestie che inseguivamo, d'arrestarsi quando esse s'arrestavano, di seguirle dappertutto s che si abituassero
alla presenza di quel grosso estraneo che le pedinava. Compiendo queste operazioni si ha il tempo di gustare l'immersione, ci si diverte ai passaggi nelle grotte; a nuotare avvitandosi attorno ad un campanile
di corallo, a osservare con attenzione le mille cose che un pesce fa durante la sua passeggiata, i suoi rapporti sociali con gli altri pesci, quali saluta, quali schiva, quali gli sono indifferenti. E si dimentica l'orgasmo di tutta la giornata.
Seguii ronzando come un calabrone, con la cinepresa in moto, le macchie d'oro dei pesci unicorno che lenti pascolavano su piccoli praticelli d'alghe sui quali batteva il sole. Li inquadravo fissandone la buffa fisionomia: quel lungo sperone a proboscide che avevano davanti era qualcosa di assurdo.
Poi fu la volta di un pesce pappagallo, quale mai ne avevamo visto di cos grande. Era verde come una bottiglia, con una gobba sul naso, corrucciato, e s'aggirava sui venti metri di profondit con l'incedere di un diplomatico con la gotta. Facemmo di tutto per portarlo
a tiro cinematografico, ma invano. Lo inseguimmo lungo la barriera, d'un tratto s'infil in una specie d'imbocco di metropolitana e scomparve nei meandri corallini. Facemmo a tempo, per, a segnarne dati e caratteristiche da aggiungere all'elenco delle osservazioni per
Baschieri. Il grosso quaderno di appunti sarebbe stato il regalo in cambio della posta e dei giornali che fra pochi giorni l'amico, che ci doveva raggiungere, ci avrebbe portato a Porto Sudan, per dove eravamo
in procinto di partire.
- Acqua, nafta, ed aria compressa stanno per finire, - ci disse Vailati, la sera, facendo il punto della situazione. - Quindi ci conviene
arrivare a Porto Sudan, fare il rifornimento, caricare Cecco,
riposarci due giorni, poi riprendere la caccia. Che ne dite?
Aprimmo la carta nautica sul tavolino, gettammo un'occhiata alla strada che dovevamo compiere. Seguivo distratto il segno della matita,
non sentivo pi le chiacchiere. Guardavo quelle righe, quei nomi, quei piccoli numeri segnati sul foglio che avevamo davanti: ognuno di essi significava giorni di lotte, di speranze, di delusioni. Quel foglio aveva l'irritante freddezza di un atto pubblico, di un certificato di nascita
o di morte che dietro le sue righe nasconde passioni, dolore, amore, mille sentimenti e avvenimenti.
Fissavo la carta, scendevo con l'occhio lungo le righe, i segni, i piccoli numeri che ci attendevano ancora. Quando li avrei rivisti, fra dieci giorni, fra un anno, ognuno di essi mi avrebbe ricordato qualcosa, come gli altri. Ora mi veniva voglia di prendere il foglio, scuoterlo, guardarlo controluce, chiedergli per favore cosa ci riservava pi gi, verso il sud. Non potevo credere che lui non lo sapesse gi.

Capitolo 22.
Omm el Kurusb.

- Guardate quest'isola, questo scarabocchio sulla carta a met strada tra qui e Porto Sudan. Si chiama Omm el Kurush. Sapete cosa vuol dire? Vuole dire in arabo la madre degli squali.
Tacque un momento e tacemmo anche noi: s'udiva solo il fruscio
della carta che il vento agitava sul tavolino; la tenevamo stretta con le palme delle mani, sentivamo con l'epidermide questo suo esistere, la sentivamo viva come noi.
- Che ne direste - prosegu Vailati, - di fermarci l un giorno o due mentre si scende verso Porto Sudan? Il nome promette molto, ma ancor pi promettono questi numeretti segnati vicino alle coste. Subito al di l della sua barriera vi sono strapiombi colossali;
questa isola  una vera torre in mezzo al mare aperto.
Furono parole, quelle, che andarono a pennello per Omm el Kurush. Scendemmo per duecento miglia, avvistammo il faro di
Dongonab dopo aver lasciata la costa di Ras Rawaia e la Punta Sabbiosa.
Omm el Kurush doveva essere davanti a noi, poco pi avanti.
Nella luce del pomeriggio inoltrato il mare era scuro, ogni tanto un soffio di vento caldo urtava la cresta di un'onda e una macchia bianca di schiuma appariva improvvisa. Noi trasalivamo, c'era parso per un secondo - il tempo che la schiuma fosse riassorbita dal blu profondo dell'acqua - d'aver visto le scogliere dell'isolotto.
Eravamo in plancia. Udivamo ripercuotersi nella balaustra, alla quale eravamo appoggiati, il tum-tum, tum-tum pesante del motore che batteva avanti adagio.
Capitan Gibaldi era eccitato, borbottava tra i denti; ogni tanto si consultava, gridando, con Hussein e Said che erano in piedi a prua e si guardavano attorno. Stavamo entrando in una gigantesca baia, la baia di Dongonab, il cui faro di Abington, restato alle nostre spalle, e l'isolotto di Omm el Kurush erano le estreme ed affioranti
sentinelle. Dietro di loro, verso la costa del Sudan, la baia era percorsa
da barriere di corallo incrociantisi in tutti i sensi, riunite in anelli come atolli, disposte ad ogni profondit.
Per questo avanzammo avanti adagio e non ci sarebbe stata la focaccia dolce per capitan Gibaldi, stasera; chi gliel'avesse portata
avrebbe rischiato di vedersela tirare in faccia. Quelle insidie, anche per lui che da ventidue anni ci bazzicava in mezzo, lo rendevano
un po' nervoso.
Tum-tum, tum-tum, andammo avanti ancora una decina di minuti,
poi, deposto da un abile prestigiatore, l'isolotto apparve alla nostra vista, vicinissimo.
Il solito mucchietto di sassi e di sabbia rossicci sporcati qua e l di bianco dagli uccelli: Omm el Kurush era come tutte le altre mille isole del Mar Rosso, solo che era pi piccola del piccolissimo scarabocchio che l'indicava sulla carta nautica. Per questo non riuscivamo
a vederla.
- Isola , questa? - sbott capitan Gibaldi, fissando Vailati.
- Quale isola? Una cacca di mucca . Certo. Ma non un'isola. Quale
isola?
Il suo nervosismo era aumentato perch s'accorgeva che non si poteva ancorare a ridosso di quel lembo di terra: non esisteva ridosso
a Omm el Kurush. Le onde investivano l'isola sopravento, continuavano
la loro corsa lungo le coste e si ricongiungevano sul lato sottovento, tumultuose come fossero le acque di un torrente alpino.
C'era, qualche miglio pi nell'interno, un'altra isola, anch'essa piccolissima, Maietib. Fissandola con il cannocchiale si vedeva che attorno a lei le acque erano pi calme, e la ragione fu palese quando scorgemmo una lunga riga chiara che tagliava il mare, una cintura di corallo molto lunga che le faceva da protezione.
Dai mugoli di capitan Gibaldi capimmo che avremmo girato attorno a quella barriera per andarci ad ancorare laggi. Mentre, con un colpo di pancia, il comandante del nostro battello allontanava l'arabo che era al timone per afferrare egli stesso la ruota, apparve Vailati. Aveva deciso di farsi calare in acqua con la barca a motore lui, Bucher e Zecca per dare un'occhiata ai fondali e poi raggiungerci nel punto ove avevamo deciso di ancorarci.
Si cerc di eseguire la manovra in tutta fretta, dato che arrestare
il battello vicino alla costa con le condizioni del mare cos agitato non era molto prudente.
La barca, sollevata dalla biga per essere calata in mare, si mise
ad ondeggiare paurosamente da una parte all'altra della tolda del Maria Gabriella che, fermo, era in piena bala delle onde. Hussein
(solo lui poteva farlo) riusc infine ad afferrare la barca impazzita e l'esito della manovra fu assicurato.
Subito ci rimettemmo in marcia verso l'ancoraggio, mentre il ronzo del fuoribordo della barca di Vailati si perdeva alle nostre spalle.
Avevamo gi avuto occasione di ammirare capitan Gibaldi in azione, ma quel giorno super se stesso.
Il sole era gi calato quando arrivammo alla linea schiumosa della barriera corallina che cingeva come un atollo l'isoletta, a fianco della quale volevamo ancorarci.
- A un certo punto - diceva capitan Gibaldi, ma la carta nautica non ne parlava - ad un certo punto dovrebbe esserci un passaggio.
Dimentico di ogni facezia, teso ad essere veramente un corpo solo con la borbottante carcassa del suo battello, egli continu per una buona mezz'ora ad avanzare lateralmente alla scogliera. Poi, quando quasi non ci si vedeva pi, url:
- Eccola! Hussein, eccola!
Girammo bruscamente, fummo sollevati da un'onda ed avemmo l'impressione di essere scaraventati sulle rocce della barriera ch'era davanti. Ci aggrappammo involontariamente alla balaustra della plancia,
ma non avevamo finito questo gesto che s'era gi entrati nella parte interna, nella laguna; per pochi secondi anche noi avevamo intravisto
il passaggio nel quale il Maria Gabriella s'era infilato, passandoci
a pelo. Il cosidetto canale era un quasi invisibile passaggio che solo Capitan Gibaldi poteva riuscire a vedere.
L'ncora sferragli in acqua, sul fondo di sabbia.
- Lougudh... Lougudh... - urla dopo, l'ineffabile nostro amato
lupo di mare, - ...e questa focaccia me la porti, s o no?... Ah?
Vailati, Bucher e Zecca arrivarono che era notte da pi di un'ora. Noi s'era molto in pensiero. - Come diamine faranno a passare la cintura di corallo con quelle onde, - ci chiedevamo? Non conoscono
il passaggio.
- 'Mbriachi e picciriddi, - borbottava capitan Gibaldi rivangando
nel suo repertorio di massime siciliane, - 'mbriachi e picciriddi Dio l'aiuta!
Fu proprio cos. Essi restarono fin all'ultimo raggio di luce in acqua attorno a Omm el Kurush, poi si diressero dritti verso il Maria Gabriella in direzione della lampada che avevamo acceso a poppa.
Quand'arrivarono, di onda in onda, alla barriera, all'altezza del pericolo, neanche se ne accorsero perch era gi notte buia. Ebbero la fortuna di prendere l'onda giusta e di essere portati miracolosamente
in braccio al di l delle rocce.
- Beh, e squali? - chiedemmo.
- Ognuno di noi, - disse Valiati, - ne ha visti tre o quattro,
e di grossi. Bucher alla punta nord, Zecca sul lato del mare aperto.
Io per darvi un'idea, ne ho avuti attorno tre, belli e aggressivi al punto che, data la tarda ora, e poich il mare cominciava ad essere tutto nero sotto i miei piedi, mi son ritirato sul bordo della barriera, entro una specie di vasca, il balcone fatto di coralli. Di l continuai ad osservare, pi tranquillo, le evoluzioni dei pescecani. E proprio mentre mi rincuoro e mi dico qui sono al sicuro, mi accorgo che all'altezza del mio ombelico sta sbucando, flessuosamente ondeggiante,
una murena enorme. A bocca spalancata, naturalmente.
- Allora pu darsi che domani sia la nostra grande giornata.
- Pu essere.
- Lo sar senz'altro!
-  pronta la cena!... oh! Il riso si scuoce!
Salimmo lentamente in plancia continuando le chiacchiere. Eravamo
ancora una volta presi dall'entusiasmo.
- Io propongo, quindi, - concluse Vailati in uno dei suoi eccessi di mania organizzativa che sfioravano l'assurdo e di cui lui poi era il primo a ridere - che con gli squali domani si agisca secondo un preciso programma. Al primo non dobbiamo sparare, ma Folco e io cercheremo di ottenere la scena dello squalo che mi mangia un pesce all'arpione. Il secondo squalo ci servir per girare delle scene con uomini che gli nuotano attorno e vicino senza sparargli.
Al terzo sparer Bucher. Al quarto Zecca, al quinto io. Avremo cos tre scene di caccia da potere scegliere...
- Il sesto e quelli che avanzano - borbott Gigi - li mettiamo
sotto sale...
- Siamo d'accordo?
Lo eravamo naturalmente. Ma ciascuno di noi temeva che le cose dovessero andare diversamente, e per paura che questo timore dovesse scoraggiarci troppo, cercammo di cambiare discorso. Ci aiut capitan Gibaldi.
- Squali, dite? Di storie di caccia agli squali ho da raccontarvene
una anch'io. Nel ventisei fu, nel millenovecentoventisei... o nel ventisette? Di marzo, comunque, fu. Fine marzo. Tra marzo ed aprile. Io avevo un battello che portava merci tra Palermo e le Lipari. Ma non fu nel ventisei, fu nel ventidue. Nell'autunno del ventidue. Beh, a Palermo ero, nel porto. E ti vedo uno squalo volpe volteggiare a pelo d'acqua. Prendo l'arpione e infilzo la bestia con un colpo secco...
- Bravo!
- Come?
- No, - dico, - bravo!
- Ah, bravo... Eh, certo che fui bravo: in pieno lo presi.
Ma enorme come era mi tirava sott'acqua, a me con tutto il battello...
Allora...
- Che faceste?
- Legai la sagola dell'arpione al lampione a gas che era sul molo. Un'idea formidabile, ma non immaginavo quanto grande fosse la forza di quel pescecane; mi pieg il lampione a gas, mi pieg. E
fugg... "Mizzeca, signor tenente!" dissi. E qui cominci il bello!
- Prendeste un altro squalo?
- No, arrivarono le guardie di citt e mi chiesero come avevo fatto a piegare il lampione a gas. Io spiegai la storia dello squalo volpe, ma quelli non ci credettero, e lo squalo io non l'avevo pi.
Una multa volevano fare, dicendo che avevo ormeggiato la nave al lampione anzich alla bitta. Con me le guardie sono fissate, maledettamente.
Quella volta mi dissero che, o pagavo la multa o sequestravano
il battello, con tutto quel che c'era sopra. Nei porti sempre questioni succedono. Son quelli delle capitanerie...
Tacque e noi pure. Ci sembrava indelicato turbare quell'istante cos gravido per lui di tristi ricordi.
Sollev la testa fieramente e: - Signor avvocato Vailati --
disse - sia chiaro, parola d'un Gibaldi, che io a Porto Sudan il pilota per entrare in porto non lo prendo. Da ventidue anni, io giro il Mar Rosso e salvognuno i porti li conosco.
Dopo di che s'alz e scomparve nella timoneria augurandoci la buona notte. Seguimmo il suo esempio, spegnemmo la lampada e scendemmo le scalette per raggiungere le brande.
Nel silenzio della notte ci giungeva di lontano il rombo delle
onde sulla barriera, al di l della quale c'era Omm el Kurush, la madre degli squali.
A domani, mamma.
Arrivammo sotto le coste dell'isola all'alba. Le acque sotto di noi erano ancora scure, ma vedemmo lo stesso delle grandi ombre nere voltarsi sotto la chiglia.
- Globicefali! - esclamammo all'unisono.
Al nostro apparire fuggirono: s'intravidero poco dopo emergere
veloci a cinquecento metri da noi, soffiare colonne argentee di vapore, poi scomparire definitivamente.
-  un guaio, - borbott Zecca -  un guaio perch gli squali han paura dei globicefali e rischiamo cos di non trovarne, pu darsi che siano fuggiti tutti.
Entrammo in acqua ed il timore di Zecca parve fondato: di squali neanche l'ombra.
Ci sfior un istante di smarrimento. La fortuna ancora una volta ci aveva tradito?
Sbucarono fuori, Enza e Raimondo, come due tappi. Cominci subito lei, aveva un po' d'acqua del boccaglio in bocca, parlava, tossiva e sputava:
- Ho tirato ad un piccolo sauro, l'ho cominciato a tirar su...
La solita storia: si dibatteva molto,  arrivato un pescecane
sfrecciandomi vicinissimo. Ero sola, son riuscita a staccare il pesce dall'arpione,
l'ho mollato, lo squaletto se l' afferrato al volo e se ne  andato... Peccato che non c'eravate!
- Eravamo scesi sotto, profondi.
- Enza - interloqu Raimondo, parlando tra i denti senza levarsi il boccaglio del respiratore - riprovaci.
Quindici secondi dopo siamo a quota meno dieci e fissiamo Enza. Passa un bayard piccolo, venato di verde, i muscoli di Enza si rattrappiscono un istante e si tendono, con loro si stende tutto il corpo, saetta l'arpione: il pesce  trafitto.
Sale, scende, gira su se stesso, riga lo spazio blu d'un filo rosso di sangue. Sbatte la coda a ritmo fitto; quel che accadr ora  legato alle vibrazioni che non udiamo e che stanno riempiendo questo spazio
di mare di laceranti messaggi ultrasonici.
Subito dal largo arriva uno squalo.  piccolo, e malgrado sia un mako, una specie non eccessivamente bonacciona, non incute gran timore sin che avanza sornione. Ma quando prende a
contrappuntare la danza del bayard con un'altra danza fatta di passaggi rapidi, puntate, giravolte, anch'egli fa la sua impressione. Enza molla l'asta del fucile con la preda. Vicino a questa si mette Raimondo.
Io mi libro un po' distante con la macchina pronta.
Il mako fa un ampio giro, il suo piccolo occhio  sempre fsso sul boccone succulento del pesce sanguinante, ma da certi arresti
della coda sembra che l'istinto l'avvisi, lo metta in allarme, gli sussurri attento, c' una trappola. Ma la fame  pi forte. Gira su se stesso e come un sasso lanciato da fionda ci viene incontro, puntando
sul bayard, un po' inclinato. Premo la messa in moto, Bucher alza impercettibilmente la canna del fucile, ecco lo squalo davanti a lui, il colpo parte, s'infila perfetto tra branchia e branchia del pescecane,
direzione cuore-fegato, un colpo che non d scampo.
Urliamo pensieri di gioia, mentre l'azione continua.
Enza, al limite dell'aria, risale in superficie; vedo con la coda dell'occhio la sua ombra che risale incrociarsi con un'ombra che scende. Il mako, intanto, reagisce per qualche secondo, poi, quando
Bucher l'afferra per la coda, non si scuote pi; si lascia vincere, stanco.
Il cacciatore (un braccio impugna il fucile e la freccia infilata nella parte anteriore del pescecane, l'altro impugna saldo l'attacco della coda) comincia a risalire sfiorando un piano ondulato, ove piccoli
ciuffi di coralli di fuoco, alghe giallognole e superfici di spugna raggrinzita si stendono irregolari.
La sua figura ed il bianco del ventre del pescecane si stagliano nel colore del mare profondo che  alle loro spalle. Tutto  soffuso dall'azzurro violetto che copre, come una nebbia, ogni cosa.
Improvvisamente scocca un lampo. Per una frazione di secondo brillano tutti i colori nella loro vera luce: rosso il sangue dello squalo, rosse le bombole del respiratore di Bucher, d'oro i coralli di fuoco, gialle le alghe, rosa le spugne. Giorgio ci aveva raggiunti con la macchina fotografica e il flash.
Riemergo adagio. Ancora una volta odo la musica delle canne d'organo, il respiratore sta per vuotarsi. Lente, e in curiosi accordi le note rotolano gi per i picchi della parete di Omm el Kurush.
Bucher, sopra di me,  gi in superficie, lo vedo che mi guarda, gli faccio cenno che ho finito di girare. Allora lascia penzolare la freccia
con lo squalo trafitto, appoggia i due piedi sul corpo della bestia di qua e di l del buco ove  penetrato l'arpione, si tira questi a s mentre allunga le gambe: uno sforzo, poi l'arpione si sfila dalla bestia e lo squalo si stacca dalla punta, ricade inerte. Lo incrocio mentre con la pancia all'aria scivola morto verso il fondo.
Dei piccoli pesci azzurri corrono dietro alla riga sporca di sangue
che esce dalla ferita, sin che il suo corpo arriva sul fondo, cade come un aquilone cui si siano rotti i fili. S'adagia sul piano delle alghe che poco prima avevamo sfiorato e queste si richiudono su di lui.
- Adesso possiamo anche partire, andare a Porto Sudan, -
dico ridendo a Raimondo appena riemerso.
- Ma sei contento della scena? - mi chiede mentre, dopo aver nuotato per venti metri, siamo giunti al bordo della barriera dove si tocca e pensiamo di riposarci un momento.
- Beh, si, sono contento. Non  uno squalo grosso, ma la scena  bella.
- Lo squalo non era grosso.
- S, ma ho girato proprio la cattura. Uomo e bestia insieme: ancora non l'avevamo questa scena.  bella.
- Qui si potrebbe far di meglio.
- Far di meglio?
- Basterebbe restare qualche giorno, cercare.
- Ma ci ritorneremo magari, ora non  possibile. L'aria per i respiratori  finita, - e battei le nocche sulle bombole. - Proprio adesso si  svuotato anche il mio. Questo era l'ultimo soffio del bombolone
di riserva. Dobbiamo assolutamente andare a Porto Sudan, ricaricare tutto, spedire la pellicola. Qui ci torniamo, magari.
- Magari...
A interromperci sono grida lontane portate dal vento.
- Chi  che chiama?
- Zecca.
- Zecca, dov'?
- Eccolo l, davanti alla punta.
Omm el Kurush, la madre degli squali! A quel gridare di Zecca cominci l'avventura col nostro pescecane pi grande e girammo
una scena, una di quelle per cui s'era ritornati in Mar Rosso.
Tornammo a bordo seduti sulla preda catturata: era tanto
grande che prendeva tutta la barca per il lungo, occupando i nostri posti. Sul dorso aveva una profonda cicatrice, ricordo di una lotta feroce sostenuta con qualche altra fiera del mare.

(Didascalia)
Francesco Baschieri in immersione alla base di una Barriera corallina dalla quale si dipartono i lunghi, filiformi coralli a frusta che l'operatore Manunza
filma, con la sua macchina da ripresa subacquea munita di ali e timoni stabilizzatori.
(Fine didascalia)

(Didascalia)
Sulle balze e tra i meandri della grande Barriera corallina di Zabardjadh.
(Fine didascalia)
(Didascalia)
Omm-El-Gurush: Bucher risale dall'alto fondo dopo aver arpionato uno squalo-mako.
(Fine didascalia)

(Didascalia)
L'autore fotografato recentemente in immersione con una completa attrezzatura Mares.
(Fine didascalia)
(Didascalia)
Lo sguardo d'odio di un piccolo squalo-bruno
colpito da un perfetto colpo d'arpione.
(Fine didascalia)

(Didascalia)
La foto pi rara della Spedizione: allo scoccare del flash subacqueo cogliamo l'immagine di uno squalo nel momento in cui addenta una preda preparatagli come esca.
(Fine didascalia)

(Didascalia)
Un grande squalo-nutrice catturato da Zecca e Bucher, un altro squalo catturato
da quest'ultimo e un primo piano della remora, il famoso pesce parassita dei pescecani.
(Fine didascalia)

(Didascalia)
Nelle pagine seguenti: incontro con un branco di barracuda, cattura di un esemplare del branco stesso e foto in dettaglio dei suoi denti accuminati e temibili.
(Fine didascalia)

(Didascalia)
La manta catturata da Bucher nel porto di Massaua e la stessa poco prima d'essere arpionata.
(Fine didascalia)

(Didascalia)
Un volo di mantas sul fondale sabbioso di Shumma.
(Fine didascalia)

(Didascalia)
Nella pagina precedente: lotta per la cattura della manta gigante che stabil il record del mondo di caccia sottomarina per la Spedizione Subacquea Nazionale nel Mar Rosso: Bucher tenta di finire l'animale a colpi di coltello afferrandosi ad una sagola, nella quale Quilici - che sta girando la scena -
si  pericolosamente impigliato.
(Fine didascalia)

(Didascalia)
La manta gigante fotografata mentre punta verso la macchina da ripresa e mentre viene portata alla superficie da Zecca, Bucher e Vailati che l'hanno catturata.
(Fine didascalia)

(Didascalia)
La manta catturata da Bucher. nel porto di Massaua, mentre viene riportata verso la superficie e appena sollevata fuor d'acqua dal bigo del Formica.
(Fine didascalia)
(Didascalia)
La manta, un record del mondo di cattura, di oltre mezza tonnellata di peso, viene issata con l'argano a motore, fuor d'acqua, nella zona ove fu catturata. Con quella vittoria su un gigante del mare fin l'impresa di
Sesto Continente dopo un anno e mezzo di avventure in Mar Rosso.
(Fine didascalia)

- Guarda quant' fonda. Sarei curioso di sapere chi gliel'ha fatta.
- Un altro squalo.
- Non credo. Non  una ferita a mezzaluna come da un morso di pescecane. Forse  un colpo di pescesega.
- O di pesce spada, o forse di un globicefalo.
- Chiss che battaglia!
- Evidentemente l'ha vinta lui. Segno poi, che anche gli
squali-nutrice non sono quei vecchietti sdentati che comunemente si crede.
- Vai a capirle 'ste beste. Queste ce l'han sempre dipinte come assolutamente bonaccione.
- Per quanto riguarda la lotta fatta con noi, non si direbbe...
- Le codate che dava. Le codate! A prescindere dai denti, era una furia per i suoi contorcimenti.
- Ha tirato fuori, appena sparato, una forza che sembrava Sansone quando ce l'aveva coi Filistei.
Appena sparato... smisi d'ascoltare quella conversazione che mi arrivava al disopra del rumore del fuoribordo; non volevo che la mia rabbia aumentasse ancora. A cavalcioni del dritto di prua della lancia che ritornava a fatica al Maria Gabriella, avevo i piedi immersi nell'acqua fresca che mi scivolava sulla pelle. Avrei voluto essere come un'antenna, un parafulmine, per scaricare in mare l'elettricit che avevo in corpo.
Tutto era andato bene, avevamo ottenuto una splendida vittoria
sportiva, catturando lo squalo pi grosso della nostra Spedizione, avevamo pi di una buona ragione per essere di umore ottimo. Invece
stavo schiattando: non vedevo l'ora di arrivare a bordo per buttarmi
a letto, addormentarmi.
Perch s, avevamo in tasca una bella vittoria, ma non me ne importava niente in quel momento: quel che mi rodeva era il fatto che la parte pi bella della lotta io non l'avevo potuta cinematografare.
Quando Zecca aveva chiamato, Bucher ed io c'eravamo precipitati
verso di lui. Io ero rimasto, al solito, indietro, attardato nel nuoto dal peso e dall'ingombro della cinepresa. Nel tempo del mio ritardo, Bucher e Zecca erano stati accecati dalla loro ormai sfrenata rivalit sportiva.
Zecca aveva scorto lo squalo ad una dozzina di metri dalla superficie;
dopo avermi chiamato s'era messo a seguirlo per non perderlo di vista. All'improvviso aveva scorto Bucher arrivare puntando la preda.
Il racconto dei due sportivi a questo punto, naturalmente, divergeva:
Zecca diceva che il suo antagonista era partito dritto dritto per sparare allo squalo, Bucher asseriva che non era vero niente, lui aveva solo intenzione di seguire la bestia e di attendermi.
Fatto sta che, in poche parole, Zecca all'apparire di Bucher s'era immerso e s'era portato a tiro per paura che l'altro cacciatore gli
rubasse la sua preda.
Sopraggiunsi in quel momento. Vidi il braccio che si tendeva, il fucile puntato... Urlai sott'acqua, sentii il sangue salirmi alla testa... Ero lontano ancora, non potevo girare. Zaac... la sferzata del colpo si propag sott'acqua ferendomi come se l'arpione avesse colpito
me, invece dello squalo.
Zecca aveva sparato. Aveva sparato e la bestia aveva avuto un sussulto, s'era contorta. Mentre cominciava a perdere un fiotto di sangue scuro, s'era messa a dibattersi attorno all'uomo che cercava
di tenerla salda.
Ero ancora lontano. Ma perch, perch non m'ha aspettato?, mi chiedevo. Avevo perso la possibilit di avere una grande scena.
Giunsi a tiro assieme a Bucher che diede il secondo colpo, e quello almeno lo potei girare.
Scoppiavo per la rabbia e per il fatto che ero senza respiratore;
ma giravo lo stesso, mi tuffavo, scendevo sotto e giravo.
La scena era stupenda: i due uomini lottavano con lo squalo per portarlo lentamente verso la superficie. Avevano sparato ambedue
con i fucili a sagola corta, vale a dire non avevano usato il sistema
del galleggiante alla superficie collegato alla freccia. Quindi erano avvinghiati ai due arpioni conficcati nel corpo della bestia per impedirle
di fuggire. Ogni tanto uno dei due saliva alla superficie, prendeva
aria e ridiscendeva. Lo squalo dava forti codate e cercava di girarsi verso i suoi aggressori contorcendosi, ma non ci riusciva. Gli arpioni glielo impedivano.
Mi pareva di sentire la bestia e gli uomini ansimare per la lotta, ansimare e rantolare nel corpo a corpo. Invece tutto era silenzio.
D'un tratto lo squalo non aveva pi opposto resistenza. Zecca e Bucher rapidamente s'erano messi a nuotare verso la barca.
Poi, come un condannato a morte che si divincoli al momento d'essere appoggiato al muro o messo a sedere sulla sedia elettrica sapendo che quello  l'ultimo gesto, l'ultima azione che il suo corpo potr fare, dopo sar la morte, cos lo squalo, arrivato sotto la barca, aveva avuto un guizzo violento.
Riprese a lottare, a contorcersi, a dar codate: sentiva che la fine era al di l di quella parete di legno contro la quale batteva furiosamente. Poi tutto era finito.
Stupendo, mi dicevo cercando di consolarmi per la parte iniziale che non avevo girato. Ma non ci riuscivo. L'avventura era finita bene, lo squalo portato alla superficie vinto era stato issato in barca ed io avevo potuto riprendere tutta la scena anche di fuori.
Tutto bene, tutto bello; ma continuavo a restare di malumore, non tanto per quel che era accaduto, ma pensando al futuro.
Stavamo cercando d'incontrare il famoso gigante del mare per dargli battaglia. Eravamo disperati perch questo incontro, questo scontro, non avveniva mai. Ora mi dicevo: Cosa accadr se avremo la fortuna d'imbatterci in quel che cerchiamo ed i cacciatori si metteranno
in una cieca gar al primo colpo dimenticandosi, come oggi con questo squalo, che l'avventura dobbiamo girarla, non solamente
viverla?.
- Cima!
Eravamo arrivati sotto bordo al Maria Gabriella. Il fuoribordo tacque, ma me lo sentivo ancora vibrare dolorosamente nelle orecchie.
Avevo un mal di testa terribile.
- Passa la cima, Giorgio.
- Capitan Gibaldi, guardi qua cosa le portiamo in regalo!
- Peccato che lei non abbia pi voglia di metter pesci sotto sale.
- Gesummaria!
Piazzai la cinepresa da superficie in plancia. Bisognava che non perdessi l'occasione di mettere da parte una buona inquadratura: l'issamento a bordo dello squalo catturato, immagini che avrebbero dato il senso della grandezza della bestia.
Girammo. Ordini, confusione, urla; il sangue colava dappertutto.
La preda sal dalla barca sul ponte, il testone ruot giallo e grosso come una pera matura davanti a noi. Sentii che anche la mia pareva enorme, mi girava.
Caddi a dormire di piombo, senza mangiare.

Capitolo 23.
Pescatori di bottoni.

- I pescatori di perle. Sono su un sambuco ancorato qui vicino
- dice Vailati. - Cosa intendi fare? Come ti senti?
Male, mi sentivo. Tesi in uno sforzo per giorni e giorni, si diventa
delicati come un'automobile da corsa, della quale anche un solo piccolo difetto tecnico pu arrestare la gara.
Cos' un mal di testa? Nulla, eppure non s'ha idea di quel che significhi scendere, col mal di testa, sott'acqua: pare d'avere un cerchio
d'acciaio che stringe il cranio, cadono le lacrime dagli occhi come spremute da un limone. In tale stato quella mattina avevo dovuto
immergermi, e immergermi per di pi con pochissima aria nel respiratore: dovevo respirare adagio, a grandi intervalli per non consumarla. Era frutto di un miracolo del bravo Giorgio quel poco che avevo: era riuscito a sgocciolare da tutte le bombole di riserva quel tanto da caricarmi per una volta ancora il respiratore. Cos ero potuto scendere sott'acqua a girare le immersioni dei pescatori di perle.
A vederli negli occhi, a vederli al lavoro non ebbi nemmeno pi il coraggio di lamentarmi dei miei dolori alla testa.
Uomini di trent'anni, che sembrava ne avessero settanta; gli occhi erano rossi, bruciati, fissi dietro la risecchita pelle della faccia.
Sul sambuco i pi vecchi, gi ciechi, erano adibiti ad umili lavori di bordo e preparavano quel poco da mangiare che costituiva la loro cena.
Restai sul fondo molto tempo: le loro piroghe, staccatesi dal sambuco, erano sopra di me, galleggiavano lunghe, lontano, nere, sul pelo azzurro della superficie. Ogni tanto una macchia bianca si dipingeva
al loro fianco, e vedevo scendere il pescatore con un curioso modo di nuotare. Gli occhi sbarrati, la grande futa di tela bianca svolazzante nell'acqua, le braccia aperte: angeli neri che precipitavano
dal loro cielo d'acqua, figure di un affresco mai dipinto. Mi chiedevo
perch non lavoravano nudi, se fosse solo per il loro innato
pudore o per qualche altra ragione. Uno di essi per poco non affog davanti
ai miei occhi: gli si era slacciata la futa, di un colpo. Subito, l sotto, aveva cercato di rimetterla a posto rischiando di morire soffocato.
Il capo sambuco ci spieg pi tardi la ragione di questo loro pudore: un arabo, se muore nudo, non pu presentarsi ad Allah, Allah lo respingerebbe. Poich i pescatori di perle ritengono, non a torto,
di essere sempre ad un passo dalla morte durante il loro lavoro, non vogliono correre rischi e lavorano vestiti.
Gi, dunque, un tuffo dopo l'altro, svolazzanti nelle vesti, rigidi nel corpo. Arrivano sul fondo, tastano fra coralli, alghe, spugne.
Cercano il sadhaf, la conchiglia che pu contenere la perla: in realt la perla si trova una volta ogni mille, duemila immersioni.
Continuano la pesca perch il sadhaf ha in s un piccolo valore commerciale: da lei pi che da ogni altra conchiglia si estrae la madreperla
per fare i bottoni. Mi sorpresi a pensare scandalizzato che quegli uomini erano pescatori di bottoni piuttosto che di perle. Rischiavano
la vita per i bottoni, un tuffo dopo l'altro.
Lavorammo tutto il giorno insieme. Insieme meravigliati gli uni degli altri. Girammo tuffi, immersioni, riemersioni, il ritorno serale al sambuco, il loro lavoro di apertura delle ostriche.
Continuavo a star male, ma fortunatamente il lavoro mi fece perdere buona parte dell'agitazione che m'era rimasta in corpo per l'episodio del pescecane. Anzi m'accorsi (quando Vailati raccont la nostra avventura del giorno precedente al capo dei pescatori di perle)
che il ricordo dei momenti della lotta che avevo girato mi soddisfaceva
sempre di pi e mi faceva dimenticare quello che non avevo cinematografato.
Era una scena grossa quella che avevamo. La faccenda del primo
sparo mancante l'avremmo arrangiata al montaggio del film.
No, ormai quel ricordo non mi turbava pi. Temevo solo il futuro, per quel che sarebbe potuto accadere se il fatto si fosse ripetuto.
Vailati raccont le nostre avventure al capo-sambuco e gli regal delle maschere e delle pinne.
Eravamo diventati amici, noi e loro. Non so cosa fu: quella loro condizione di uomini sottomarini ce li faceva sentire vicini e fu curioso che anch'essi si sentirono vicini a noi, pur non comprendendo
cosa facessimo in giro sott'acqua per il Mar Rosso.
Lo capi il loro capo. Cap quel che cercavamo e ci parl di un posto a suo dire pieno di diavoli del mare. Molti diavoli del mare, diceva. Mantas, grandi mantas: mala kebir.
Ci spieg dov'erano, parlandoci di un mare chiuso dalle secche, favolosamente pieno di mantas. Una leggenda, pensammo.
Sfumava la luce di quel giorno dietro i monti della costa: ascoltavamo
le sue parole che Vailati ci traduceva dall'arabo. Non sapevamo
che esse contenevano il segreto del successo della nostra impresa.
Le ascoltammo, ma non demmo loro importanza. Furono come le folate del vento della sera che dal mare aperto ci raggiungevano e passavano oltre.
Un favoloso mare chiuso: la classica leggenda, pensammo per pochi istanti, poi la conversazione continu.
Verso le otto di sera, senza sapere quel che ci eravamo lasciati sfuggire, lasciammo il sambuco.
Avevamo conosciuto i pescatori di perle, i pescatori di
bottoni; l'ultimo lavoro di quella parte del nostro viaggio era terminato.
Gi s'udiva il brontolio dei motori. Il Maria Gabriella era pronto
a partire per Porto Sudan.
Addio pescatori. Eravamo rimasti commossi veramente per quell'incontro.
Commossi e turbati; ci aveva colpito quello che essi avevano
di diverso dal clich che tutti conoscono del pescatore di perle.
Mentre Hussein, brontolando pi forte del motore,'girava l'argano
dell'ncora e la tirava su, ci raggiunse la loro ultima, pi curiosa,
sorpresa. Dal loro sambuco (povero come quel che di pi povero si possa immaginare, privo di qualsiasi cosa che si ritiene veramente indispensabile come, ad esempio, una boccetta di disinfettante), dal loro sambuco ci raggiunse il suono di una musica jazz. A bordo avevano
una piccola radio a transistor.
L'ncora usc dall'acqua, s'ud la campana comandare in sala macchine avanti tutto, ci muovemmo.
Eravamo finalmente alla fonda a Porto Sudan; blaterando in inglese erano saliti, scesi, arrivati e partiti, piloti, ufficiali sanitari, di polizia e di dogana. Qualcuno aveva preteso che Vailati pagasse una somma enorme di sterline per una multa risalente all'ultimo passaggio
del Maria Gabriella da Porto Sudan, multa che pendeva sul
nostro battello con la solita motivazione ingresso nel porto senza pilota a velocit eccessiva.
Non so come, tutto si risolse, e finalmente pot salire a bordo il professor Francesco Baschieri. Il nostro vecchio Cecco, tutto odoroso
di casa e di civilt, arrivava allora allora in aereo dall'Italia.
Cos pulito, con la camicia bianca e la cravatta svolazzante pareva l'essere
di un'altro pianeta a vederlo in mezzo a noi, barbuti, sudati, con la sporcizia del Maria Gabriella che faceva ormai un tutt'uno con la pelle del nostro corpo. Ma conoscevamo Cecco: due giorni di lavoro e si sarebbe tramutato in un uomo-pesce dalla pelle nera, con gli occhi spiritati, mani, braccia e gambe coperte di tagli, graffi ed ammaccature. Dimentico persino dei pezzi pi elementari della nostra civilt, come il letto, i giornali, il rasoio ed i piatti per mangiare,
soltanto intento a correr dietro un pappagallo, a riempire di formalina e di pescetti degli ex vasi di marmellata, a svuotare con una siringa delle preziose uova di pellicano.
Lo conoscevo bene Cecco: era quello che ci mancava per completare
la compagnia. Inoltre sentivamo che la sua presenza era forse quel che ci voleva. Era amico di tutti, spiritoso, pieno di buon senso e pronto, da buon toscano, a volgere in scherzo ogni situazione tesa.
L'idea, insomma, per mantenere in equilibrio e in serenit i rapporti umani della Spedizione.
Scendeva una tiepida sera sulla citt, che vedevamo invitante davanti a noi coi suoi rumori e le sue luci e ci pareva una metropoli e avevamo solo un desiderio: scendere a terra.
Cominciammo a bere birra ed aperitivi al Red Sea Hotel, subito dopo aver fatto delle docce deliziose e gustato la morbidezza di un letto con materasso, turbando la quiete sonnacchiosa di alcuni muti esemplari di anglosassoni, clienti dell'albergo.
Baschieri ci lasci e torn poco dopo presentandoci Mark
Veevers Carter, giovane funzionario, Capo dell'Ufficio Pesca, Red Sea Fish Officer letteralmente. Ce ne parl come di persona che ci sarebbe
stata utilissima: avevano gi pescato insieme nella mattina ed avevano stretto amicizia.
- Un ragazzo molto in gamba - continu Cecco - che conosce
il Mar Rosso ed i suoi pesci come pochi altri;  un fanatico subacqueo,
quindi gli siamo simpatici a priori. Pu darsi che ci possa aiutare parecchio.
Due giorni dopo eravamo sulla sua piccola barca a motore. Porto
Sudan stava allontanandosi lentamente alle nostre spalle. Mark aveva deciso di passare due o tre settimane con noi: in fondo era un lavoro che rientrava nei suoi compiti e partecipare a battute di pesca col fucile subacqueo poteva dargli mille utili indicazioni per il suo ufficio.
S, sarebbe stato con noi, avremmo lavorato insieme. E questo
avvenimento si vedr ben presto quanta importanza ebbe per i risultati della nostra Spedizione.
Mark ci aveva proposto di spostarci a Suakin, un piccolo centro
a trenta miglia a sud di Porto Sudan, e di porre laggi (dove lui aveva la sua sede) la base di partenza per le nostre future operazioni.
Vailati fu d'accordo e accett anche che Cecco Baschieri, Giorgio ed io partissimo con Mark verso Suakin sul suo piccolo battello,
precedendo gli altri amici - e lui stesso - che ci avrebbe poi raggiunto di l a qualche giorno con il Maria Gabriella, finiti i rifornimenti, le pratiche doganali, la spedizione delle pellicole.
Cos, abbandonata prima degli altri la civilit dell'albergo, eravamo
saliti sulla lancia a motore dell'ufficio Pesca di Sua Maest Britannica ed avevamo messo, ancora una volta, la prua al Sud.
Suakin era l, una piccola linea nera che galleggiava all'orizzonte, tra la luce accecante che si riverberava dal cielo senza nubi e dalla costa di sabbia rovente.

Capitolo24.
Suakin, la citt morta.

Furono i coralli ad uccidere Suakin.
Davanti alla citt, davanti al suo porto, che era stato per secoli il pi importante del Mar Rosso, improvvisamente s'erano cominciati
ad innalzare dedali di barriere. Vanamente l'uomo aveva cercato
d'arrestarli: in pochi anni la natura aveva vinto la sua partita e solamente i piccoli battelli, a costo di complicate manovre, riuscivano
ad entrare nel porto. Quando gli Inglesi occuparono il Sudan si resero conto che il suo unico porto non sarebbe stato raggiungibile
dalle grosse navi di linea; decisero allora di costruire una nuova citt: Porto Sudan.
Una cosa del genere in Africa non determina il decadimento di una citt, ma la sua morte. Nata Porto Sudan, Suakin inarid in pochi anni. Le piste che incanalavano il commercio del deserto verso il mare s'indirizzarono, naturalmente, verso la nuova citt.
E l'antica, pur nobile e bella, fu abbandonata, fuggita addirittura dai suoi abitanti.
Oggi il sole del giorno e l'umidit della notte s'alternano nella distruzione delle sue costruzioni.
Nelle acque della laguna su cui  costruita e che la circonda come il fossato di un castello, le case riflettono le loro facciate.
In questo specchio, Suakin di giorno in giorno si vede crollare, si vede cadere a pezzi. Le mura si sgretolano, si sbriciolano, crollano.
Il legno delle finestre, delle porte, delle altane e griglie, dietro
le quali le donne arabe passano le ore fresche della giornata, s'infradicia di notte per il vento caldo e bagnato che soffia dal mare, e, al giorno, scricchiola spezzandosi sotto la sferza del sole.
Cade Suakin pezzo per pezzo, sola, abbandonata come un corpo bellissimo ammalato di lebbra; nelle sue vie, lungo le case e sul bordo della laguna tutto  morte, silenzio ed immobilit Pare di sentire
la presenza fisica dell'Africa sovrastante col suo peso di padrona invincibile.
Solo alla sera qualcosa si muove, il silenzio viene rotto. Milioni di pipistrelli sbucano dalle rovine, intrecciano voli senza ritmo nell'incerto
chiarore che precede la notte, e da una casa, voci e musiche escono chiassose.  la radio di Mark, di Mark che con i suoi assistenti
ha messo qui la base del suo gruppo di ricerche e di controlli per la pesca.
Ha arrestato la decomposizione di una delle pi belle case della citt, una casa prospiciente la laguna subito dopo l'imbocco del vecchio
porto e l'ha organizzata in maniera da poterci vivere.
La radio, nei giorni che fummo l, con le sue musiche e le sue parole lontane ci fece compagnia mentre scendeva la sera, arrivava la notte e si stava sdraiati sulle brandine che avevamo sistemato sulla terrazza.
Durante il giorno girammo le scene fuor d'acqua per le quali Baschieri ci aveva raggiunto in Mar Rosso. Girammo Baschieri nella laguna e nei vicini boschi di mangrovie intento a raccogliere pezzi
da collezione per lui rarissimi, Baschieri nelle ore di bassa marea girovagante
sulla parte emergente della barriera, in mezzo a milioni di fenicotteri, per cercare una stella di mare, una conchiglia. Girammo tante scene, una bobina dopo l'altra.
Poi giunse il Maria Gabriella che s'ancor fuori del canale d'imbocco
del porto. E col Maria Gabriella giunsero tutti. Di nuovo s'era insieme riuniti. Era il momento in cui dovevamo prendere le decisioni per quel che riguardava la parte finale del nostro lavoro, decisioni che erano ovviamente in diretto rapporto con i risultati sin qui raggiunti.
Pensavo alla scatola termostatica che in quel frattempo su un aereo viaggiava verso l'Italia piena delle bobine girate nelle settimane
passate. Tutto si sarebbe poi mescolato sullo schermo di una saletta, il ronzio di una macchina da proiezione avrebbe accompagnato
le immagini che mute sarebbero apparse agli occhi di chi le aspettava ansiosamente.
Di loro, di quei fotogrammi, di quelle scene parlavamo la sera dell'arrivo del Maria Gabriella, facendo il punto della situazione.
Era Vailati, naturalmente, che riassumeva.
- Non possiamo essere scontenti: abbiamo girato scene che senz'altro serviranno molto alla nostra causa. La parte che riguarda gli squali, cariche e cacce va benissimo, se  ben riuscita tecnicamente.
Per, per tutto questo non  ancora quello che noi volevamo. Lo scopo principale di questo nostro viaggio  ancora una grande lotta con un grande animale marino.
Facemmo seguire ai progetti l'azione. Non a caso s'era a
Suakin di base, Mark ci aveva ben consigliato. L, in quelle isole, dovevamo
cercare, l avremmo trovato forse quello che cercavamo.
Suakin Islands si chiamavano: passammo molti giorni nelle loro acque, ma non furono giorni fortunati.
Da un sambuco di pescatori, che s'arrest per una notte davanti
al porto, avemmo anche indicazioni che ci sembravano precise al confronto di quelle leggendarie dei pescatori di perle. Dicevano d'aver visto delle grandi mantas verso la tal isola, e molti squali verso la tal altra. Andammo, spinti pi dalla speranza che dal motore del Maria Gabriella. Ma ancora una volta non trovammo nulla.
Continuammo a cercare. Intanto il tempo stringeva, ne avevamo
tanto poco a disposizione da poterlo contare in giorni, una dozzina al massimo.
Tentammo di sapere da altri gruppi di pescatori incontrati tra le isole che ci parlarono di europei che, come noi, andavano sott'acqua
con la maschera (evidentemente era la spedizione di Hass), in quale zona questi avessero trovato il gigantesco squalo balena
che  nel suo film.
- Squalo balena? Mai sentito nominare -. Piuttosto se ci interessava:
- Grande pesce stare dietro isola di Ashrafi - borbott un capo sambuco.
- Pesci diavolo molto vicino Yemen - asser gravemente un altro.
- Io visto grandissimo pesce molto grande, grandissimo vicino
qui.
- Qui vicino? E quando?
- Quando io piccolo pescare con mio padre...
Quando pescava con suo padre! Ora aveva una sessantina di anni: con calcoli ottimistici il grandissimo pesce molto grande, grandissimo,
l'aveva visto quarantacinque anni prima. Gli altri pescatori, da parte loro, volevano mandarci, uno verso lo Yemen (mille miglia pi a sud), l'altro verso Ashrafi (mille miglia pi a nord). Decisamente
era meglio arrangiarsi da soli.
- Abbiamo avuto la fortuna degli incontri con gli squali -
raccontavo a Baschieri, - che hanno spezzato la tensione che ci aveva avvinti. Se ora si ricomincia, quel che ci attende non  allegro...
Il Capitan Gibaldi ci interruppe di colpo.
- A proposito di allegria, vi narrai gi la storia del morto.
- Quale morto?'' - chiesi, incuriosito. Un racconto di capitan Gibaldi non bisognava farselo sfuggire, nemmeno se si era angosciati da gravi problemi. Intanto per me e per Cecco, che s'era restati soli a bordo, sarebbe passata quell'oretta che ci separava dal ritorno degli sportivi e di Mark da un ennesimo sopralluogo ad un'isola vicina.
- La storia del morto terribile, - incominci, - avvenne una volta che mi diedero da portare da Hodeida ad Assab un commerciante.
Il cadavere di un commerciante. A me i morti fanno paura, sicch lo misi a poppa, dietro un telone. Quando fu sera Hossein mi venne a dire che degli yemeniti, che erano a bordo, durante la notte, volevano rubare il morto, volevano.
- Rubare il morto?
- S, i denti. Commerciante era, e s'era messo molti denti d'oro. Avremmo dovuto far da sentinella al morto, io o qualcuno del mio equipaggio! Di notte, col morto... Mai! Nessuno ci voleva stare, io neanche. Allora presi il tubo di gomma della pompa e lo stesi tra la mia cabina ed il commerciante. In fondo al tubo infilai la sirena...
- La sirena? - esclam Cecco meravigliato. Gli spiegai il fatto che la sirena del Maria Gabriella era una tromba da bersagliere, ed il racconto prosegu.
- Mi misi a letto, con l'obl aperto. Cos abbastanza bene vedevo la tenda a poppa. Vicino al letto avevo il tubo. Ad un certo punto vedo delle ombre che scostano la tenda per avvicinarsi al cadavere del commerciante. Che ti faccio? Prendo in bocca il tubo, attendo un minuto, poi soffio. Da sotto il morto usc un rumore strano,
terribile, signor professor Baschieri, parola d'un Gibaldi! Come matti, correndo, i ladri dei denti fuggirono via, si nascosero a prua urlando: Allah, Allah, il morto  ancora vivo. Ed io dormii tranquillo.
Tranquillo, sicuro.
Mark, scovando Mohamed Ali, diede un colpo di timone violento
al corso delle vicende. In lui, in Mohamed Ali, Mark credeva.
Era un pescatore in cui aveva cieca fiducia. L'aveva visto incrociare
con la sua piroga tra le isole, l'aveva raggiunto, ce l'aveva portato.
-  un caso fortunatissimo, - aveva detto presentandocelo.
- Pu significare tutto, per noi.
Gli spiegammo quello che cercavamo. Le parole di Vailati e di Mark gli si rovesciarono addosso, erano come delle nubi contro una montagna: Mohamed Ali restava in piedi, davanti a loro impassibile,
enorme. Sembrava che quei discorsi non lo toccassero, sembrava
non ascoltasse.
Rest silenzioso un istante, quando Vailati e Mark terminarono.
Aveva un testone nero e lucido, senza un solo capello. La luce gli batteva sopra come su una palla di vetro di chiromante. Non a caso m'aveva fatto venire in mente questo paragone: pendevamo tutti dalle sue labbra proprio come da un indovino, da un mago.
- S, conosco, - disse.
Chi era questo Mohamed Ali, perch gli credevo?
Guardai gli amici, speravo che anche loro gli credessero, soprattutto
Vailati. Dipendeva da lui, in definitiva: ebbi in quel momento la sensazione precisa di quanto pesante e grave sia una responsabilit di comando. Per me, per gli altri, era facile in quel momento credere o non credere in Mohamed Ali. Per Vailati, invece, significava tutto, successo o insuccesso; doveva decidere ponderando attentamente, scrupolosamente pr e contro.
Sapeva che se le cose del prossimo futuro fossero andate bene il merito sarebbe stato di tutti, se fossero andate male la colpa sarebbe
ricaduta solo su di lui.
- S, conosco, - ripet Mohamed Ali. - Conosco posto solo con mala kebir, - continu, - pesci diavolo. Vicino faro di
Abbington, entro golfo di Shab Baraja.
- A Sanganeb! Vicino ad Omm el Kurush, dunque.
- Non abbiamo visto nessuna manta, noi, l - gli obiett Vailati.
- Pesci grossi per s, squali, globicefali... - mormor
pensieroso Bucher.
- Dove stati voi? - chiese Mohamed Ali.
- Vicino Omm el Kurush.
- Mio posto  vicino, anche. Ma  un altro. Non  possibile arrivare con nave.
Ricordai la carta nautica del golfo di Mohamed Gul, tutta intrecciata
di segni di barriere, di secche, di atolli. L dentro era forse la chiave del nostro successo? Forse? Ci credevamo?
- I pescatori di perle! - esclam Stuart. - Ricordate quel che ci dissero e che considerammo una leggenda? La leggenda del
mare chiuso pieno di pesci diavolo? Quella storia coincide stranamente
con questa!
Prima di notte lasciammo Suakin, uscimmo dai canali delle isole.
Faceva buio quando entrammo in contatto con il faro di Dongonab, quello antistante Porto Sudan. Il prossimo faro, Abbington, sarebbe stato il nostro. Su di lui, assieme al raggio della sua lampada, avremmo
ruotato, avremmo fatto perno.
Perno finale: decidendo d'accettare il consiglio dell'uomo di Mark, giuocavamo tutti i giorni che ci restavano. Solo di viaggio, andata e ritorno, erano quattro: altri quattro, almeno, pensavamo sarebbero stati necessari per le ricerche. Dopo non avremmo avuto che il tempo giusto per fare le valigie e tornare a casa. Con i produttori
avevamo convenuto una precisa data di rientro in Italia.
Aggiungo, mentre borbottando il Maria Gabriella rimontava la rotta del nord con la barra del timone saldamente tenuta da capitan Gibaldi, aggiungo che la decisione d'andare a tentar la sorte in quel misterioso angolo di mare non fu presa solo in base ai racconti di Mohamed Ali e del loro singolare coincidere con quel che ci avevano detto i pescatori di perle.
Prima di muoverci, Vailati, Mark e Bucher avevano sceverato la questione. Mark aveva detto che lui, lui che per primo ci aveva consigliato le isole Suakin come zona di caccia,
ora lui per primo ci consigliava di abbandonarle.
La stagione calda imperava ancora in quei fondali: meglio tornare
verso il nord; lass le acque erano pi fredde, pulite, piene di pesci.
Durante il viaggio furono unti e puliti i fucili, verificate
le sgole, appuntiti gli arpioni, caricati gli chassis delle cineprese, riempiti i respiratori. I cacciatori gonfiarono i grandi galleggianti che avrebbero
usato in caccia. In un lampo pass tutto il primo giorno di navigazione.
A sera Vailati ci convoc prima di cena: forse quella sarebbe stata l'ultima delle tante nostre riunioni collettive.
La carta nautica era aperta, sul tavolo. Il motore borbottava, cercava di coprire le nostre parole.
- Qui sar la zona ove opereremo, mi sono consultato con Mark e Mohamed Ali. Non  possibile arrivarvi con il Maria Gabriella
che si fermer all'ncora a ridosso di quest'isola, Makawa.
Dovremo, quindi, raggiungere la zona al di l delle secche con la barca a motore. Ho fatto i conti: non possiamo andare tutti. Mi dispiace per te, Cecco, e per te Stuart, ma voi dovrete rimanere: la faccenda, anche per come  impostata la storia della nostra Spedizione, riguarda
gli sportivi.
Fissavo Stuart. Sapevo che a Cecco, del fatto poco importava: qualunque angolo di mare ove lo avessimo calato sarebbe stato un paradiso per lui. Ma a Stuart, cacciatore nel sangue, quelle parole dovevano risultare assai pesanti. Sentii per lui un'ondata nuova di amicizia, lo stimai pi di ogni altro. Tacque, non disse nulla; non lo sfiorava nemmeno l'idea di contrapporre un suo fatto personale ad un preciso programma collettivo.
La preoccupazione del ricordo della scena con il grande squalo di Omm el Kurush mi torturava. Attesi che Mark finisse di parlare.
Ci diceva che aveva portato con s da Suakin un grosso fucile a polvere
capace di scagliare dalla barca un potente arpione sagolato. Ci proponeva di portarlo con s nel mare chiuso, eventualmente per sparare ad una grossa manta dalla superficie. Dopo avremmo potuto scendere sott'acqua e ricostruire la scena della cattura. Che ne pensava Vailati dell'idea?
Vailati ne pensava tutto il male possibile, ma borbott un non si sa mai, portalo pure, e Mark si ritenne sddisfatto. Tacque. Pareva
che ciascuno avesse finito di dire la sua.
Era il momento. Guardai Bruno, gli toccai un piede sotto la tavola. Toss, raccolse le idee, poi:
- Sentite un po' - disse - un fatto  bene che entri a tutti in mente: l'avventura che forse vivremo bisogna girarla. Il fatto sportivo in s interessa relativamente; a parte poi che se si trattasse di una lotta o di una cattura con un pesce veramente grosso nessuno crederebbe alla nostra eventuale vittoria se non portassimo a casa un rullo di film con la documentazione del fatto. Bisogna quindi filmarla,
quindi non spariamo, non agiamo, se non abbiamo o Folco o Giorgio vicini con la cinepresa. Io non so come andr la vicenda: voi sapete, per, quanto significhi la fortuna in questi casi. L'essere uno pi bravo dell'altro conta in maniera relativa. Proporrei, quindi, un patto per il quale, comunque vadano le cose, l'eventuale preda, se la prenderemo con i nostri fucili, sott'acqua (e non col fucile di Mark), sar attribuita a noi tre collettivamente. Chiunque la prenda. L'importante
 che non ci sia la corsa al primo colpo. Gli operatori appesantiti dalle cineprese non possono nuotare veloci come
noi. Bisogner regolare le nostre andature, il tempo della nostra azione, sull'andatura, sul tempo di Giorgio e di Folco. Non bisogna fare un solo errore.
Stiamo giocando tutto.
Era quasi il tramonto quando l'ncora piomb in acqua, pesante, ed il Maria Gabriella s'arrest. Eravamo alla fonda, sottocosta l'isola
di Makawa, che era a dritta. A sinistra s'intravedeva la costa del continente. A nord c'era il mare chiuso.
- Che ne direste di una canasta? - propose Zecca. Facevamo
di tutto per non parlare del futuro.
Arrivammo a sera, cenammo. Tutti ci tenevamo dentro quel che ci agitava. Andammo subito a letto, l'indomani la sveglia era prevista
per molto prima dell'alba.
A prua Hussein e Said discutevano per quella lampadina che
stare due anni che stare fulminata e comandante ancora non cambia.
A poppa qualcuno dei motoristi s'era sdraiato al fresco e canticchiava
sommesso. A intervalli staccati ci giungeva l'eco del russare
di capitan Gibaldi.
Una sera come tutte le altre, da quando s'era a bordo del Maria Gabriella.


Capitolo 25.
Mala, mala kebr.

Accovacciato in fondo al barcone, vedevo solo la nuca pelata di Mohamed Ali, mossa dalle vibrazioni del fuoribordo il cui rumore
non udivo pi, uguale com'era, da un'ora a quella parte. Come me, gli altri: sicch nessuno si muoveva, nessuno udiva pi il motore o parlava; non vedevamo altro che la nera, enorme palla della testa di Mohamed Ali avanti a noi. Neanche il mare vedevamo, verde tutt'attorno e liscio, perch Mohamed Ali lo guardava per noi, diceva di conoscere il segreto dell'ala affiorante della manta. Un'ora e mezza:
solcavamo il mare chiuso dalle secche, seguendo questi pensieri,
infilandone altri seguenti a questi.
Per quanto attenti alla realt immediata, eravamo anche ben lontani da lei, ognuno preoccupato ed assorto; sicch quando Mohamed
Ali cacci un urlo, fu come un lampo nel buio.
Erano le otto, esatte; Mohamed Ali, fermo immobile come da quando eravamo partiti, aveva prima alzato lentamente un braccio, aveva stesa di colpo la mano indicando un punto, poi s'era alzato sulla prua della barca, ed aveva urlato:
Mala, mala kebir!.
Il motore s'arrest e la barca scivol per qualche metro ancora, prima di fermarsi nell'angolo di tempo pi importante della nostra avventura. E di nuovo Mohamed Ali url, questa volta girandosi verso di noi:
Mala, mala kebir!.
La vedemmo, la manta gigante: per la seconda volta giocando vicino all'orizzonte, era balzata fuori dallo specchio dell'acqua e l'avevamo
scorta. Veniva verso di noi.
La sagoma che ben conoscevamo (quella di un immenso pipistrello
nero, un corpo piatto con due ali a punta e davanti il biancheggiare
dei due corni) dopo il balzo navigava veloce sotto il pelo
delle onde, riscaldandosi il dorso ai raggi del sole, il suo passatempo preferito. La fissavamo immobili. Era enorme. Cominciammo a parlare
sotto voce, come se potesse udirci.
- Prendi i remi, presto, non far rumore.
- I fucili, attenti, sono gi carichi. Passamelo. Il caricatore, dov'?
- Il mio boccaglio?
- La sgola! Svolgila adagio, che non si imbrogli.
- Fuori la cinepresa: scende in acqua per prima.
- Passami quel sacchetto.
Battute di remo lente, preparazione velocissima; la manta era a duecento metri, avanzava sempre. Quando la vedemmo vicina, le punte estreme delle ali che, con dolcezza, entravano ed uscivano dall'acqua,
ci fecero comprendere che la bestia era ancor pi grande di quanto avevamo stimato vedendola da lontano. E fummo terrorizzati
dal timore di perderla, di farcela sfuggire. A quel punto pensammo
a Mark ed a quello che ci aveva detto la sera prima; Mark era seduto al centro della barca con sulle ginocchia il suo grande fucile
a polvere, caricato con il grosso arpione. Ci guardava, aspettava un nostro cenno.
La manta  a cento metri. Paura!... Guardammo Mark: - S, avevi ragione tu,  meglio sparare da fuori d'acqua col tuo fucile a polvere ed imbrigliare la bestia alla barca col tuo arpione. Meglio non rischiare di perderla... Spara, Mark.
La manta era davanti alla prua, quindici, dieci, otto metri. Mark si mise in piedi, quelli davanti a lui si abbassarono. Punt il fucile, spar.
Non fu un colpo: fu un insieme di rumori. Lo scoppio, l'urlo dell'arpione che saett tirandosi dietro il cavetto d'acciaio, poi un ribollo, un gorgoglo d'acqua. Tutto in un baleno.
L'arpione arriv sulla manta e la colp sul dorso: ma non penetr.
Rimbalz via, non riuscendo a legarla a noi. Per la frustata ricevuta
sulla schiena, la bestia scatt come una molla, si raggomitol su se stessa e balz fuori dall'acqua: un bestione di diverse centinaia di chili, larga il doppio della barca. Ricadde con un tonfo che parve il punto fermo alla fine della frase che raccontava della nostra sconfitta.
Nuot verso il fondo. Scomparve.
Io, quando avevo visto l'arpione non penetrare, avevo girato la testa per non veder fuggire davanti al nostro naso quel che cercavamo
da un anno. E questo, forse, salv la nostra situazione;
perch quando la manta guizz e ricadde in acqua, il tonfo ebbe un cupo contraccolpo, fu un vero e proprio tuono rintronante nel cielo liquido del mare chiuso; ed io vidi, in cinque, sei punti davanti
ai miei occhi la liscia e ferma superficie dell'acqua rompersi per il guizzo di ombre nere di schiuma. Erano altre mante, altre mante attorno a noi che, impaurite dal colpo, erano saltate fuori dell'acqua. Forse, pensai subito, aggrappandomi a questa speranza,
non essendo state ferite la paura non le ha volte in fuga.
Chiamai gli amici che fissavano ancora il punto dove il bestione si era inabissato: forse potevamo riprovare.
- Altre mante intorno!
- Dove?
- Intorno, sono saltate fuori dall'acqua.
- Sicuro?
- Ali hai visto tu? S?
- Magnifico, impossibile.
- Saranno piccole, queste... mai pi ne avremo un'altra enorme
come quella.
- Spostiamoci a remi, adagio.
 meglio avvicinarci sott'acqua questa volta. Mentre calzavamo le pinne e preparavamo le maschere sulla fronte, dovevamo consolare
Mark disperato per averci fatto perdere l'occasione. Non fa nulla Mark, adesso ne troveremo un'altra. (Quel che non gli dicevamo
era che in realt eravamo ben contenti che non l'avesse presa, ed ora avessimo noi la probabilit di colpirla).
Giravamo lo sguardo attorno per tornare a scorgerne qualcuna.
Fu Mohamed Ali naturalmente che vide per primo i due piccoli triangolini neri delle ali che emergevano e segnalavano la bestia.
Non ci veniva incontro, ma passava a due o trecento metri da noi.
Avremmo dovuto nuotare per tagliarle la strada.
Scavalcammo il bordo della barca, Bucher, Zecca, Giorgio ed io. Vailati rest a bordo per segnalarci gli spostamenti della bestia.
Dritti come soldatini, in piedi, sprofondammo in acqua senza fare il minimo rumore. Quando sentii che la superficie mi si chiudeva sopra i capelli come una botola, riapersi gli occhi per nuotare insieme ai tre compagni, ma non li vidi. Tra me e loro non c'erano pi di tre metri di distanza, ma non li vidi; fra me e loro c'era un muro di pesci, di microscopiche sardine. Milioni di sardine una attaccata all'altra, fino a sbattermi contro la maschera e toccarmi coi battiti leggeri e nervosi delle loro code. Fitte come le gocce d'un acquazzone.
Nuotai veloce verso il basso, poi verso destra poi verso sinistra per sbucare in acqua libera: niente, doveva essere un banco sconfinato.
Risalii a galla, ecco gli altri. Impossibile spostarsi sott'acqua; presto,
allora: nuotiamo in superficie! Ci aprimmo a ventaglio sulla rotta della manta, che continuava ad avanzare. Nuotammo per centocinquanta
metri, e ci fermammo. Le tre pinne nere della manta si dirigevano
veloci verso di noi, ormai vicinissime.
Gi a capofitto. Le sardine ci inghiottirono; cercai di non perder
il senso dell'orientamento: la manta doveva apparire l, ma era impossibile che io e Giorgio potessimo cinematografare la scena di caccia: come prima, ora non vedevo i miei compagni, non vedevo nulla, a causa del banco di pesciolini che ci avvolgeva.
Mezzo minuto dopo l'immersione, ecco che il mare stesso ebbe un guizzo, divent d'argento e il muro di sardine si precipit a candela
verso il fondo; un sipario s'abbass davanti a me, scomparve inghiottito. E di colpo apparve la manta dei tropici, immensa e lenta aquila del mare, le ali tese e nere, la grande riga della bocca bianca, i due corni. Planava senza un colpo d'ali, scivolando verso il fondo.
Era lei, l'esemplare gigante; pensai a quant'era grande (tre metri
o pi di larghezza, altrettanto di lunghezza), pensai come comportarmi
per riprenderla (muovermi? restare fermo?) e dimenticai l'emozione del momento. Non c'era tempo d'aver paura, n d'esser felici.
Eccola inquadrata nel mirino.
Mossi il dito pollice per premere lo scatto, lentamente come se temessi che persino questo inavvertibile gesto potesse spaventarla.
La cinepresa si mise in moto: nel teso silenzio di quel momento mi parve (e ne ebbi una paura folle) che dalle mani che stringevano la cinepresa sfuggisse un rumore assordante. La manta, infatti, se ne accorse,
le ali tese ebbero un guizzo, la bestia s'impenn, inizi a girare per andarsene. Ma a quel guizzo ne fece seguito un altro in direzione opposta: la bestia torn a dirigersi verso di me. Era apparso sulla strada della sua fuga un cacciatore che nuotava veloce verso di lei, le aveva tagliato la strada e me l'aveva respinta addosso.
Mi sarebbe passata vicina, vicinissima, avevo il cuore in gola dalla paura, dalla paura che il motorino della cinepresa, che ormai andava da una quarantina di secondi, si fermasse (per esaurimento della carica della molla) e io cos sprecassi l'occasione di riprenderla viva a una distanza ravvicinatissima; da quando la bestia era apparsa
trattenevo il fiato perch non potesse essere spaventata dal rumore dell'aria scaricata dall'autorespiratore e dal luccichio della colonna di bolle. Non avevo pi fiato nei polmoni, il cuore scoppiava, contavo
i colpi violenti delle ali della manta, ad ognuno dei quali essa faceva un balzo in alto ed in avanti.
Procedeva come un immenso uccello appesantito da piume di piombo; era ormai a cinque metri, a tre metri da me, alla mia altezza;
batt un ultimo colpo d'ala, inquadravo solo l'arco della bocca incorniciata dai due corni. Era pi alta di me, mi pass sopra. Tenevo
la macchina perpendicolare alla testa, vidi il corno di carne attorcigliarsi,
arricciarsi, vidi l'occhio grande, stupito e vuoto come quello di un bove. Vidi passare la pancia biancastra con chiazze rosse (sotto vi navigavano tre o quattro remore) ed infine la coda sottile. Mi parve che un secolo avesse impiegato la bestia a sfilarmi davanti agli occhi. In quell'istante il motorino cess di funzionare e contemporaneamente
venni investito da un colpo d'acqua provocato dall'ultimo
colpo d'ala del mostro, e rotolai verso il basso, una o due capriole. Ruzzolavo in acqua, ricominciavo finalmente a respirare, e pensavo senza riuscire a coordinare le idee che ce l'avevo, finalmente,
la manta gigante nel film; poi mi raddrizzai con due colpi di pinna e incominciai a risalire. Qualcosa  fatto mi dicevo, cercando
con questo pensiero di frenare l'entusiasmo e di organizzarmi:
eravamo ancora in ballo. Mi guardai d'attorno, la bestia era sparita e stavano ricomparendo le sardine; a galla mi trovai accanto a Giorgio e a Silverio; anche Giorgio aveva cinematografato la bestia. Quanto a Silverio era lui che le era andato incontro e me l'aveva mandata di rimbalzo.
La barca si avvicinava; dopo qualche minuto a bordo cercavamo
di nuovo una manta scrutando il mare.
Via, dunque: ancora a remi, per non far rumore, ci spostammo;
mentre la mattina avanzava, quel mare chiuso sembrava sempre
di pi un verdastro maleodorante stagno, e un sole non addolcito nemmeno da una piccola nube ci rovesciava addosso un caldo pauroso.
Alle nove siamo ancora in contatto, ecco i segni delle bestie: ci pareva gi di essere sciolti dal caldo, battuti, stanchi, ma il segnale e il tuffo nell'acqua ci rimettono in linea.
Di nuovo sotto: cinepresa nelle mie mani ed in quelle di Giorgio,
fucile e fucile in quelle di Zecca e di Bucher. Ancora una volta
Vailati  in barca per comunicarci tempestivamente i movimenti delle mantas.
Nuotammo in superficie, regolando la nostra direzione e la nostra velocit in funzione di quella della bestia, e come ci accorgemmo
che lei ci stava passando sulla tangente, e di metro in metro andava pi svelta, cominciammo una nuotata sempre pi veloce per giungere in tempo a tagliarle la strada; forse non ce l'avremmo fatta, o forse s. Fatto sta che Vailati, dalla barca, credette opportuno
d'intervenire a nostro favore: accese, cio, il motore fuori-bordo
e part a tutto gas spingendo il barcone dalle nostre spalle verso la rotta della manta per fare lui quello che pensava non potessimo fare noi, cio tagliarle la strada.
Successe, invece, che il rumore, forte com'era, improvviso e del tutto nuovo per la bestia, la impression; noi nuotavamo a testa bassa, pinneggiando rasenti la superficie e non vedevamo fuori, sicch
anche noi fummo presi di sopresa, ed alzammo la testa: capimmo la manovra della barca, ma simultaneamete vedemmo che l dove la manta stava nuotando, le acque ebbero un ribollo, emerse un dorso
nero e poi non si vide pi nulla. La manta, impaurita, era sprofondata,
era scomparsa.
Il motore s'arrest: grida, imprecazioni, accuse riempirono il silenzio, dopo un istante. Giorgio che non partecipava al clamore, ma si guardava sempre attorno, vide un'altra manta, l'ennesima della mattinata: avanzava sulla nostra sinistra non molto distante.
E ce lo grid.
Tacemmo di colpo; lasciammo la lite per passare all'azione; ma la lite non lasci noi, cio c'era stata ed ebbe le sue conseguenze: Vailati esasperato, per provare che aveva agito bene nella sua azione di prima, rimise in moto il fuoribordo per tentare di rifare l'operazione
di spaventare la bestia e mandarla verso di noi, che di nuovo eravamo in acqua. Fu un errore, certo: l'esperimento era gi fallito una volta e difatti fall ancora la seconda; la manta spaventata and a precipizio a cercare il silenzio negli abissi.
Tornati in barca, le dispute cessarono, almeno apparentemente.
Vailati si mise a parlare sottovoce in inglese con Mark, Zecca s'accinse
a sfondare una scatola di latte condensato e Bucher ci volse sdegnosamente le spalle arrotolando lentamente la lunga sgola coi tappi attorno al grande salsiccione di gomma che gli serviva come galleggiante di superficie.
Ciascuno di noi pensava la stessa cosa. Pensava alla prima, alla
seconda, alla terza ed infine alla quarta manta che c'erano sfuggite dalle dita; ognuno di noi riandava a quei minuti drammatici, poi guardava
il mare, sempre liscio, fermo, palesemente distaccato e non protagonista
di questa nostra avventura; guardava il sole, che gi marciava verso lo Zenith. E tutti pensavamo che sarebbe poi cominciato il pomeriggio e bisognava far qualcosa perch l'indomani non avremmo trovato nel mare chiuso ancora tante mantas. Quante volte c'era capitato
che coste, secche, barriere, ricche e piene di pesci il primo giorno di lavoro, erano l'indomani vuote, disertate dalla vita sottomarina?
Mentre scrutavamo di minuto in minuto pi attenti il mare e avevamo di nuovo messo Mohamed Ali di sentinella, la barca, mossa da qualche corrente, forse, o da un inavvertibile filo di vento, si spost, si gir.
Spostandoci e girandoci finimmo in controluce; ci accorgemmo,
nel guardare ad occhi socchiusi quel tratto di mare che era percorso
da lunghe strisce opache, che tagliavano il mare chiuso
per centinaia di metri, per chilometri, da nord a sud. Girammo la testa attorno e ne scorgemmo delle altre; ora che c'eravamo accorti della loro esistenza le vedevamo anche non controluce: osservando attentamente si vedeva tutt'attorno il mare rigato da quelle strisce verdi-gialle.
A questa osservazione fece seguito quella per la quale costatammo
che esse, le strade, erano percorse da lunghi brividi,
sciacqui improvvisi, ribollii. Ci avvicinammo con la barca a remi.
Le strade d'acqua in mezzo al mare brulicavano di sardine, quei banchi di sardine in mezzo ai quali eravamo finiti in mattinata: e l'incredibile era che l dove finiva la striscia della strada, finivano
anche le sardine; le strisce verdi-gialle ed opache erano, evidentemente, interminabili sbavature di plancton che ragioni di corrente o forse di temperatura raccoglievano in quei canali che intersecavano il mare chiuso; e le sardine erano tutte li, impazzite,
in un banchetto infinito a loro disposizione.
Plancton! Sardine! Mantas, allora.
Avevamo trovato perch questa zona era la patria delle mantas.
Probabilmente le mantas andavano avanti e indietro per il mare chiuso, seguendo le linee nord-sud del plancton. Per quello le
avevamo incontrate viaggianti come vagoni su dei binari; viaggiavano, per mangiare, nel plancton.
Ora, quindi, sar pi facile. Prima dovevamo scorgerle, poi dovevamo precipitarci a tagliar loro la strada. Ora, invece, sapevamo
a priori dove, prima o poi, una di esse sarebbe passata. Sarebbe passata nel corridoio di plancton, e noi saremmo restati sul bordo di questo ad aspettarla. Fermi, appostati all'agguato.
Ed eccoci allo schieramento delle forze: solo Mohamed Ali e Mark sarebbero restati in barca, e con essa si sarebbero allontanati
il pi possibile da noi per non destare sospetti nel bestione;
un segnale da lontano col remo bianco agitato verso il cielo ci avrebbe detto che Mohamed Ali, in piedi sull'imbarcazione, aveva scorto la preda venire verso di noi.
In acqua scesero tre cacciatori (Zecca, Bucher e Vailati), due operatori (Giorgio ed io) ed anche Enza, con un compito preciso da svolgere.
Indossato il nostro equipaggiamento, scendiamo in acqua e ci rechiamo all'appostamento. Sono le undici, sono gi cinque ore che siamo in azione, in tensione, in caccia; ci attende ancora il periodo pi difficile.
Scegliamo, affidandoci alla buona sorte, una striscia tra le altre.
Bucher si piazza al centro della striscia, Vailati e Zecca di qua e di l e cos Giorgio ed io. Enza sta in disparte: il suo compito, quando la manta arriver al centro del tranello, ormai accerchiata, sar di battere con le palme delle mani sulla superfcie dell'acqua in modo da far rumore, spaventare le sardine, volgerle in fuga e permettere
cos che noi si abbia una certa visibilit.
Perch, come ho gi detto prima, per quanto noi non si sia molto lontani gli uni dagli altri, sott'acqua non ci vediamo, abbiamo il muro tremolante e guizzante di pesciolini che ci divide; stiamo a galla con piccoli movimenti delle pinne, semiaffiorando dal pelo dell'acqua:
isolati, silenziosi, quasi immobili.
La nebbiolina, alzata dal caldo all'orizzonte in quest'ora terribile,
ci nasconde la faccia lontana dei monti della costa.
Le sardine ebbero un guizzo, lo ebbi anch'io, involontario. Vidi Vailati che mi faceva cenno, andai con lo sguardo alla barca lontana
e vidi il remo che si agitava.
Pronti?
Era di nuovo giunto il momento; di nuovo i battiti del cuore, il soffio dei polmoni attraverso il respiratore cominciarono ad andare a sincrono con il battito della manta che avanzava.
La scena della caccia ad uno dei pi grandi abitanti del mare,  ancora contrappuntata dai banchi di sardine, tra i pi piccoli abitanti dello stesso regno. Ne osserviamo il comportamento, per scoprire quando la manta sta per arrivarci addosso, perch a duecento metri da noi s' immersa e ha continuato la marcia sott'acqua. La nube di pesci ha di nuovo un lungo brivido, pare scossa da un colpo impetuoso
di vento. Enza, alla superfcie, si mette a battere colpi frenetici
sull'acqua. Le sardine fuggono, cancellate dalla nostra vista e la scena  pronta.
Siamo immobili e la lasciamo avvicinare a tiro cinematografico.
Via! Giorgio ed io premiamo la messa in moto; Zecca entra in azione perch pare che la manta abbia un sussulto e stia per inabissarsi; Zecca scende come un fulmine pi basso di lei, spara.
Vailati fa altrettanto.
Le immense ali del bestione mi nascondono la scena e non so se gli amici abbiano colpito o meno, se le frecce siano penetrate.
L'enorme pipistrello s'inarca, poi allarga di scatto le ali; mentre compie questo movimento mi accorgo quant' grande, con che razza di bestione abbiamo ingaggiato battaglia. Punta verso l'alto, verso di me. Ancora un colpo d'ala.  grande, forse pi delle altre che ci sono sfuggite.
Tra me e la manta entra in campo Bucher puntando il fucile;
sento Giorgio arrivarmi di fianco, gira anche lui: nello stesso quadro, inquadratura tanto vagheggiata e ritenuta impossibile, il cacciatore
e la preda. Bucher  immobile, raggomitolato; gli vediamo volare contro la manta, che occupa tutto il fotogramma; di colpo l'uomo si distende in avanti col fucile teso. Il crack della molla  seguito dal tonfo del colpo che s'infigge nella manta. Un vero e proprio
tonfo che echeggia sott'acqua, ed ecco che avanti a me improvvisamente
tutto si fa bianco, la manta si impenna volgendoci la pancia. Schizza fuori d'acqua, ripiomba e avvitandosi su se stessa si getta nello sprofondo. Il colpo di Bucher  stato un colpo da campione, ben piazzato. E la freccia  collegata con trenta metri di sgola di nylon al galleggiante.
Il tutto  avvenuto in tre secondi, al quarto rotoliamo in bala di onde e risucchi. Al quinto emergiamo e guardiamo con
trepidazione il galleggiante di Bucher: regger? come un rocchetto la grossa sgola si srotola. Poi la corda finisce e il salsiccione di gomma, imbracato
da una rete di corda come un pallone frenato, subisce un formidabile strappo, poi un altro, un terzo; affonda ogni volta per poi tornare a galla. Regge!
La manta, legata al galleggiante, non ci pu pi sfuggire in profondit.
Dei minuti che seguirono ho un ricordo assai confuso; mi pare di aver ancora nelle orecchie le grida di Bucher: chiamava la barca per avere un altro fucile; Zecca e Vailati nuotavano a un paio di centinaia di metri da noi, seguendo il galleggiante; la barca arriv e ci caric a bordo. Ero ansimante, sostituii la pellicola nella cinepresa,
cambiai autorespiratore; quando alzai la testa e mi strinsi le cinghie delle bombole sulla schiena, m'accorsi che con la barca gi correvamo sulle onde con il motorino che ululava al max dei giri (ormai cosa c'importava del rumore? si spaventassero pure le mantas, vicine e lontane, si spaventassero tutti i pesci del Mar Rosso, ormai era nostro prigioniero uno dei loro giganti).
Avevamo raggiunto il galleggiante che tratteneva la bestia in fuga.
Ad un tratto rallent, cambi direzione, si arrest. Guardandoci
d'attorno, capimmo; Vailati e Zecca avevano velocemente nuotato
riuscendo ad arrivare a tagliare la strada alla manta, la quale, indecisa, s'era arrestata. I due cacciatori, immersi, la tenevano d'occhio
e studiavano come riuscire a colpirla una seconda volta. Zecca aveva preso un fucile dal battellino di gomma, un fucile con la freccia
collegata ad un altro galleggiante come quello di Bucher. Saremmo
stati pi tranquilli quando anche questo colpo si fosse infilato nel corpo della manta.
Presto, dunque!
Bisogna approfittare di quest'istante per cinematografare la bestia ferita sul fondo.
Abbraccio la cinepresa e mi tuffo: appena sotto il pelo dell'acqua,
faccio la capriola e sprofondo a testa bassa. Giungo verso i venti metri di fondo senza mai respirare, coi polmoni vuoti per scendere pi in fretta. Poi mentre reggo la cinepresa con una mano,
con l'altra d un piccolo colpo ad un bottone posto all'altezza della bocca, premendo il quale si apre la circolazione dell'aria tra i polmoni
e le bombole: nello stesso istante, comincio ad intravedere l'ombra
della manta.
Premo, odo il click dello scatto ed aspiro, avido, l'aria. Aspiro,
ma dalle bombole non giunge nulla, come se fossero vuote, o se fossero ancora chiuse: il rubinetto posteriore che unisce le bombole
all'erogatore dell'aria  chiuso... La concitazione m'ha fatto cadere in uno sciocco incidente: mi sono tuffato dalla barca senza farmi aprire il rubinetto delle bombole.
Stupido, mi dico, dannato stupido. Mi contorco, cercando
di raggiungere il rubinetto, l dietro, sulla schiena. Niente, non ci arrivo. Passano secondi paurosi: con una mano impedita dalla cinepresa non riesco a raggiungerlo; continuo a sprofondare. Non ce la faccio pi. Devo risalire!
Malgrado molti colpi disperati di pinna, non riesco a risalire in fretta. Se si fosse immerso qualcuno! Non ce la faccio pi... niente, non ce la faccio....
Mi credetti quella volta veramente morto: cercavo di risalire verso la superficie e sentivo che tutto quello che avevo addosso era piombo.
Non so come, eppure arrivai a galla, polmoni, testa e cuore sul punto di scoppiare. Non ci vedevo nemmeno; mandai un urlo roco verso la barca, che si precipit in mio aiuto senza che a bordo nessuno capisse cosa m'era successo.
Non era un incidente spettacolare, non era uno squalo che mi aveva troncato una gamba... era un incidente tutto mio, interno.
Quindi, tornato in me dopo due o tre vigorose boccate d'aria, mi agguantai al bordo della barca borbottando: non  niente,  stato solo un crampo; cercai di prendere fiato, di farmi passare l'affanno.
Qualcuno mi parlava veloce, eccitato:
- Sali, presto, la manta s' mossa e fugge. Ti portiamo col motore sopra di lei, perch fila la maledetta e non la potresti raggiungere
a nuoto.
- E Giorgio?
-  in acqua, ha filmato Bruno e Zecca che davano gli altri due colpi. Dopo lo torniamo a prendere, adesso bisogna che arrivi tu.
Meno male, pensai, Giorgio  riuscito a fare quello che non sono riuscito a fare io.
Poi cercammo la manta. Eccola l, in fuga: scorgemmo i galleggianti
tirati sull'acqua: erano due, c'era anche il colpo di Zecca;
gi quattro colpi in corpo, ma la maledetta aveva ancora forza sufficiente
per tirarci in capo al mondo... E il mare? Il mare non era pi neutrale: s'era accorto che stavamo attentando alla sua verginit, e da liscio e silenzioso, s'era mosso, s'era tutto increspato; la barca ondeggiava, saltava di onda in onda per raggiungere la preda.
Sono in piedi, sulla barca, reggendomi fortunosamente in bilico;
in piedi, a prua, con tutto l'armamento addosso, pronto a balzare in acqua.
Salter di fianco, senza che la barca si debba arrestare.
All'altezza dei galleggianti (ai quali  attaccato anche Bucher, che si fa trascinare in superficie e cerca col suo peso di stancare la manta) faccio cenno al compagno che  al motore di andare ancora avanti.
Ecco, ora va bene, abbiamo sorpassato di un centinaio di metri
la preda. Faccio un altro cenno con la mano e mi lascio cascare in acqua, verso l'appuntamento a venticinque metri di fondo, dove incontrer il gigante ferito.
In un baleno arrivo sui venti metri, mi giro e vedo ancora una volta l'ombra nera che avanza. Mi fermo e punto la macchina.
Rotolo la pellicola dietro all'obiettivo e filmo l'incredibile scena.
Le ali veloci tiravano la bestia, la facevano correre come mai avevo visto correre una manta, e si che aveva il peso dei galleggianti;
dalle vaste ferite aperte dagli arpioni usciva, da dietro le ali, una nuvola di sangue rosso-bruno, una lunga scia che rigava l'acqua come il fumo degli aerei in fiamme rigava il cielo durante la guerra.
Veniva verso di me; accecata dalla paura e dal dolore non mi vide nemmeno, ed io la feci passare sotto i miei piedi, poi mi infilai, sempre cinematografando, dentro la nuvola oleosa del sangue, sbucai
da questa e salii al fianco delle due sagole tese dal fondo alla superficie ad unire la preda ai galleggianti.
Emersi. Accanto a questi v'era ancora appeso Bucher, mi ci appesi anche io: eravamo trascinati come fuscelli.
Il motoscafo torn con Giorgio, Vailati e Zecca; s'accostarono a noi, salimmo a bordo segu una concitata discussione, il problema era come fermare la bestia.
Il motorino si rimise al max e trecento metri dopo, di nuovo,
mi immersi oltre la bestia ferita, per incontrarla ancora laggi.
Bucher, senza fucile, era con me. La nostra missione era questa volta pi difficile, perch avremmo dovuto fermarci sulla manta: Bucher per colpirla con numerose coltellate, io per cinematografare la scena.
La bestia apparve ed avanz veloce verso di noi. Eccola!
Bucher le sfiora un'ala e s'attacca ad una freccia conficcata sul dorso e resta l, appeso, sventolando come una bandierina. Quanto a me, do un colpo di pinna, sfioro il dorso della bestia, mi agguanto alle due sgole che, sotto la tensione dello sforzo della manta che tira, sono dure come bastoni, come pertiche. Rimango l aggrappato. La manta, con Bucher sopra,  avanti a me di due metri.
Mi agguanto, cerco di non essere strappato via dall'acqua che mi investe.
Sotto i miei piedi passa la colonna di sangue, si mescola al mare. Da dove mi sono aggrappato (a circa tre o quattro metri dalla coda della bestia) posso inquadrarla tutta, dalle due punte delle ali sino alla coda, al sangue, alla raggiera di colpi che ha sulla schiena, dalla quale si dipartono verso di me le due sgole, tese e vibranti, come ho detto.
Cerco di tenermi avvinghiandomi con le gambe alle sgole; se ci riesco avr libere le mani e potr cinematografare. Dopo un paio di tentativi trovo una sistemazione; le gambe sono attorcigliate alle sgole, sulle quali son disteso quasi come su una slitta. Sono pronto: faccio un segnale a Bucher e questi si raggomitola, rimane appeso con una mano al suo appiglio, e con l'altra mano comincia a vibrare un colpo dopo l'altro sul corpo della bestia.
Ma, se fino a quel momento la manta, terrorizzata ed inebetita dai colpi ricevuti e dalla corsa che andava facendo, non aveva fatto caso a noi che le nuotavamo intorno, e le eravamo addirittura montati addosso, alle coltellate ebbe un sussulto, cominci a dare sgroppate tremende, a cambiare due o tre volte rotta. Sentii le corde aggrovigliarsi le une alle altre, e vidi Bucher: non riusciva pi a reggersi
e farsi trainare per vibrare altre coltellate; lasciava la preda e risaliva verso la superficie; dovevo fare altrettanto
anch'io. Soltanto allora m'accorsi che ero un po' troppo avviluppato alle corde.
Contemporaneamente la manta diede degli ulteriori strapponi ed io finii col rimanere definitivamente prigioniero, imbrigliato nelle due sgole con le bombole del respiratore e relativi tubi, valvole e rubinetti. E, al solito, le mani erano impedite dalla cinepresa.
Cercai d'agire con calma, un pericolo immediato non c'era: l'unica
preoccupazione era costituita dai tubi di gomma che univano la bocca alle bombole: mi potevano essere strappati di bocca o si potevano
tagliare. Mi contorsi come un fachiro per districarmi, inutilmente.
La bestia aveva cambiato quota rispetto a me, la nuvola di sangue m'invest: ero prigioniero della manta dentro il suo sangue.
Non era piacevole. Senza veder nulla, con nella bocca la disgustosa sensazione del sangue, cominciai ad agire pi convulsamente. Rischiai
l'affanno. D'un tratto, una mano sulla spalla: qualcuno mi aiutava.
Girai la testa, era Bucher: non vedendomi risalire, era tornato
ad immergersi; comp due o tre sforzi tremendi, mi stacc quasi il respiratore da dosso, ma riusc a liberarmi. Appena strappato
dall'ultimo groviglio, la corrente dell'acqua mi catapult in alto; strisciai dolorosamente sulla canapa delle sgole, poi mi raddrizzai.
Nuotavo e salivo verticalmente.
La barca ci raccolse. Costatammo che ben poco avevano fatto le coltellate per fiaccare la bestia. Ci rimettemmo in corsa dietro i galleggianti, ci avvicinammo, gettammo una cima a cappio attorno ad uno e spegnemmo il motore: la bestia avrebbe dovuto cos trascinare
anche la barca nella sua fuga; questo, speravamo, avrebbe contribuito ad affievolire la sua resistenza. Intanto c'era da cambiare ancora la pellicola. C'era anche da mettere benzina nel motore.
Erano quasi le tre del pomeriggio. Infilato nel buio del sacco nero per cambiare la pellicola, gli occhi fuori dalle orbite per il calore, ascoltai le avventure che avevano vissuto gli amici e che ora stavano raccontando. Un pescecane molto grande era passato sotto i piedi di Zecca e di Vailati. Bucher aveva ricevuto un colpo tremendo dal galleggiante quando aveva sparato il colpo in bocca alla manta e per poco non era stato trascinato verso il fondo. A proposito di spari, tutti e tre i cacciatori, quand'avevano scagliato le frecce da distanza ravvicinatissima
nel corpo del bestione, avevano vissuto il loro istante del brivido, avviluppati, percossi, inghiottiti dal risucchio causato dall'imbizzarrirsi e sprofondarsi della manta; ognuno
s'era visto sfiorare dalla carezza d'un'ala di mezza tonnellata. Giorgio aveva il respiratore
ad ossigeno, oggi; e con esso affaticarsi e prendersi l'affanno significa svenire ed affogare senza nemmeno avere il tempo d'accorgersene;
ebbene, nella concitazione degli spari, delle immersioni e delle emersioni, correva, s'affannava, inseguiva pinneggiando la bestia,
anche lui impegnato senza pi scrupolo verso se stesso nella lotta finale; e cos, d'un tratto, lontanissimo dal motoscafo, s'era sentito un piccolo giramento di testa, uno stordimento da nulla: e riuscendo per fortuna ad aggrapparsi all'ultimo istante di autocontrollo,
aveva smesso di respirare l'ossigeno, era risalito a galla, e s'era svelenato, respirando l'aria pura della superficie per parecchi minuti.
Tolsi la testa dal sacco nero, la pellicola era caricata; tenni per qualche istante gli occhi chiusi, poi li riaprii adagio adagio per abituarmi
alla luce accecante. I racconti finirono, si tornava a parlare delle operazioni da compiere per concludere la lotta: le nostre voci, divenute roche e quasi afone, si mescolavano concitatamente.
Trascina furibonda la manta le persone che stanno sopra di lei discutendo come ucciderla: fatica, ferite, sangue perduto paiono non averla nemmeno fiaccata; la vittoria che due ore prima ci pareva fosse gi nostra, invece  ancora lontana; non solo, ma proprio ora accade qualcosa che quasi ce la fa sfuggire di mano.
Sentiamo uno strappo scuotere la barca, e questa scivola un po', gira su un fianco e s'arresta. Ci alziamo di scatto, ammutolendo: un galleggiante, quello a cui avevamo agganciato la barca, dondola davanti a noi, immobile; la freccia, l sotto, s' strappata dalle carni della manta, liberandola; l'arma che avevamo usato contro di lei
(il peso della barca), s' rivolta contro di noi, strappandole di dosso l'arpione che non ha resistito a tanta trazione.
Alziamo di scatto la testa verso l'altro galleggiante: eccolo  laggi... no, non  fermo, corre.  ancora legato alla bestia. Ma ecco un altro pericolo: ormai siamo quasi al confine di questa vastissima
laguna, cercando di guadagnare il mare aperto, la bestia fila verso una delle secche che circondano il mare chiuso. Se riesce ad arrivare l, si gratter e strofiner sui coralli, riuscir a strapparsi anche l'ultima sgola di dosso.
Non abbiamo, quindi, un secondo da perdere: questo  l'ultimo
round, ora si decider la partita in una maniera o in un'altra.
Via, inseguiamola ancora, strada facendo penseremo al da farsi;
il mare sempre pi increspato gioca a nostro sfavore; rallenta la nostra velocit e ci spruzza acqua salata negli occhi, proprio quel che ci vuole dopo tutto ci che abbiamo passato.
La scogliera si avvicina. Anche la manta. Le siamo addosso, le siamo sopra, la sorpassiamo. - Lasciate fare a me - mormora Zecca che, rincantucciato in un angolo, se n' stato zitto durante tutta la corsa. Infilate maschera e pinne, scavalca il bordo e si tuffa, veloce come un gatto; per poco non faccio a tempo a seguirlo.
Zecca scende a capofitto sulla bestia: brandisce il fucile con la freccia alla quale ha attaccato ancora la sgola con il galleggiante di cui la manta s'era gi liberata.
Mi chiedo, scendendo anch'io: Dove sparer Zecca? In quale punto vitale se gi tanti colpi, pure ottimamente piazzati, non hanno sortito per nulla l'effetto di uccidere il bestione?.
Arriviamo quindici metri sotto: ecco la manta. Perde ancora sangue.
Punto la macchina su Zecca e giro: il sub volteggia come un avvoltoio, poi scatta quando la preda gli  sotto. Spara...
Ma che fa? Ha sbagliato! Il colpo non ha centrato il bestione in un punto vitale, ma  finito di fianco, in un'ala. Mormoro imprecazioni
mentre la corda, tra la sgola ed il galleggiante, si srotola.
E nell'istante in cui si tende capisco che quel colpo sull'ala  veramente
e finalmente il colpo della vittoria.
La manta infatti con il colpo cos piazzato, quando la sgola si tese, non pot continuare la fuga tirandosi dietro il galleggiante: infatti la corda tirava sull'ala, che non poteva pi muoversi e far avanzare la bestia.
Segu una scena emozionante. Un brivido mi corse per la schiena:
la bestia, ancora in vita ed in forze tali da poter forse vincere la partita, doveva arrendersi all'uomo che l'aveva vinta con un colpo di estrema semplicit.
Cominci a girare su se stessa (si ferm un istante solo quando girandosi si trov in mezzo al suo stesso sangue); poi comp delle specie di looping. E ad ogni giro, ad ogni movimento, si legava sempre
pi nelle corde dei galleggianti: dopo due minuti s'era, da sola, completamente avviluppata. Corde, ali, frecce, corna, sangue, formavano
un solo ammasso.
A fianco a Zecca e a me erano intanto scesi gli altri: ci libravamo
a mezz'acqua quasi immobili osservando quant'accadeva. Ci accorgevamo
che la manta perdeva a vista d'occhio le forze man mano che
s'accorgeva di non poter pi fuggire. A mano a mano che si trovava pi legata, diminuivano le sue reazioni.
Ad un certo punto le due ali cessarono di battere ed essa rest
l, sospesa a quel groviglio, soltanto muovendo debolmente le branchie.
Poi anche quelle si fermarono. Era morta.
Lentamente pinneggiammo verso la superfcie. Emergemmo e ci guardammo ancora senza parlare.
Giunse la barca e vi salimmo.
Giorgio e io sedemmo vicino, e cominciai a spiegargli come si doveva girare la scena finale: noi si doveva nuotare fondi, pi fondi della manta e poi si doveva inquadrare verso l'alto, vedere il bestione fermo ed appeso sopra di noi ed i tre cacciatori, incredibilmente
piccoli vicino a quella grande massa, scendere accanto a lei, agguantarla per le ali e per le frecce, farla risalire verso la superficie,
lentamente sino a portarla a galla. Quella sarebbe stata la fine del film quando, presto, l'avremmo montato.
- S, va bene, - assent Giorgio, - ma io pellicola ne ho ben poca, me ne avanzano dieci-quindici metri soltanto...
- Per la miseria, - esplosi, ricordando che anch'io avevo messo
in macchina l'ultimo rullo, e guardai subito quanto ne avanzava, -
anch'io, l'ho quasi finita! Ed ora come facciamo?
- Bisogna andarla a prendere.
Guardai l'orologio: erano quasi le 16; secondo Mark e secondo
Mohamed Ali (noi delle distanze non capivamo ormai pi nulla dopo aver zigzagato in tante direzioni diverse) occorreva almeno un'ora per raggiungere, navigando a tutto gas e quasi scarichi, il margine delle secche dove era ancora il Maria Gabriella. Un'ora per andare, un'ora per tornare, facevano due ore. Avremmo potuto girare la scena alle sei del pomeriggio.
S, luce ancora ce ne sarebbe stata, ma bisognava risolvere il problema del carico: poche persone, due o tre al massimo dovevano fare la corsa col motoscafo se volevamo far presto. Gli altri dovevano
restare in acqua, in mare aperto, da soli, presso i galleggianti che sorreggevano il peso della manta morta.
Fu deciso che Mark e Mohamed Ali dovessero tornare col motoscafo
ed io con loro perch nessun altro poteva andare a prendere
la pellicola ed i filtri occorrenti per eseguire la ripresa sott'acqua cos tardi.
Presa la decisione, tutti scesero in mare. Ci salutammo, e partimmo
saltando di onda in onda; eravamo sdraiati a poppa della barca per andare pi in fretta.
Ma fu uno dei momenti pi duri della giornata. Non era allegro
lasciare gli amici in mare a fianco di una preda che sanguina, isolati ed indifesi.
I cacciatori rimasero l, fermi. Si immersero per vedere se le corde reggevano, si immersero ancora per vedere se arrivasse qualche
squalo minaccioso. A turno si immersero di sentinella.
Arriv sotto i loro piedi, per prima, una piccola manta che non ebbe alcuna paura degli uomini che le nuotavano incontro, e per lunghi minuti vol attorno alla manta gigante, come stupita, meravigliata
di vederla immobile.
Poi, arriv il primo squalo, ed altri ancora. Volteggiavano come fulmini, ad ogni passaggio nel sangue sempre pi eccitati. Ma le
picchiate che i sub tutti insieme fecero loro addosso, li volsero in fuga. Sarebbero tornati con il calar del sole?
Niente di peggio che attendere per due ore un assalto, librati a mezz'acqua, senza difesa. Par sempre di avere qualcuno alle spalle...
La manta gigante dondolava sotto i loro piedi, vinta con azione comune; un pericolo lungo e reale li legava assieme allo stesso destino.
Se scampavano, quel giorno sarebbe stato il pi bello della loro vita di sportivi.
Erano l, soli, con il record del mondo raggiunto dopo una lotta inverosimile.
Arrivammo, ronzando, col fuoribordo rovente per la corsa; il sole era ancora abbastanza alto. Ci immergemmo con la cinepresa e girammo la manta e gli uomini che la innalzavano con loro, dopo averla afferrata per le ali.
Quando furono lontani da noi, alla superficie, un'unica massa con la loro preda, fusi nel gioco d'ombre e di luci delle onde e dello sciabolare degli ultimi raggi di luce che il sole buttava sott'acqua, allora smisi di girare e feci cenno a Giorgio di fare altrettanto.
Restammo un istante senza n salire n scendere, in un mondo di acqua sempre pi nero: era finita l'ultima, la pi lunga giornata del nostro film; poi risalimmo.
Ancora l'urlo del fuoribordo, poi a bordo del Maria Gabriella ci furono le feste con gli amici, il t caldo, la stima ufficiale della bestia fatta da Mark (mezza tonnellata di peso, metri 3,13 di apertura alare, vale a dire il record del mondo di cattura con fucile subacqueo), ci furono decine di fotografie: tutto insieme, mescolato.
Infine mi trovai sdraiato sul materassino, a pensare, aiutato dal silenzio della nave all'ncora. Non c'era luna. L'ombra dell'animale
vinto, le grandi ali aperte e rilassate, stanche, si indovinava per il buco nero che creava il suo corpo al centro di un cielo brulicante di stelle.
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FINE.